mercoledì 20 luglio 2011

Review on Perkele.it!

Voto
01. Annihilation Road
02. Strange Kind of Feeling
03. Awesome
04. She Gave Me Water
05. All Our Dues
06. The Light
07. Summertime
08. I Don't Mind
09. Misfits
10. Someone Else's Life
11. Smash the Playground
12. Feels Alright
13. Soul Fire
14. Trouble (Clockwork Blues)

Go Down Records
2010
Website

CUT - "Annihilation Road"

I Cut sono una bomba. Ne hanno dato prova recentemente, durante il live organizzato da Internos a Teramo. Un power trio che non lascia indifferente. Niente basso. Solo due chitarre al vetriolio a cui si aggrappano le voci sbiascicanti di Carlo e Ferrucio, autentici animali da palco. La loro ultima prova discografica "Annihilation Road" è una sintesi del miglior rock senza fronzoli. One two three four dei Ramones nell'estetica e un cuore post blues, alla Jon Spencer Blues Explosion, nei contenuti. Tutto centrifugato da menti cresciute a Fugazi e Quicksand. Una bomba appunto.

L'uno/due iniziale è puro impatto rock'n'roll. La title track apre il disco e in meno di due minuti ribadisce che pelli battenti e tre accordi salveranno il mondo. Una tastiera si inserisce nel finale per stemperare la corsa ma non c'è niente da fare: "Strange Kind of Feeling" affonda il colpo ancora più duramente. "Awesome" ci lascia un po' respirare con una ritmica sorprendentemente new wave: gli Strokes dovrebbero piangere per non aver mai scritto un pezzo del genere. Un giro dal vago sapore ipnotico/orientale apre "She Gave Me Water": bellissima e crudele. Ammalia prima, ti sputa in faccia dopo. Stop and go da infarto puntellano il ritmo sincopato di "All Our Dues", vero e proprio omaggio all'esplosione blues che predicava il reverendo Jon sin dagli anni Novanta. «Vedo la luce! VEDO LA LUCE!», esclamava il buon John Belushi nel cult film The Blues Brothers. È ciò che chiedono politicamente i Cut con "The Light": black, blue, red, o white non vi crediamo più, è l'ora di sapere la verità, vogliamo vedere la luce. L'acme della potenza è stato raggiunto: in termini di aggressività non si può chiedere veramente di più. Dalle sciabolate di scimitarra, i Cut, da ora in poi, procederanno in punta di fioretto e sarà comunque un bel sentire.
Si balla con le successive "Summertime", "I Don't Mind" e "Someone Else's Life", veri e propri inni a lasciarsi andare, muovere il corpo, parlare con gli dei e mettersi in contatto con l'universo, come ha detto qualcuno. "Misfits" è doveroso omaggio alla seminale band omonima, mentre "Smash the Playground" rende attoniti per il bel lavoro di chitarre dissonanti. Gioiellino di elaborata scrittura filo Blonde Redhead è "Feels Alright" e bellissima appendice è "Soul Fire", un incrocio tra Sonic Youth meno intellettuali e le reminiscenze del rock di inizio Ottanta. È doveroso precisare che i riferimenti in questo caso sono utili per costruire una mappa emotiva più che riferire la cifra stilistica dei Cut, tanto è genuina e originale la loro scrittura. Un commiato nascosto con "Trouble (Clockwork Blues)" e i conti, improvvisamente, tornano! Il blues, madre di tutte le musiche che ci piacciono, è stato omaggiato con doveroso rispetto.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando la band si esibiva nelle bettole bolognesi in formazione a cinque, come una family allargata, presentando l'esordio "Operation Manitoba", e tanti sono stati gli sforzi fatti da Carlo (Gamma Pop Records, la mitica Phonoteca, mecca imprescindibile per gli studenti fuori sede desiderosi di scoprire qualche chicca musicale introvabile) per portare avanti il verbo del Rock che questo paese proprio non vuol sentire... Ma se il percorso ha portato fino alla sintesi perfetta di passione e belle canzoni che risulta essere "Annihilation Road" significa che la rotta intrapresa è stata quella giusta. Plauso alla Go Down Records che ha pubblicato il disco e in alto i bicchieri per brindare lunga vita ai Cut.


Eugenio Di Giacomantonio

sabato 2 luglio 2011

Live Report on Perkele.it!

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KARMA TO BURN + BLACK RAINBOWS + ZIPPO
Roma, Circolo degli Artisti - 29/06/2011


Sul finire di giugno a Roma non si respira. Si varcano i rioni con passo zombesco alla ricerca di isole ventilate a ponentino. Si cerca frescura accanto agli antichi acquedotti, e qui, al Circolo degli Artisti, invece di oasi, puoi trovare il deserto. E l'aria si fa ancora più infuocata, come l'inferno.
Il tridente che viene offerto alla affollata platea capitolina è di quelli da ricordare: Zippo, in apertura, Black Rainbows a fare da trait d'union, Karma to Burn a chiudere le danze, ma la qualità della proposta musicale della serata è talmente alta che le tre band potrebbero giocarsi tranquillamente il ruolo di headliner in qualunque fest di musica hard/prog/metal.

