martedì 13 febbraio 2018

New Review | LORDS OF ALTAMONT – The Wild Sounds of Lords of Altamont






Lords of Altamont – The Wild Sounds of Lords of Altamont


Jake Cavaliere è l’immagine del rock’n’roll. Dopo Lemmy, ovviamente. Dai Fuzztones, ai magnifici Bomboras, ai Lords of Altamont (black humor, Jake?) insegue un’idea, un modo di vivere, una fede.
Cosa ha di diverso questo The Wild Sounds of Lords of Altamont dagli altri album pubblicati dalla band? Proprio niente. E questo è il bello. Perché sono tutti perfetti nel misurare la classe dei nostri in canzoni quasi sempre al di sotto dei tre minuti. Ecco. Forse in quest’ultimo c’è un’urgenza (Been Broken) espressa con più urgenza (il tempo passa, vero vecchio Jake?) e i pezzi hanno subito, per quanto possibile, ulteriori perfezionamenti.
Chi volesse entrare nel loro mondo incontrerebbe sing a long in salsa southern come Take a Walk, erotismo deviato alla Turbonegro in Going Downtown, Death On the Highway e la cover di Evil, classico di Willie Dixon portato al successo da Howlin’ Wolf e già rifatto dai Monster Magnet di Superjudge.
Per gli amanti della psichedelia c’è da godere in odore di space rock motorick con Revolution (altre band come 500 Ft. of Pipe hanno prodotto lo stesso magico suono) e per i Nuggets addict ci sono perle come la tripletta Fever Six, I Say Hey e Can’t Lose.
Si finisce come in chiesa con Where Did You Sleep che sembra la perfetta unione tra Motorhead e Girlschool con l’aggiunta dell’Hammond. Questo è quanto. Jake insegue una fede. E noi con lui.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | RUDHEN – Di(o)scuro






Rudhen – Di(o)scuro

Tirano in ballo il mito di Castore e Polluce (eroi gemelli concepiti nella stessa sera da Leda, prima con Zeus – dall’unione Polluce l’immortale – dopo con Tindaro – il mortale Castore) i trevigiani Rudhen. Con Di(o)scuro i quattro si ripropongono dopo due EP, il primo omonimo e Imago Octopus del 2016.
Nome omen, il gruppo è rude e arcigno come ce lo ricordavamo. Macinano riff robusti e schiacciasassi all’insegna del buon vecchio stoner rock. La voce di Alessandro è tesa alla ricerca dell’ululato del coyote John Garcia e il resto della band lo sostiene egregiamente con un sound robusto e carico.
Nonostante tutto, il risultato sembra epico, fragile e disperato allo stesso tempo (prendere Fragile Moon ad esempio), segno che in un genere definito come lo stoner possono coesistere altri linguaggi.
Devono essere innamorati della storia, dato che citano la presa della Bastiglia nel pezzo 14/07/1789 (dove nel finale una spiazzante marcia di pianoforte, archi e tamburi offre una buona occasione per ribadire che libertà, uguaglianza e fraternità devono essere i segni distintivi della condizione umana) e Carthago delenda est, anche se poi un titolo come My Girls Are Like Hallucinogenic Frogs merita da solo il prezzo del biglietto.
Amanti di Roachpowder, Acrimony, Iron Monkey, Karma to Burn, qui c’è un disco che fa per voi.

Eugenio Di Giacomantonio

lunedì 29 gennaio 2018

New Review | WEDGE – Killing Tongue






Wedge – Killing Tongue

Il suono dei Wedge, di stanza a Berlino, si è fatto ancora più quadrato che nell’album d’esordio. Alla maniera dei vecchi Gorilla (ora Admiral Sir Cloudesley Shovell) hanno ispessito la componente Sixties per risultare high energy fuzz’n’roll. Un brano come Lucid richiama quelle band che nei tardi Sessanta si aprivano ad influenze più hard, come Pink Fairies, Sir Lord Baltimore e Leaf Hound. Mentre Tired Eyes non ha paura di sporcarsi con il deserto e portarlo di fronte a Steppenwolf, Eagles e Doors.
Insomma, Kiryk, Holger e David hanno una quantità di influenze e di ascolti così varia nel loro background che non hanno la minima paura di mischiare le carte in tavola come più preferiscono. E proseguendo nell’ascolto incontriamo di tutto: Santana ci saluta calorosamente da Quarter to Dawn; gli Atomic Rooster scapocciano nella title track; Ozzy e il sabba nero ritualizzano Who I Am (titolo quantomeno esplicativo!); Angus ci elettrizza nella finale Push Air.
Con la benedizione di casa Heavy Psych Sound Records, questo Killing Tongue si dimostra un jukebox attivo su cosa è stata e cosa è la musica hard e psichedelica. O altrimenti una moderna Nuggets con una band sola. Per chi vuole una summa di anthem nell’anno 2018. La classe per pensare una cosa del genere c’è e viene dimostrata.
Wedge Killing Tongue
Wedge

