giovedì 27 dicembre 2012

New Review | Arbouretum "Coming Out The Fog"


Voto
01. The Long Night
02. Renouncer
03. The Promise
04. Oceans Don't Sing
05. All at Once, the Turning Weather
06. World Split Ocean
07. Easter Island
08. Coming Out of the Fog

Thrill Jockey Records
2013
Website

ARBOURETUM - "Coming Out of the Fog"

Il bello di un gruppo come gli Arbouretum è la loro costante evoluzione. Un continuo sviluppo nel songwriting, una crescita esponenziale. Non sono il classico gruppo che spara le migliori cartucce nel primo album per poi vivere di rendita. Sono dei ricercatori in continuo raffinamento della bellezza. E cosi può accadere che al quinto album ufficiale, "Coming Out of the Fog", Dave Heumann scriva alcune tra le migliori pagine di psichedelia moderna. Uno stile che si va ad intrecciare con le radici del folk e si sporca con i suoni robusti dell'hard e dell'heavy. Un miracolo, a pensarci bene. Le cose che avevamo ascoltato nel bellissimo "The Gathering" ora sono germogliate in maniera definitiva e brillano di luce propria. Il percorso sembra proseguire da dove si era interrotto, anche se l'uscita dalla nebbia rappesenta per i nostri un passaggio intimo e delicato. Per molti versi definitivo.
L'apertura è consegnata all'elegia di "The Long Night" che viene svuotata dalla pura malinconia tesa all'autocompiacimento e vira verso il canto della bellezza tout court. Un'idea di appartenza al mondo così com'è, un lasciarsi andare all'osservazione naturalistica: un divenire puro pensiero per scartare la rovina della materia. Stessa gioia contemplativa che ritioviamo in "Oceans Don't Sing" lunga carezza dal ritmo lento e dai respiri profondi, dove un pianoforte ed una lap steel rifondano il concetto stesso di southern culture dal calore famigliare. Di contrappasso sta la ruvidezza di "The Promise" e "Renuncer", veri e propri monoliti stoner rock con un gusto melodico sopra la media. È questa la dualità che percorre tutto l'album ma non lo spacca in due: da un lato canzoni autoriali che guardano al Neil Young dei Settanta ed hanno una sensibilità nord-europea; dall'altro tracce guitar oriented dalla distorisione protagonista, che non rinunciano ad un'aurea meditativa. A pensarci bene nessun gruppo è riuscito a far convivere queste due anime, anche se gli Arbouretum applicano un processo di sintesi assolutamente nuovo anche per loro stessi e i brani sembrano sparire da un momento all'altro. "All at Once, the Turning Weather", "World Split Open" e "Easter Island" appartengono a questa categoria. Nel momento in cui il concept della canzone potrebbe colorarsi di jam spaziali, viene interrotto quasi con uno strozzamento, a ribadire che il monolite non ha bisogno di ripetersi se si è già consolidato.
Dopo il trittico, la chiusura spetta alla title track, altra novità nell'espressione artistica del gruppo: una serena, dolce e rassicurante ballad southern country dove le chitarre tacciono e le trame vengono tessute dall'intreccio di piano e lap steel. Bob Seger, Allman Brothers e Pink Floyd dei Seventies mescolati in un unicum eccezionale. Sarà difficile ripertersi dopo una prova talmente bella ed emozionante, ma gli Arbouretum, ne siamo certi, stanno già osservando altri limpidi orizzonti, una volta usciti dalla nebbia.