Gli Zippo sono genuini. Scendono da Pescara con la consapevolezza di chi non vuol fare prigionieri e la maturità di chi conosce bene le proprie forze, senza modestia. Carattere abruzzese dunque: forte e gentile. Sono in giro a presentare "Maktub" e si capisce subito che ciò che abbiamo ascoltato su disco non è il frutto di un'elaborata alchimia tra tecnica e tecnologia o il pallino di un tecnico del suono in gamba. Loro suonano proprio così: potenti, strutturati, refrattari alla soluzione di facile effetto e vogliono fare spettacolo. Scorrono i capitoli più efficaci della loro discografia; "The Personal Legend" è brutale come un pugno in faccia, "The Omens" dolce nelle articolazioni post metal con respiri tooliani, "Man of Theory" non rimpiange l'assenza di Ben Ward e suona più acida che nella versione in studio. È musica del terzo millennio, quella che non vuole a tutti i costi guardare agli anni Settanta e ai Black Sabbath, ma vuole radicarsi nella modernità. Quarantacinque minuti scarsi e ci mostrano la quadratura del cerchio!

Con i Black Rainbows si torna al blues. Iperdistorto e vorticoso, certo. Ma sempre blues. Come lo potevano vedere sul finire dei Sessanta gente in acido come i Blue Cheer. O come i funambolici Grand Funk Railroad che, come i Black Rainbows, sono un power trio. Basso e batteria a dettare lo swing e riff di chitarra per headbanging assicurato. Una cosa molto vicina, per restare ai giorni nostri, a Orange Goblin e Gorilla. Gabriele affronta la sua chitarra come un cobra da domare tanta è la concentrazione dedicata all'alternanza tra ritmiche e solos, mentre Dario e Daniele corroborano il sound in una dimensione prossima alla jam. Scorrono facili come tequila boom boom gli estratti da "Twilight in the Desert" e "Carmina Diablo". "Himalaya", "Bulls and Bones" e "Return to Volturn" trasportano i presenti verso una corsa in dune buggy tra gli orizzonti di Palm Springs e il finale, un dodici battute debitamente personalizzate, riporta tutti verso il delta del Mississipi. Sintesi e buona scrittura.

Un attimo per riprendere fiato sdraiati sul prato del Circolo e poi di nuovo dentro per il piatto forte della serata, i Karma to Burn. Piatto che visto da vicino è qualcosa di simile a carne e patate: sostanzioso e proteico ai massimi livelli! Citare le canzoni sarebbe come dare i numeri al lotto; l'importante è assaporare il set nella sua compattezza e dinamicità. Partono subito a bomba i Karma to Burn. Ti fissano in testa riff talmente perfetti e delineati che sembra stiano facendo la cosa giusta, nel momento giusto. I primi tre o quattro pezzi affondano nella schiettezza più salutare: 15 minuti per dire che il rock è semplicemente muro di suono fatto di strofa/ritornello/strofa/gran finale. Rich Mullins pesta il basso come fosse una sei corde, tanta è la distorsione che ne esce fuori (Lemmy docet!); Will Mecum macina riff su riff a testa bassa incurante della sudorazione che ne annega il viso; Rob Oswald è un fenomeno: mette i piatti talmente alti che ad ogni sciabolata rivela il senso di questa scelta. Nel bel mezzo del concerto il climax si fa più polveroso e il mid tempo scandisce un passaggio del set verso lidi più psichedelici e visionari. I kids apprezzano. È solo l'antitesi alla mazzata finale che vede il pogo sfrenato dei presenti come ossequioso omaggio a tanta maestria. Un saluto e un brindisi in italiano sono la stima che anche il gruppo sta apprezzando la serata. Dopo, gran finale e nessun bis. Quello che è stato è stato…
Fuori il tempo è fermo. Si mangia alla festa di partito, si scolano birre e si gioca l'ultima partita a biliardino con musica pop in sottofondo. Tra di noi c'è chi si lancia occhiate di tacito intendimento. L'inferno non è un posto così malvagio…


Eugenio Di Giacomantonio

venerdì 1 luglio 2011

Live Report on Perkele.it!