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | VOID GENERATOR - Prodromi








Void Generator – Prodromi

Quattro lunghi pezzi registrati dal vivo e con un solo microfono. Non importa se si sentono le voci di sottofondo, non importa degli orbital mistakes e dei cosmic noises: l’importante è far defluire la musica dalla propria mente in totale libertà, sperando che incontri le sinapsi di chi suona insieme a te.
Gianmarco Iantaffi è la mente che si muove dietro i Void Generator, attivi dal 2006 con We Have Found the Space (ma il debutto omonimo risale al 2004). Edito da Phonosphera Records, Prodromi è il loro quarto album e a differenza degli altri è un lavoro non mediato, non provato, non elaborato. È un disco di quattro pezzi lunghi circa quindici minuti ognuno, totalmente jammato. La materia grossa è ovviamente il suono degli Hawkwind, sempiterni guerrieri dello spazio a cavallo delle supernove. La materia fine è invece la miriade di ascolti trans generi che permettono di tirarla per le lunghe senza annoiare. Per farci catapultare nel loro studio qui e adesso e per permetterci l’immedesimazione massima con i musicisti ci sono anche le dissolvenze in entrata e in uscita: come a dire, questo sta succedendo e questo è ciò che senti adesso.
Nessun strumento prevarica gli altri, nessuna prima donna vuole spuntarla. Ovviamente quando il terreno è pronto ad accoglierlo, Gianmarco si lancia in lunghi assoli acidi (Sleeping Waves). Altre volte, dolcemente, delicatamente, le keyboards di Enrico ricamano paesaggi fioriti. Ma nel complesso emerge la voglia dei nostri di rilassarsi e godersi la gioia di suonare. Alla maniera di Da Captains Trip, Prehistoric Pigs e Tuna de Tierra, ci sono delle band in Italia che nella via strumentale, totale o parziale, stanno cercando di trattare l’ispirazione del momento come la miscela che accende la passione del suonare. Da qui nasceranno altre albe cosmiche.
Void Generator Prodromi
Void Generator

Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 3 gennaio 2018

New Review | L’IRA DEL BACCANO – Paradox Hourglass




L’Ira del Baccano – Paradox Hourglass

Il paradosso prodotto da L’Ira del Baccano è quello di portare indietro la clessidra del tempo. Perfettamente strumentali, hanno l’appeal di quelle band che a cavallo tra i Sessanta e i Settanta esploravano l’universo musicale nelle forme più sincere e genuine.
Due chitarre, basso, synth e batteria per creare mondi magnifici. Attivi nell’underground musicale della capitale dal 2006, con “Paradox Hourglass” sono alla terza uscita dopo “Si Non Sedes iS.​.​.​Live”  (un  live di 56 minuti registrato in presa diretta nel 2008) e “Terra 42” del 2014. Ma con questo ultimo album sembra che i quattro abbiano voluto completare e confermare in sintesi l’esperienza e la sensibilità acquisita fino ad oggi.
Si parte con la suite della title-track di venti minuti, divisa in due parti: “L’Ira del Baccano”, dove un riff alla Wino va a frammentare galassie synth e inframmezzi dolci e delicati come solo Jerry Garcia sapeva fare; il seguito di “No Razor for Occam” è più duro anche se risulta coerente con i passaggi precedenti. “Abilene” riporta in primo piano i riff, in questo caso più sabbatthiani e pesanti, ma sempre raffinati ed eleganti, come nella scelta di improvvise accelerazioni e cambi di tempo, prima di staccare i distorsori e diventare quasi desert song, anche se non è facile segnalare tutte le idee che i nostri mettono dentro un solo minuto di musica (come nel finale, dove rischiano di diventare dei Ronin della musica psichedelica pesante).
L’ultima “The Blind Phoenix Rises” piazza quasi a sorpresa un colpo cosmic doom come degli Electric Wizard di “Supercoven” o meglio i Sons of Otis (band canadese che univa granitici riff iommiani a space synth sporchi e cattivi), ma è solo l’inizio: poi viene messa tanta altra massa al fuoco che la vampa è impressionante. Questo è il paradosso dell’Ira del Baccano: suonare tremendamente retrò e tremendamente affascinanti.
L'Ira del Baccano - Paradox Hourglass
L’Ira del Baccano