Eugenio Di Giacomantonio

New Report | Siena Root @ Tipografia 09 Marzo 2013




SIENA ROOT
Pescara, Tipografia - 09/03/2012


In una prima periferia di Pescara, in mezzo ad un paesaggio fassbinderiano con tanto di cementificio di Soviet memoria, c'è un luogo caldo e passionale. Un pugno di ragazzi della zona ha messo in piedi, in una ex tipografia abbandonata (unica cosa positiva della crisi economica: donare ex spazi commerciali alla promozione culturale nel territorio) la Frantic Factory, un'associazione culturale con una programmazione di eventi live di tutto rispetto, diventando punto di riferimento della zona per chi ama sonorità heavy, psych and deep. Stasera il piatto è servito con un mini festival di ben quattro band, tutte di notevole fattura.
Aprono i Reverse Hole, band locale, in promozione con l'album d'esordio "Out of the Hole". Partono in pompa magna in stile Death From Above 1979, groove e dirty funk da vendere, e arrivano dove si sono arenati i Queens of the Stone Age di "Era Vulgaris". La proposta c'è ed i ragazzi mettono dentro passione e grinta, tuttavia qualche struttura compositiva è da affinare, per evitare la monotonia. Il meglio verrà poi da se. Anche se hanno già una buona esperienza alle spalle, sono giovani e col tempo miglioreranno, come il vino buono. Gli ascolti e le contaminazioni di cui si nutrono sono evidenti.
Con i Doctor Cyclops c'è la prima sorpresa della serata. Un wall of sound corrotto da ascolti forzati nel dark rock e da tutte quelle meraviglie uscite nell'arco del triennio 1969/1971. Loro sono ancora da quelle parti, macinando riff al ralenti e costruendo, nota dopo nota, un fascinoso viaggio al centro dell'universo. Qualcosa di simile ai Witchcraft o ai Graveyard per tornare ai giorni nostri, ma, si badi bene, in maniera del tutto fulminata ed originale. Ti sparano in faccia queste mini suite come hanno fatto gli Sleep di "Jerusalem" e la testa inizia a fare headbanging in automatico. Iniziano con una versione dei Cathedral e finiscono per fare incrociare Black Sabbath e Led Zeppelin sul finale. Magnifici. Fatevi un regalo: comprate "Borgofondo", loro cd d'esordio. C'è una sugosa guest apparence di Alia O' Brein (Blood Ceremony) al flauto, garanzia di qualità.
I Johnfish Sparkle giocano in casa e si sente. I loro approccio all'argomento è molto più southern boogie e sicuramente il chitarrista dorme con il poster di Jimmy Page dietro le spalle. Tutti elementi perfetti per esibire un sound grasso e pastoso in bilico tra Grand Funk Railroad e Black Crowes. Con qualche vibes alla Free a guarnire la portata già ricca di sapori ed odori raffinati. Il vertice lo raggiungono con la doppietta blues ed il nuovo singolo di prossima pubblicazione: il primo coglie bene il climax del delta del Mississippi e lo aggiorna con elementi propriamente rock; la seconda è un'acrobazia tra il seventies guitar sound e il boogie and roll. Bravi ed opulenti!
"Dinamic root rock" è il codice che aleggia nell'aria quando salgono in scena i SIENA ROOT e migliore descrizione della loro musica non si può dare. Hanno cambiato diversi/e vocalists nel corso degli anni, ma stasera si presentano con la splendida Chrissi, voce che troviamo nell'ultimo meraviglioso album in studio "Different Realities" e la formazione gode di ottima salute con una complicità tra i musicisti vista in pochissime altre occasioni. C'è voglia di jam, di portare l'ascoltatore a spasso tra fiori di lotus e orizzonti indiani, di abbracciare una filosofia "chiara" della struttura compositiva e di mostrarsi in primis come persone genuine: da questa parte del palco tutto questo ci arriva evidente sottoforma di un sound pregno di significato in ogni singola evoluzione. A loro non deve essere bastato nutrirsi dalla pianta Black Sabbath/Deep Purple/Led Zeppelin. Hanno voluto approfondire il discorso in lungo e in largo portando la lezione sperimentale di Ennio Morricone a braccetto con i canoni della musica etnica. Ricerca, Viaggio, Scoperta sono gli elementi che caratterizzano l'intero live set, suddiviso in due parti comunicanti. "Over the Mountains" è hard come ai tempi di "In Rock" e viaggia tra saliscendi da brivido; "We" è magnifica nella sua evoluzione tra stasi ed estasi e Chrissi ci mostra come il registro vocale dona aggiunta di senso anche a semplici accordi ripetuti; "Coming Home", dal loro esordio del 2004 "A New Day Rising", è veramente la promessa che un nuovo giorno è in arrivo. Tutto è perfetto: c'è un'energia unica nell'aria. La band sente il calore del pubblico e ringrazia con eccellenti solos di batteria. Memorabile il botta e risposta tra sitar e tastiere: da perdere gli ultimi agganci con la realtà della materia! Un'ora e mezzo di spendide visioni. Un trip mentale e fisico di rara bellezza. Un bis richiesto a gran voce e poi tutti a salutare la band con abbracci tipici di amici che si ritrovano dopo anni di silenzio, ma con la mente tesa ad assaporare la gioia del ritrovarsi.
Alla fine ognuno di noi vuole portarsi dietro un ricordo della serata: un disco, un cd, anche uno sticker solamente. Qualcosa che nel futuro ci farà ricordare la fortuna avuta nell'essere stati presenti a questo evento. Qualcosa che vorremmo assolutamente ripercorrere nella mente come sintesi di bellezza assoluta…
Dynamic Root Rock is fine art for your souls!