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SIX ORGANS OF ADMITTANCE
Roma – Init Club - 24/05/2011


Ben Chasny suona mille chitarre. Ben Chasny canta mille voci. Ma, stranamente, sul palco dell'Init c'è solo una sedia in cui sta seduto un uomo solo, totalmente privo di coolness, con la sua chitarra e nessun effetto: Six Organs of Admittance.
Passato in Italia per una serie di date promozionali, Ben è di fronte a noi in totale trasparenza. Inizia ad accordare la chitarra con la sala vuota. Non importa chi raccoglierà le sue storie di polvere dei deserti e di metafore spirituali: il fatto stesso di suonare è gesto fisiologico della sua arte "hic et nunc", qui e adesso. Tutto questo viene rivelato a noi con una serie di canzoni dalla bellezza rara. Un corpo sonoro unico che toccherà il senso vero di musica etnica, la musica dei popoli, di ogni popolo possibilmente, sia che si tratti di tradizione folk americana, sia che punti al bacino mediterraneo a cui Ben guarda con sentita partecipazione.
"Shelter from the Ash" apre con ritmi lenti e con un suono denso come magma. Ben è totalmente concentrato sul proprio strumento, costruisce il suono strato dopo strato ed una volta raggiunto lo zenith della composizione inizia a cantare una melodia mantrica fatta di pochi ma evocativi versi che citano l'oscurità come minaccia della ragione umana e invita, appunto, a mettersi al riparo dalla ceneri... Tutto il concerto seguirà questo modello. Si ha la sensazione, tra noi spettatori, di essere davanti ad un incantatore di serpenti. Veniamo ammaliati, seguiamo ondeggiando la strada disegnata dagli accordi, e, infine, superato il vertice della collina, rimaniamo a bocca aperta di fronte al panorama appena rivelatosi.
Le composizioni vengono accorpate a due, a tre, a quattro ogni volta che l'autore sente necessario il completamento di una mappa emotiva attraverso la continuità del flusso: brani da "Dust and Chimes", album targato 2000, si legano naturalmente agli estratti da "The Sun Awakens", 2006; le prime fievoli ed ancora premature composizioni di "Nightly Trembling", 1999, sono il seme che fiorirà in "School of Flower", 2005, e, a guardare il filo conduttore che lega questo concerto, si intuisce come l'esigenza di Ben sia stata sempre quella, sin dal 1998: trascendere la realtà attraverso la bellezza dell'opera d'arte.
I suoi modelli principali per raggiungere tale scopo sono strutturati in tre modalità differenti: la composizione breve e strumentale ad alto tasso di bravura tecnica; la circolarità del riff in scala mediorientale che tende ad allungare e dilatare il suono fino ai lidi della drone music e degli Sleep; la canzone "pop" di straordinaria bellezza melodica che ti imprime il ritornello nel cervello! Di questo tipo sono da autentica ovazione "Hold but Let Go" e "Strangled Road": la prima straordinaria nel controcanto appena sussurrato; la seconda puro e semplice nettare in forma sonora, vero ricostituente per le nostre orecchie spesso deturpate da picchiatori sonori senza peso. Così finisce il live dei Six Organs of Admittance, dopo un'ora passata troppo velocemente, e dopo il bis "Above a Desert I've Never Seen".
Ben Chasny il cantautore psych-folk, il chitarrista rumoroso dei Comets on Fire, il titolare di numerosi progetti musicali, il musicista che scrive la colonna sonora per la novella di Joseph Mattson "Empty the Sun" è stato con noi. Ed è stata una serata bellissima.


Eugenio Di Giacomantonio

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EARTH + SABBATH ASSEMBLY
Roma – Init Club - 27/04/2011


L'accoppiata Earth e Sabbath Assembly all'Init di Roma prelude ad una serata magnifica. I primi hanno messo a fuoco ancora meglio la propria proposta musicale ficcando sotto il naso di tutti un capolavoro di assoluta bellezza come "Angels of Darkness, Demons of Light I". Degli altri incuriosiscono le premesse per cui si sono fondati: rispolverare, tra gli oltre 60 inni esistenti della Process Church of Final Judgement, una quindicina di pezzi e suonarli come una band. Scelta interessante e molto rischiosa, data la distanza che separa questi "canti rituali" dalla loro autentica concezione ad una trasposizione in chiave rock. Infatti, sin dalle prime note, i limiti sono evidenti: i Sabbath Assembly risultano scoordinati e privi di mordente. Dal canto suo Jex Thoth ce la mette tutta per offrirci una performance attraente e misteriosa ma il risultato è un incrocio tra una brutta copia di "Jesus Christ Superstar" e una cover band di Coven e Jefferson Airplane. Inoltre la mancanza degli arrangiamenti sinuosi di organo e piano che troviamo nel loro lavoro in studio, impoverisce ulteriormente l'ascolto, facendo risultare il tutto ancora più macchinoso e indigesto. Peccato. Speriamo che la band in sede live riveda meglio come giocarsi le proprie carte per offrire uno spettacolo meglio correlato all'idea originale di rito pagano.