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | BONE MAN - III




Bone Man – III

La vera qualità distintiva dei Bone Man, agguerrito trio di Kiel, Germania, è la nostalgia. Quel sentimento che ti prende come un dolce veleno e ti fa rimpiangere un passato come il tempo migliore della propria vita.
“These Days Are Gone” è un piccolo capitolo/gioiello/sintesi di questo approccio. Un riff di chitarra di Marian su cui si innalzano liriche evocative che piangono appunto i giorni andati e l’arrangiamento procede dal grunge fino ad arrivare a certe intensità di fattura Metallica. Un urlo dolce di disperazione. E così si procede verso l’interno, analizzando e inglobando gli aspetti di questo sentimento dentro trame heavy rock.
Otzi e Arne (batteria e basso) sono esemplari nello scandagliare ed indirizzare  le intuizioni di Marian verso stili diversi. Il trittico “Year of Sorrow”, “Wrecht Under the Sea” e “Zeitgeist” (dal finale acido) hanno un timbro metal  molto deciso, anche se nell’ottica proto-heavy di band Settanta come i Judas Priest.
Mentre “Incognito” e “Cold Echo” sono una traversata dall’alternative in senso largo a quella che una volta si chiamava musica indipendente e la conclusiva “Amnesia” si riallaccia a “Pollyanna” in apertura per la voglia di mettere al centro la voce e lasciare il suono a ricamare classic roots rock americano (siamo prossimi ai Pearl Jam). Così è il senso di nostalgia per questi gentlemen del nord: quasi degli intellettuali prestati alla musica.
Bone Man
Bone Man

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | COMACOZER – Kalos Eidos Skopeo




Comacozer – Kalos Eidos Skopeo


Giocato tutto sul contrasto piano/forte il nuovo album “Kalos Eidos Skopeo” degli australiani Comacozer è un four pieces di tutto rispetto. Si viaggia che è un piacere, sperduti nello spazio profondo, dove ogni suono diventa liquefatto e segue la sua tangente a velocità costante. Si ha la sensazione che qualcosa di misterioso possa aggredirci e l’attesa (e la speranza. verrebbe da dire) che questo accada è il pathos impresso nell’ascoltatore.
Non sempre in un modo solo può avvenire l’evento: come diceva il sommo Mario Brega “sta mano po esse piuma e po esse fero”, così la band adotta registri diversi de fero e de piuma. “Nystagmus” viaggia al ralenti senza ferire, creando una ridondanza enorme su pochissimi elementi non violenti e riesce ad astrarsi dal concetto di canzone tout court, diventando generatore di suoni puri. Questo avviene dopo “Axis Mundi”, dove è successo tutto il contrario e si è conosciuto Atlante che sapientemente tiene sulle sue spalle l’intero (dolore del?) mondo.
Riporta ai miti greci anche “Nystagmus”, quasi un ballo tradizionale dell’Ellade antica adagiato su sapori al THC ed abuso di Retsina. La cosa più interessante, ambigua ed affascinante dell’intero lotto. Si conclude con “Enuma Elish”, libro appartenente alla tradizione religiosa babilonese, prossima all’Om come concetto e come band: un fiorire di scintille wah wah sopra un cuore di basso Cisneros.
Prendere tempo, perdere tempo. Dedicarsi senza paura alla scoperta dei propri demoni interiori. Non tutto quello che facciamo è destinato ad avere un valore. Ecco “Kalos Eidos Skopeo”: scienza antica targata 2017.
Comacozer
Comacozer

Eugenio Di Giacomantonio