Eugenio Di Giacomantonio

sabato 22 dicembre 2012

Turbomatt "Soul Elevation" @ dagheisha.com


Turbomatt - Soul Elevation

Year: 2012
Label: ExLab Records

Tracks:
1. Kong Ché
2. Panic Youth
3. Coloured Nurse
4. Yawning Apes
5. Velvet Leaf
6. Ennio's
7. FunkAss
8. PinkPhant
9. Massive

Il gruppo abruzzese propone da cinque anni un desert rock strumentale dotato di grande magnetismo cinematico ed il presente album è senza dubbio più competitivo rispetto ai suoi predecessori. Non è soltanto una questione di suoni perché probabilmente Turbo Ex, Turbo Fra e Turbo Mark farebbero “casino” anche con un paio di amplificatori scassati ed una batteria di seconda mano. Il fatto è che per la prima volta tutte le influenze dei tre musicisti vengono fuori senza che le canzoni debbano necessariamente seguire una direzione precisa. L'imprevedibilità è la qualità maggiore di passaggi quali 'Panic Youth', 'Coloured Nurse' e 'Velvet Leaf' che rappresentano alla grande l'incrocio tra elementi garage e boogie e strutture psichedeliche più organizzate di chiara ispirazione pinkfloydiana. 'FunkAss' e 'Massive' confermano le buone impressioni iniziali ed in definitiva i momenti di stanca sono ridotti al minimo. Visto che il disco è disponibile in download gratuito vi consiglio di ascoltarlo ma se come penso rimarrete sorpresi dall'attitudine “americana” dei ragazzi non trascurate di principio l'edizione fisica limitata a trecentocinquanta copie.

New Review on Perkele.it | The Blues Against Youth "You Said I Praise the Devil?"


Voto
01. You Said I Praise the Devil?
02. Die with the Rat in Your Mouth
03. Mama Tried
04. Would You Please Click You Like Me?

Deer It Yourself Records
2012
Website

THE BLUES AGAINST YOUTH - "You Said I Praise the Devil?"

Gianni è un fenomeno. È una personalità. Quando lo vedi in concerto (è facile, basta girare nei peggiori bar d'Italia e d'Europa, che non sono quelli di plastica della pubblicità ma veri e propri luoghi di incontri/scontri ad alto tasso alchoolico), ti fa stare bene. Suona tutto contemporaneamente e con una facilità che riappacifica con il mondo. È un amico di bevute insomma. Uno a cui puoi confidare che la tua donna ti ha fatto incazzare e che il tuo datore di lavoro è uno stronzo. A quel punto lui ti presenterà un rimedio efficace: il blues. E parlando del diavolo, usciranno corna, coda e forcone. Come nell'ultimo EP targato The Blues Against Youth, "You Said I Praise the Devil?". In quattro pezzi (tre originali ed una cover di Merle Haggar, 1968, non una roba per bambini), Gianni ti snocciola la sua visione della vita e della musica.
Hai detto che canto le lodi al diavolo? Vero. Ma il diavolo è l'amico sfortunato, il povero diavolo, appunto, che non veste dandy e non inganna più nessuno, ma un compagno di strada del profondo sud americano. Come è un povero diavolo il tizio di "Die with the Rat in Your Mouth" che finisce la sua festa non come re della notte ma come re della fogna. Profuma di tabacco da masticare e sedie a dondolo all'imbrunire "Mama Tried", che affaccia la testa sugli stessi incroci visitati da Robert Johnson e si riallaccia alla conclusiva e un po' presa per il culo dei comportamenti individuali sui social network "Would You Pleae Click You Like Me?", che con il suo basso profilo voce e chitarra sembra uscire dalle radioline Anni 60. Dal passto prossimo al futuro retrò, tutto torna, come il diavolo, che non è poi così brutto come lo si dipinge.