Con gli Earth la musica cambia. Signore e signori ecco a voi un distinto cowboy di mezza età di nome Dylan Carlson! Di lui è stato detto di tutto: miglior amico di Kurt Cobain, eroinomane all'ultimo stadio, rumorista doom e appassionato di musica astratta e sperimentale. Porta in giro la sua band, questa volta composta solo da donne che abbracciano batteria (Adrienne Davies), violoncello (Lori Goldston) e basso (Angelina Baldoz): il risultato sonoro è impressionante. Dylan dirige il tutto fedele ai suoi percorsi mentali. Affina le armoniche. Guarda negli occhi la sua compagna Adrienne e devia il flusso in luoghi che solo lui conosce. Non suona: si determina. Si intuisce un rigore di studio verso la quintessenza della massa musicale. I tempi bellissimi di "Pentastar" e "Earth 2" sono lontani, ma quello che abbiamo in ascolto oggi è molto di più. È la voce dell'Ouroboros: simbolo dell'eterno ritorno. E così, ascoltandolo, gli spazi si fanno astratti e il tempo indeterminato...
La partenza è algida e allo stesso tempo feroce: i 15 minuti di "Hell's Winter" fanno capire ai presenti che il viaggio è iniziato. Si procede per esaltazione dei silenzi e delle pause. Si intuisce il cammino, si segue passo dopo passo la maestria della chitarra; poi, nel momento esatto in cui credevamo di aver ceduto ad una circolarità famigliare, ecco la frattura: una nota in meno, un allungamento della struttura melodica, cambiano panorami ai nostri orizzonti. Delizioso è il modo in cui Adrienne suona la batteria senza quasi toccarla: è lei il diaframma tra lo spleen desertico della chitarra e la profondità del violoncello. Seguono "Old Black", espressione languida e penetrante degli Angeli dell'Oscurità, un vertice espressivo come "High Command" o "Maestoso in F(lat) Minor" che non fa rimpiangere l'assenza dell'originale distorsione, tanto è eloquente la bellezza della composizione, e la cinematica "Descend to the Zenith", dove i fantasmi del folk inglese compaiono in una assolata prateria americana.
Nel finale i brividi percorrono la spina dorsale. Il solo violoncello introduce "Angels of Darkness, Demons of Light I". Puro misticismo d'esplorazione divina. Il ritmo, per quanto possibile, si fa ancora più lento, quasi nullo. Poche note di chitarra fendono la trama fitta e scura per farci scoprire lentamente i passaggi melodici. Emerge un sussulto di batteria accompagnato da note di basso rimbombanti. Dylan chiude gli occhi per perdersi dentro i chiaroscuri della mente. Noi siamo con lui. Gli angeli delle tenebre sono e saranno sempre in eterna lotta contro i demoni luminosi…



Eugenio Di Giacomantonio

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ARBOURETUM
Pescara - Mono Spazio Bar - 03/04/2011


Rilassatevi. Toglietevi le scarpe. Indossate dei pantaloni a zampa. Incamminatevi verso il primo bosco fuori città. Qui troverete quattro barbe lungocrinite. Gli Arbouretum. Il viaggio ha inizio….
Freschi della pubblicazione del quarto album in studio, "The Gathering", liberamente ispirato al libro di Carl Jung "The Red Book", gli Arbouretum sono a Pescara dopo aver attraversato l'Italia con date a Padova e Roma. Il Mono Spazio Bar li accoglie a dovere con un gusto architettonico e di arredo retro/nuevo perfettamente aderente alla loro proposta musicale. Seppure il club non sia sold out, sono numerosi gli spettatori venuti a scoprire le meraviglie che il gruppo americano è solito dispensare. Lo scarto netto tra le prime uscite della band e quest'ultima fatica fa nascere qualche dubbio sulla tracklist della serata: acustica o distorta? Folk o heavy? Dubbi spazzati via non appena le valvole degli amplificatori vintage vengono accese e un mare elettrico attanaglia le nostre fragili menti.
La prima parte dello show è dolcissima: "The White Bird" è miele sonico senza appassire mai su stucchevoli piattezze da ritornello pop; "Destroing to Save", epica e pastorale, rivela prelibatezze heavy psichedeliche alla Dead Meadow con gusto raffinato del mid tempo che scandisce i paesaggi allegorici che Dave Heumann (voce e chitarra) riesce a farci vedere. Qualche infiltrazione dal penultimo album "Song of the Pearl" e poi il climax di questa prima parte raggiunge il vertice di massima empatia con il pubblico con "The Highway Man", gioiello puro. Una canzone che mette insieme Neil Young, il romanzo "on the road" e le radici dell'America pionieristica e roots come fosse la cosa più normale al mondo. In questo momento ci è stato dato tutto: la passione, le pulsioni, la mappa emotiva di ognuno di noi. Il pubblico gradisce molto e tutto ciò che verrà dopo, sarà preso come ulteriore omaggio.
Il merito di questa alchimia in musica va anche al bravissimo tastierista Matthew Pierce che tocca i tasti d'avorio come fossero le curve di una bella signora, tanto è il rispetto e la passione che riserva al suo strumento. I suoni che genera sono tanto evocativi quanto fondamentali per la trama compositiva. E proprio a lui, tramite effetti space e riverberi, è dato l'incarico di traghettarci verso la seconda parte dello show, molto più acida, psichedelica e dilatata. "Waxing Crescents" è dura, epica, tribale, con stop and go da brivido, dove i nostri si lasciano andare più felicemente alla forma jam. Si ha la netta sensazione che le canzoni partano con delle premesse minime, di due, tre accordi massimo, per poi abbandonarle lungo il cammino e farci precipitare verso viaggi spaziali totalmente fuori controllo. Più che delle composizioni isolate si ascolta un universo densamente strutturato di lava sonora, a volte seventies, altre volte space. Giunge poi il momento del monolite stoner "Song of the Nile", vero e proprio compendio musicale all'apocalisse. Il riff iniziale, velenoso, sai che non ti mollerà facilmente se non per lanciarsi in favolosi solos distorti oltre misura; il bassista (Corey Allender, nuovo acquisto) pulsa con ritmo sincopato e tesse trame finissime; la batteria di J. V. Brian Care è ormai strumento atomico, quadrato e battagliero, nella sua straordinaria circolarità. Giunti in conclusione, c'è ancora spazio per un bis e tutti a casa con un sorriso ebete sul volto, felici di aver assistito quasi ad un miracolo: ascoltare musica balsamica che parla direttamente all'anima.
Il viaggio è finito. Gli Arbouretum ci lasciano dopo averci accompagnato per mano. A noi rimane la bellezza di averli incrociati lungo la nostra strada, fuori città. Lasciateci nel bosco a piedi nudi. La paglia tra le labbra non si è ancora consumata.