Eugenio Di Giacomantonio

New Report on Perkele.it | Sleep Live @ Roma 16 Maggio 2012




SLEEP
Roma - Circolo degli Artisti - 16/05/2012


Jerusalem. Dopesmoker. Holy Mountain. Jodorowsky. Il Caprone. L'Erba Magica. Il Sabba e i Black Sabbath. In una parola: Sleep. Il Circolo degli Artisti ci offre la realizzazione dei nostri sogni, il completamento di una idea iniziata venti anni fa, quando eravamo ancora adolescenti desiderosi di suoni pesi e acidi, con tre sole idee in testa: fumare, fumare, fumare. A questo scopo gli Sleep sembravano sublimare il concetto in una forma sonora vicino al bong infinito, prendendo il cadavere dei Sabbath più oscuri e rinforzandolo con massicce dosi di THC. La loro non era una proposta filo Iommiana tout court (anche se sul culto del personaggio ci hanno costruito una vera e propria iconografia), bensì una chiusura definitiva di quel capitolo con tanto di funerale freak per poter permettersi il lusso di ripiantare gli stessi germogli in altre fertili colture e con la determinazione di diventare loro stessi punto di riferimento per altre decine di band. E ci sono riusciti. Senza mai passare in Italia, la band ha fatto tre dischi, un EP e l'unico caso di concept album talmente estremo, contraddittorio, dirompente e contrastato da subire, negli anni, trattamenti di taglio, rimaneggiamenti, remixaggi e edizioni multiple. Nella loro testa "Jerusalem" sarebbe dovuto uscire subito dopo il fantastico "Holy Mountain" ma vede la luce solo nel 1999 in una prima stampa, censurata nel minutaggio e ritoccata nei suoni. Da qui il malcontento dei ragazzi e il successivo scioglimento della band, che non ci ha permesso di vederli dal vivo in Europa. Occasione che recuperiamo stasera.
Dopo esattamente venti anni dalla formazione e con la stessa idea di fare festa e ricordarsi la beata gioventù, sia nostra che loro, Al Cisneros e Matt Pike sono finalmente insieme e sono proprio davanti a noi. Chris Haikus è in convento, ritirato a vita privata. Al suo posto Jason Roeder, drummer dei Neurosis, farà il suo sporco lavoro egregiamente. Ripartono proprio da dove si erano persi, da "Jerusalem", spiattellata nella sua mastodontica lentezza proprio all'inizio del live e tesa a rimanere nelle nostre orecchie fino alla fine. Gli Sleep questa sera si prendono una rivincita messa in stallo in tutti questi anni. Si ha la sensazione che ci sia solo questo lungo e maestoso pezzo per tutta la durata del concerto. L'idea che quando trovi un bellissimo riff è inutile cambiare, è tuttora valida. Vengono innestate le bellissime "Dragonaut", esemplare nello sciorinare la lezione di Ozzy e Tony come solo gli originali sapevano fare; "Aquarian", letteralmente esplosa con i visuals di ambientazione sottomarina; la bellissima "Holy Mountain" che visiona l'aspetto proprio del doom in una lucentezza psychedelica. Ma ad emergere è solo ed esclusivamente la narcosi di "Jerusalem" o più propriamente "Dopesmoker". Anche nei momenti in cui non viene suonato, quel riff è siero malevolo che attanaglia il cervello e non lo molla. Alla fine viene ripreso in pugno e lanciato nell'aria a soffocare i rimanenti neuroni. Matt lo sa che ha creato il mostro definitivo e ride compiaciuto. Neanche la breve parentesi jammata e strumentale che fa riprendere fiato al giro di boa riesce a farci tornare in equilibrio: stasera la dominante oscura è il calvario verso la montagna sacra e nessuno può farne a meno. Dopo un'ora e mezzo siamo sul Golgota e rimiriamo dall'alto le piantagioni di canapa che abbiamo attraversato e gli universi che abbiamo solcato, spossati nelle orecchie e con un sorriso stonato sul volto.
All'uscita, tra infinite magliette, sul banco del merchandising, rispunta l'ennesima edizione di "Jerusalem", segno che un riff, quell'unico riff, ha ancora tanto da dire. Proceeds the Weedian, Nazareth.