Eugenio Di Giacomantonio

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ELECTRIC WIZARD + DOOMRAISER
Init Club, Roma - 11/03/2011


Il dubbio è stato definitivamente sciolto: gli Electric Wizard con "Black Masses" intendono la nera massa di suono che esce dai loro amplificatori. Un grumo nero di sabbatthismo rivitalizzato per il terzo millennio che, spogliato da tutti gli orpelli iconografici, rimane duro e definitivo. Ma procediamo con ordine.

La serata romana dell'Init si presenta carica di aspettative. Molti sono i fan venuti a vedere dal vivo le nuove espressioni della musica del destino, complici del buon vecchio BJ che nella capitale è ormai sinonimo di giuste scelte, precisione e buon gusto. Si inizia proprio con il suo gruppo, i Doomraiser che, in attesa della pubblicazione del terzo album, prevista per il 13 maggio 2011, ci propongono una quarantina di minuti di classic doom dalle venature post metalliche. Sembra di essere tornati nel Maryland nei primi anni Novanta, in casa Hellhound, quando le prime band della scena si esprimevano con formazioni come Iron Man, Unorthodox, Wretched, Blood Farmers, garanzia di bontà della scrittura e originalità delle composizioni. Si parte lentamente come se il mostro stesse appena risvegliandosi, poi vengono nell'ordine "The Age of Christ", vero e proprio inno della band con un ritornello accattivante; un pezzo nuovo intimista e riflessivo che fa apprezzare lo sconfinamento dal doom verso la psichedelia nera e la finale "Rotten River" che con i suoi cambi di tempo tramortisce i timpani e qualsiasi ancoraggio alla realtà.

Lo stregone sta per iniziare la sua cerimonia. Il feedback che risuona ancora nelle orecchie non è svanito e riprende a pulsare intorno a "The Chosen Few", primo brano non eseguito proprio perfettamente con una band un po' scoordinata a causa della stanchezza che ne consegue quando si gira mezza Europa in un mese scarso. Non importa: il resto del concerto segnerà un continuum tra affiatamento e concatenazione di riff assassini. Il suono si allarga, prende il largo verso una destrutturazione heavy space e l'ancora della pesantezza doom viene più volte mollata per esplorazioni circolari che causano negli ascoltatori l'effetto di una piacevolissima trance.
La voce di Justin è ammaliante nella sua acidità tipica di un novello Ozzy Osbourne (nomen omen!), i riff di Liz asciutti e abrasivi al tempo stesso, il basso di Tas emerge dalle viscere della terra come un terremoto e il tribalismo di Shaun rende la batteria uno strumento simile a un tankard amplificato: sopra questa base si intrecciano lunghi soli wah-wah come siero mortale...
Difficile fare una distinzione fra i brani tanto sono prossimi i riff tra una canzone e l'altra anche se si devono segnalare una esecuzione di "Witchcult Today" da brividi e una "Satanic Rites of Drugula" lisergica e evanescente come le ombre che riesce ad evocare. "The Nigthchild" riesce a condurre la musica pesante verso gli utopici anni del Flower Power con una naturalezza sconfortante, quasi fosse la cosa più naturale del mondo intuire una continuità tra Black Sabbath e Seeds; "Black Mass" è il risultato di come potrebbe suonare una litania doom se si riuscisse a rompere il muro della musica mainstream. "Dopethrone" chiude un'ora di spettacolo visionario e apocalittico e, sì, hanno ragione: il trono di dope band appartiene a loro.

La solita mancanza di bis non fa rimpiangere la completezza dello spettacolo e si esce con nelle orecchie il solito feedback lancinante che ci fa planare sulla terraferma dall'iperspazio in cui eravamo, tutti, a galleggiare...
Il destino è nefasto. Il destino è Electric Wizard.
Stay Doom!


Eugenio Di Giacomantonio

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CATHEDRAL + THE GATES OF SLUMBER
Roma – Init Club - 14/11/2010


L’Init propone un live act della band seminale del doom europeo, quella che ha aggiornato la lezione dei Black Sabbath e ne ha fatto virtù, disciplina, stile di vita e che quest’anno compie venti anni di attività: i Cathedral.
Aprono i Gates of Slumber: tre barbuti lungocriniti che maneggiano gli strumenti come giocattoli per bambini! Sono in giro per promuovere l’ultma fatica discografica "Hymns of Blood & Thunder" su RIse Above e il loro suono è un misto di Pentagram, Death Row, Saint Vitus suonato con un appeal prettamente heavy metal. Epico è il contesto in cui si muovono e il pubblico numeroso sembra apprezzare soprattutto gli assoli lancinanti del cantante/chitarrista che più volte cerca, tra un pezzo e l’altro, una corrispondenza con i presenti. Sciorinano una serie di canzoni che passano da una cadenza lenta e mortifera a degli assalti frontali di pura violenza sonora. Unico tasto debole è la voce che di fronte a delle composizioni così ben costruite risulta un tantino monocorde. Comunque un buon antipasto per iniziare la serata: i Gates of Slumber riescono nel loro intento, donare alla sala un climax da scavafosse.
È il turno dei Cathedral: che la cerimonia abbia inizio! Che sia qualcosa di più di un semplice live è dimostrato dal fatto che Lee Dorrian si presenta non come un semplice cantante bensì come un cerimoniere di un rito occulto che inizia proprio con "Funeral of Dreams": l’abbandono delle speranze. Ogni lirica è rafforzata da una concezione quasi attoriale del frontman che vuole incarnare i suoi incubi con espressioni di terrore mutuate dai film horror di serie b: avanza sul palco con passo da zombi, mima la sua impiccagione con il filo del microfono, si inginocchia immobile per pregare un dio assente... Leo Smee e Gaz Jennings sostengono il cuore di questa scena dedicandosi anima e corpo nella costruzione di un sound serrato e raffinato al tempo stesso, qualcosa che sta molto vicino, immaginiamo, ad un concerto del sabba nero, periodo "Sabbath Bloody Sabbath", anno di grazia 1975. Questa idea è sostenuta anche dalla presenza di un quinto elemento, un tastierista, che dona al tiro dei nostri un ricercato sapore progressive.
Vengono pescate canzoni da tutti gli album della numerosa discografia e avanzano mano a mano "Carnval Bizzare", con il ritornello cantato da tutti i presenti, "Cosmic Funeral", sorpresa dell’ep "Statik Majik", 1994, e le più recenti "Corpsecycle" e "Upon Azrael’s Wings" dal penultimo album "The Garden of Unearthly Delights". Lee Dorrian ha voglia di comunicare i suoi stati d’animo, presenta i pezzi con una breve intro, invita il chitarrista a mettere del fuoco nei suoi assoli, si appoggia sfinito sulla spalla di Leo Smee... Il pubblico è complice del suo entusiasmo e reagisce con cori da stadio, headbanging e corna al cielo.
C’è il tempo anche per una comparsata del cantante dei Gates of Slumber che urla la sua furia dentro il ritornello di "Night of the Seagulls", segno che tra le due band c’è comunione di intenti e voglia di far festa insieme. Chiude "Ride" ma la folla sotto al palco non è ancora pronta per smorzare il fuoco sotto la cenere: a gran voce il bis richiama una "Hopkins (the Witchfinder General)" da urlo!
Nero come Cathedral si diceva. Nero come una musica che oggi ha la sua forza e la sua ragione d’essere nelle menti di questi gentlemen inglesi che rinnovano ancora una volta il gusto di un sentire heavy psychedelico, privo di fronzoli e lontano dalle mode imperanti: sono IL doom, qui e ora, per restare.