Eugenio Di Giacomantonio


martedì 4 dicembre 2012

New Review | Wild Sound From the Past Dimension | Perkele.it


Voto
01. THE FARAONS - Baha-Ree-Ba! (Nocturnes)
02. ENRI - Black Cat (Brian Auger)
03. LES PLAYBOYS - Universal Vagrant
04. THE INTELLECTUALS - Complication (The Monks)
05. RAY DAYTONA - Sick and Tired (The Continentals)
06. THE CAVEMEN - I Need You (The Kinks)
07. LES BONDAGE - Suffragette City (David Bowie)
08. THE RIPPERS - Let Me In (The Sorrows)
09. NOT MOVING - Kissin' Cousin (Elvis Presley)
10. DOME LA MUERTE & NOT RIGHT - Lucifer Sam (Pink Floyd)
11. PATER NEMBROT - Reverberation (The 13th Floor Elevators)
12. GORILLA - Limb from Limb (The Motorhead)
13. ELECTRIC 69 - Search & Destroy (Iggy & The Stooges)
14. LOS FUOCOS - Sister Annie (MC5)
15. THE SMALL JACKETS - Tin Soldier (The Small Faces)
16. THE VICTORIANS - Stone Free (Jimi Hendrix)
17. THE CHRONICS - All Kinda Girls (The Real Kids)
18. THE VALENTINES - Can Your Pussy Do the Dog? (The Cramps)
19. WHITE FLAG - Both Sides Now (Joni Mitchell)
20. SATOR - Touch Too Much (The Arrows)
21. THE TEMPONAUTS - That's How Strong My Love Is (Otis Reding)
22. SGT. PEPPE - Love You To (The Beatles)

Go Down Records
2007
Website

AA.VV. - "Wild Sound from the Past Dimension"

Operazione interessante quella messa in atto dalla Go Down Records insieme al Circolo Fantasma e all'Atomic Studio: confrontare le stelle dell'underground italiano con i pezzi dei numi ispiratori Sixties e Seventies, nella compilation Wild Sound from the Past Dimension. Ed è proprio un sound selvaggio quello sprigionato dalle punte di diamante The Intellectuals, Gorilla, Pater Nembrot, The Small Jackets, Ray Daytona and Googobombos e Dome la Muerte, eccitati nell'esprimersi con registri surf, psych, garage, funk and hard, ossia tutta la gamma di sfumature dell'espressione musicale dei due decenni. Meglio ancora se il repertorio da cui attingere vede dei giganti quali Elvis, The Beatles, Stooges, Motorhead, Pink Floyd, Jimi Hendrix, Cramps, ma anche piccole e deliziose nuggets band come The Smoke, The Real Kids, The Continentals.
Va subito precisato che rifare una canzone implica qualche rischio: si riesce a dire qualcosa di più degli originali? Il dubbio viene smarcato dalla genuità delle band, che non rifanno semplicemente, ma cercano di ritrovare i fili delle proprie radici guardando indietro, nelle soluzioni di padri "affini" soprattutto spiritualmente.
Esempi magistrali sono "Reverberation" dei 13th Floor Elevators modulata dai Pater Nembrot nella visione più acida e perforante che si possa immaginare; una "Limb from Limb" tanto motorheadiana da rilanciare i Gorilla non solo come stoner band tout court, ma veri rockers ad ampio raggio; Enri che non ha nulla da invidiare al maestro Brian Auger in "Black Cat", divertente e divertita nel mischiare le due versioni di testo, italiano ed inglese. Belle sono anche le interpretazioni di Electric 69 che rifanno una "Search and Destroy" come la potrebbero suonare i Turbonegro e "Can Your Pussy do the Dog?" che vede la bella Vale e i suoi The Valentines rincarare il tasso di erotismo già ad alto dosaggio nella versione originale a cura di Lux Interior.
Altre volte il brano non è messo perfettamente a fuoco come nel caso di "Stone Free" e "Suffragette City" che sembrano rifatte a compitino e non riescono a vibrare come le originali. Peccato. Ma questo nulla toglie alla godibilità di un disco come "Wild Sound", miscelato perfettamente tra i gusti degli stoner addicts e i caveman, che potrebbero trovare un piccolo/grande percorso nello scoprire psychedelic lollypops che rompono le barriere di genere, di appartenenza e di spazio/tempo: good stuff for good people!



Eugenio Di Giacomantonio

ExLab Records | HOFMANN'S KALEIDOSCOPE: Expiation of the Psychedelic Hunters Vol. I Unveiling the Secrets of the Reviewers | ELR 002



Vincebus Eruptum, Perkele.it and EXLAB proudly present HOFMANN'S KALEIDOSCOPE: Expiation of the Psychedelic Hunters Vol. I Unveiling the Secrets of the Reviewersv

The most exciting, adventurous and obscure compilation that the human mind has ever conceived. HOFMANN’S KALEIDOSCOPE is a unique journey through the muddy swamps of Italian acid rock. A lysergic funfair set up by a wild bunch of manic bounty hunters, fervent worshippers of the psychedelic cult. A one-way trip aiming at unearthing forgotten gems from the underground of the peninsula, as well as emerging heroes of the most visionary and mind-bending forms of rock. From subterranean veterans such as No Strange, Perizona Experiment, Trip Hill and Insider, through the mysterious dust-covered psychotropic emanations of Enormous, Motopolkablacksamba and Epstein Superflu, to new ambassadors of tripped-out raspy vibes such as Clark Nova, Anuseye, My Brand Is Grass, Otehi and ZiZ. An explosion of colours. A dream translated into music. The nightmare of all completist maniacs. HOFMANN’S KALEIDOSCOPE is all this, and much more: it is the natural chemical additive beyond every free imagination.

Coming out November 30 as a supplement to Vincebus Eruptum #14 heavy psych magazine, deluxe edition limited to 200 copies!

Tracklist:

01. CLARK NOVA - Gentlemen Start Your Engines
02. ENORMOUS - Fly Low Dragonfly
03. INSIDER - Dark Age
04. MOTOPOLKABLACKSAMBA - Astroblues
05. TRIP HILL - Fever
06. ANUSEYE - Thirst for a Fix
07. OTEHI - Sea Witch
08. EPSTEIN SUPERFLU - The War Inside Darktown
09. PERIZONA EXPERIMENT - Santa Canapa
10. MY BRAND IS GRASS - Dolce ginocchiata (sui denti)
11. ZIZ - ZiZ
12. NO STRANGE - Pogaridade


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eudjex@yahoo.it
8 Euro + Shipping Cost!

STAY PSYCH!

venerdì 9 novembre 2012

Turbomatt - Soul Elevation | Surfing the web!




Les Transalpins des Abruzzes sont de retour dans les backs avec 'Soul Elevation', une nouvelle pierre à leur édifice musical instrumental desert rock proche de l'esprit garage. Les titres qui composent cette plaque sont les suivants : 

1. Kong Che'
2. Panic Youth&nbsp
3. Coloured Nurse&nbsp
4. Yawning Apes
5. Velvet Leaf
6. Ennio’s
7. FunkAss
8. PinkPhant
9. Massive

Et on ne peut s'empêcher de vous balancer le visuel ventant la médecine par les plantes  

ExLab Records | Prima Uscita | ExLab Records 01 | ELR 01

ExLab è orgogliosa di annunciare la su prima uscita discografica:
Turbomatt - Soul Elevation

Di seguito il comunicato ufficiale:


TURBOMATT - SOUL ELEVATION
OUT NOW!