Eugenio Di Giacomantonio

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CALIBRO 35
Roma – Auditorium Parco della Musica - 09/10/2010


Serata particolare all'Auditorium di Roma quella che vede impegnati i Calibro 35 nella sonorizzazione live del film culto di Umberto Lenzi Milano odia: la polizia non può sparare, poliziesco, ma non solo, datato 1974. Le iniziali preoccupazioni sulla riuscita di un esperimento simile sono state dissipate nell'immediato da una prestazione molto coinvolgente non solo per il pubblico ma soprattutto per i musicisti stessi, catturati a più riprese dalle immagini violente e noir che il film ha dispensato senza tregua per un’ora e mezzo.
L'aspetto più curioso dell'evento è stato la riattualizzazione delle partiture originariamente scritte da Ennio Morricone; in genere la colonna sonora in un film diventa elemento coordinatore del flusso delle immagini: in questo caso, invece, risulta essere una aggiunta diegetica al racconto, strutturata sapientemente dal bravo fonico in sala che in varie occasioni ha sacrificato il dialogo a favore del climax delle esecuzioni. Il tutto senza che la visione del film venisse ostacolata.
Sin dai titoli di testa assistiamo ad un impatto frontale: il tamburo battente, unito alle chitarre fuzzate e distorte non solo ci fa osservare il film da spettatori ma ci proietta dentro la storia brutale di questi tre assassini (il mitico Tomas Milian con degni compari Ray Lovelock e Gino Santercole) pedinati da un commissario di ferro (Henry Silva). La band è sapiente nel non calcare mai la mano sui timbri proposti dal maestro Morricone e spesso rimane fedele al pentagramma, tranne alcuni casi in cui l'affezione dell'appassionato emerge sulla professionalità del musicista con ottimi risultati. Esemplari in questo senso i momenti topici del film d'azione: gli inseguimenti, le sparatorie e gli omicidi vengono esaltati dalle caratteristiche musicali della band: dinamismo, sincronicità e violenza sonora!
Altra squisitezza risulta essere l'immissione di frequenze astratte e psichedeliche nel sound della band che fanno da contrappunto nei momenti riflessivi e introspettivi della pellicola. Qualcosa in più rispetto ai già gustosi live che i Calibro 35 sono soliti portare in giro per il mondo. Esaltazione finale da parte di tutti per una festa che fa dimenticare la brutta avventura romana dei nostri, costretti all'ultimo minuto a ripiegare su pedali e tastiere occasionali dato che nottetempo qualche "gratta" capitolino ha ripulito della strumentazione il tastierista e il chitarrista...
Milano odia, i Calibro 35 non perdonano!


Eugenio Di Giacomantonio

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Voto
01. D
02. Magnet of 11
03. Pacta sunt servanda
04. Nocturne

Autoprodotto
2010
Website

JOE MAPLE - "Amputated Dorsal Unit"

Tornano dopo quattro anni di silenzio i Joe Maple con un four piece di tutto rispetto. I cambiamenti di line up hanno minato le fondamenta della band e l'abbandono di Nino, con il suo basso pulsante, ha compromesso non poco lo stato di salute psicologica e compositiva dei nostri; inoltre anche Ivan, seconda voce e ispirazione, ha salutato i compagni per strada, privandoli di quel guizzo malato e geniale che ha contraddistinto i passaggi più efficaci del precedente lavoro.
Il nuovo volto dei Joe Maple si chiama "Amputated Dorsal Unit" e ne promette delle belle sin dall'iniziale "D", introduzione d'assalto che mescola con disinvoltura asprezze grunge e mid tempo prettamente stoner: sembra di sentire gli Stone Temple Pilots jammare al Rancho de la Luna, strafatti di pejote e mescalina. Sul piano stilistico emerge una notevole ridefinizone delle parti cantate unita ad un allargamento della composizione verso articolazioni fatte di stop & go, cambi di tempo ed effettistica vintage.
"Magnet of 11" non fa rimpiangere lo scioglimento dei Mammoth Volume con un riff granitico di stampo robotico-sabbattiano che lascia senza fiato! All'inizio il brano si presenta con una chitarra pulita che accompagna il canto; poi il vortice della distorsione ci spinge dritti verso dei saliscendi emozionanti e coinvolgenti come solo il gruppo norvegese riusciva a creare... Tempo di lasciarsi andare, tempo spensierato, tipicamente estivo, per "Pacta sunt servanda", l'episidio strumentale del lotto, tra l'altro il più riuscito. La ruvidezza delle chitarre raggiunge in questo pezzo un equilibrio perfetto: nell'incalzare verso la ripetizione di una, controbatte l'altra con rifiniture veramente pregevoli, di fattura QOTSA, ma meglio degli originali! Il tutto parte, ruota, si trasforma e ritorna al punto di partenza in due minuti e quindici secondi!
Il finale si accalora con umori lunari di "Nocturne" dove Giacomo, cantante e chitarrista, ci conforta con una delicatezza tale da farci dimenticare l'asprezza a cui finora abbiamo assistito: è ora di chiudere e il miglior metodo è farlo con dolcezza... Grandi Joe Maple che hanno tenuto duro e non si sono persi d'animo. Aspettare 4 anni per risentirli all'opera ne è valsa la pena, anche se alla fine rimane l'amaro: ne vogliamo ancora e poi ancora di più...
Micidiale soci!


Eugenio Di Giacomantonio

Review on Perkele.it!