Provenienti dal cuore verde dell'Abruzzo, i TURBOMATT sono portatori sani di pace psichedelica sul pianeta Terra dal 2007. Il loro garage desert rock cinematico batte sentieri magici percorrendo paesaggi malinconici, fughe astrali e sogni che hanno il sapore del vino rosso.

Una chitarra essenziale, un basso profondo ed una batteria groovy bastano ai tre per creare un'esperienza sonora primitiva e distorta, la nascita di una nuova colonna sonora per un film visionario, un passaggio nel deserto alla ricerca di una tangibile, profonda rinascita emotiva.
Autori di uno psych rock strumentale che incrocia garage, boogie e rock'n'roll, i TURBOMATT riportano in auge lo spirito sfrenato e mai domo dei pionieri del genere (Pink Floyd, Velvet Underground, Funkadelic) innestandolo sulle basi di un suono moderno, sfaccettato e multiforme, che attualizza la lezione di Sonic Youth, Yawning Man e Colour Haze. Un congegno che funziona alla perfezione, che suscita emozioni robotico desertiche con un approccio minimale, una produzione avvolgente ed una forza compositiva travolgente.

Turbo Ex (chitarre), Turbo Fra (basso) e Turbo Mark (batteria) hanno debuttato nel 2009 con il primo album omonimo, stampato in 50 copie fatte a mano, come il successivo Own Demon (2010), altra autoproduzione acclamata da pubblico e critica. Registrato, mixato e masterizzato allo StratoStudio da Ivan D’Antonio, il nuovo Soul Elevation è il terzo anello di una catena che non accenna a spezzarsi. Il disco uscira' il 30 ottobre per ExLab Records (ELR 01), sempre in formato CD handmade ed in vinile edizione limitata in 200 copie. Soul Elevation è anche disponibile in free download al seguente link:

Soul Elevation

Soul Elevation e' un viaggio profondo nelle radici di una musica senza tempo. Vibrazioni proto punk e blues si susseguono a sfrenate cavalcate surf e lisergici impulsi hard. I TURBOMATT attingono da un immaginario d'antan, un feeling cinematico che va da Ennio Morricone ai Massive Attack, dalla musica contemporanea all'immaginazione, lo humor, le melodie e le corde piu nascoste dell'animo umano.



Hailing from Italy’s green heart of Abruzzi, cinematic garage desert rockers TURBOMATT have waged psychedelic peace on the world with their tales of astro escapes, red wine dreams and melancholic landscapes since 2007.

Three-stringed guitar, two-stringed low bass & evil drums for a primitive and distorted experience, the birth of a new soundtrack to a visionary film, standing in a desert looking for a remarkable emotional reach. TURBOMATT’s psych instrumental garage boogie rock'n'roll sweet ruckus brings the relentless spirit of the genre’s pioneers like Pink Floyd, Velvet Underground and Funkadelic into modern age colossus (Sonic Youth, Yawning Man, Colour Haze) with super slick, robotic & desert feelings, minimalistic approach and loud production and a foundation-leveling sonic beating.

Formed by Turbo Ex on guitars, Turbo Fra on bass and Turbo Mark on drums, the band debuted in 2009 with a 50-run CD pressing of Turbomatt and in 2010 returned with the acclaimed self-produced Own Demon. Recorded, mixed and mastered at StatoStudio by Ivan D’Antonio, Soul Elevation is their third opus. The album will be out October 20th by ExLab Records (ELR 01), will be released as a hand-made CD and ltd edition vinyl (200 copies), and will be available for a free download at:

Soul Elevation

Soul Elevation is a journey deep into ancient roots, proto-punk and blues vibes, surf and lysergic early hard rock spirit. TURBOMATT are able to lend their own art and their inspiration to several “means”, from Ennio Morricone to Massive Attack, from contemporary classic music to imagination, humour, melodies and chords.