Voto
01. Become the Whiskey
02. Livin' in a Lie (But Dreamin')
03. Standing Barman Stomp
04. Tevere Delta Blues
05. Lost Highway (live acoustic)

Autoprodotto
2010
Website

THE BLUES AGAINST YOUTH - "The Blues Against Youth"

Cinque pezzi per riportare il rock alle radici, quando il blues era il mezzo per raccontare storie maledette di diavoli, bevute e amori andati in pezzi. Nel progetto The Blues Against Youth, Gianni, già cantante degli Orange Man Theory, si presenta come one man band, accompagnato dalla sua chitarra rasoio, un set di batteria sporco fatto di cassa e charleston, e dalla sua voce rantolante pronta a raccontare delle parabole in musica con una semplicità disarmante.
Si parte dalla dolce crudezza di "Become the Whiskey" dove un lento giro in dodicesima battuta di blues rispolvera il fantasma di Howlin Wolf e delle bettole del delta del Mississippi. Ma non tutto è retro. Il lavoro della doppia voce fa intuire un tentativo, peraltro riuscito, di riattualizzare la tradizione, non quello di seguire pedissequamente il lavoro di altri. E questa sensazione rimane, fortunatamente, per tutto il lavoro proposto nel dischetto.
Il ritmo accelera nella successiva "Livin' in a Lie (But Dreamin')", un rock'n'blues tirato che fa davvero muovere il culo: immaginate Jon Spencer costretto a suonare negli anni 50 con la chitarra acustica! "Standing Barman Stomp" presenta sfumature quasi country e un ritornello contagioso, quasi che la lezione dei Mojomatics fosse trasmutata in un contesto ancora più roots e radicale. La strumentale "Tevere Delta Blues" (titolo grandioso!) ci traghetta verso una ballata folk dal sapore Denveriano, "Lost Highway". Viene voglia di togliersi le scarpe, mettere una spiga in bocca e viaggiare, come il famoso giramondo dell'epoca hippie che dandoci le spalle si avvia verso il tramonto, verso un cammino infinito tra bellezze naturali incontaminate...
Poche chiacchiere: se volete sentire una musica genuina tuffatevi in questi 15 minuti di pura tradizione rock and blues. Blues against youth, uh yeah!



Eugenio Di Giacomantonio

Review on Perkele.it!

www.perkele.it
Voto
01. Intro + Long Time No See
02. Children of the Sun
03. Goin' Mordor
04. Like Leaves Whispering
05. Galactus

Autoprodotto
2010
Website

TARSVS - "IV"

Echi di pianure ghiacciate, silenzio della meditazione, bordate di ultrasuoni come monsoni: ecco ‘IV’, disco d’esordio dei Tarsvs di Roma, una piacevole sorpresa. I ragazzi provengono da formazioni capitoline come The Hands of Orlac e Snake Cult, ma in questo nuovo progetto sono riusciti a dare una nuova sintesi alla loro visione musicale.
Si parte con "Long Time No See" e si rispolverano i vecchi Pink Floyd, quelli che ci piacciono di più: dilatati, riverberati, con voci lontanissime ad urlare dietro una coltre di effetti. Tuttavia è un attimo: un accelerazione improvvisa travolge tutto e noi volentieri ci facciamo trasportare in questa rete di scontri sonori. Un riff à la Stooges con wah wah ci introduce a "Children of the Sun", dove nel bel mezzo la voce solitaria di Marcello invoca i figli del sole con una nenia ipnotica: le coordinate per scoprire il pezzo ruotano tutte attorno alla migliore tradizione prog italica e nord europea ed è proprio un bel sentire!
"Goin' Mordor" rallenta i giri per far si che anche i più restii a farsi catturare inizino a scapocciare dietro un groove sexy e malato dove una chitarra fuzz viene tramortita, nel mezzo, da un assolo di basso caldo come un liquido pesante! Uscito allo scoperto, è proprio il basso ad introdurre il mefitico giro di "Like Leaves Whispering" che insozza di materia doom una epica tipica dei primissimi Iron Maiden, ma i riferimenti per i Tarsvs sono esclusivamente un gioco dove rincorrere le proprie espressioni, senza mai macchiarsi di plagio e con il gusto tipico di sa riappropriarsi delle radici. I ritmi calano ulteriormente e i battiti rallentano: è l'ora del commiato di "Galactus", una visione del cosmo dove lento e veloce creano le contraddizioni giuste per rimanere spaesati di fronte al viaggio solitario nell'universo; echi infiniti ci congedano dallo stupore che abbiamo attraversato...
Simile nelle intenzioni e nello sviluppo al disco omonimo degli Astra, questo dei Tarsvs potrebbe piacere a chi, come Lee Dorian, è alla ricerca di un nuovo sapore della musica prog, senza stereotipie, con la mente aperta a melodie gradevoli, senza mai scadere nel puro gusto accademico di autocompiacimento. Andate a vederli dal vivo e se potete brindate con loro: lunga vita ai Tarsvs!



Eugenio Di Giacomantonio