Soul Elevation track listing:

1. Kong Che'
2. Panic Youth
3. Coloured Nurse
4. Yawning Apes
5. Velvet Leaf
6. Ennio’s
7. FunkAss
8. PinkPhant
9. Massive

Website:
www.turbomatt.altervista.org

MySpace:
www.myspace.com/turbomattband

Facebook:
www.facebook.com/pages/TURBOMATT/333533837987

YouTube:
www.youtube.com/user/TurbomattRock%20

ExLab:
www.exlab.altervista.org/Lab/home.html

Per recensioni ed interviste / Press:
ultramagneticglow@gmail.com

Band:
Turbo Ex
Turbo Fra
Turbo Mark

PLAY IT LOUD!

giovedì 1 novembre 2012

New Review | Space Paranoids - Under the King of Stone


Voto
01. Under the King of Stone
02. Electric Rotor Crossroads
03. Black Salamander
04. Blind Cyrus
05. Dead Monk Mouth
06. Goblin Called Haze
07. Ordesa Sky Hunter

Self produced
2012
Website

SPACE PARANOIDS - "Under the King of Stone"

È un discorso che parla ai quattro elementi quello intrapreso dagli Space Paranoids nel loro "Under the King of Stone", meglio esplicitato nella foto interna del CD che descrive il «(...) rituale tributo alle aspre terre montane che ci circondano, picchi innevati, boschi impenetrabili, laghi cristallini, civiltà dimenticate.» Dell'Acqua (o flegma) è "Electric Rotor Crossroad", una scimanica ripetizione circolare che cerca nel continuo pronunciamento del ritornello una natura fluida e scivolosa. Come la bellissima "Dead Monk Mouth" che parte come un fiume in piena e finisce stemperandosi in ruscelli da paesaggio arcadico, gli stessi che troviamo in "Ordesa Sky Hunters", in chiusura del lotto, ottimo pezzo dall'armonia cristallina e dai bellissimi passaggi melodici.
All'Aria (o sangue) appartengono la title track in apertura del disco che rincorre i Natas sullo stesso orizzonte desertico e "Black Salamander" che vede entrare una chitarra psych wah wah a destabilizzare il soffice tappeto jam blues. Cream e Pink Floyd saturati e buttati, appunto, all'aria. Dalla Terra (o bile nera) crescono i neri germogli di "Blind Cyrus" che con un ritmo stomp Seventies riporta alle mente i duelli riff vs vocals della migliore stagione hard prog. Ospite all'hammond Tommaso Fia che cerca di ammaliare con dolcezza il lamento della chitarra solista. "Goblin Called Haze" cerca il punto esatto dove le Frequenze del Decimo Pianeta si sono interrotte e le ritrova, attualizzandole.
Manca il Fuoco (o bile gialla), ma l'elemento risiede in ogni espressione degli Space Paranoids, donando al disco quella qualità densa come lava che è lottare e credere nei propri mezzi per portare a compimento un progetto bello come "Under the King of Stone".



Eugenio Di Giacomantonio

lunedì 22 ottobre 2012

New Report | WHITE HILLS + BLACKLAND + MONSTER DEAD Roma - Init Club - 18/10/2012




WHITE HILLS + BLACKLAND + MONSTER DEAD
Roma - Init Club - 18/10/2012


Fantastiche pulsazioni heavy rock e viaggi kraut space. Stesera il bill proposto dall'Init è di quelli che vanno ricordati. Un po' come vedere nel 1971 Black Sabbath e Hawkwind sullo stesso palco e, con le dovute proporzioni e sostanze psicotrope, possiamo immaginarci turbofreak con zampa di elefante e baffo a manubrio appena usciti dall'incanto flower power, all'alba del decennio più controverso del secolo scorso. Ma procediamo con ordine.
Aprono i Monster Dead che degli anni Settanta non vogliono sentir parlare. Un basso distorto ed un cantante dietro le pelli possono generare il finimondo. Stralci New Wave ed entrate a gamba tesa riot punk: il piatto giusto per creare uno stato anfetaminico low-fi noise. Nel combo milita il buon Raniero, dei compianti Cactus. Andate a cercare il loro unico album omonimo edito dalla Hate Records e capirete che gli italiani lo sanno fare meglio. Ma questo è il passato. Ora ci sono i Monster Dead e bisogna godere della loro musica e brindare davanti al banchetto della distro Alpacha pieno di cosette stuzzicanti. Cugini diretti di quei mattacchioni della Bubca Records.

I Black Land seguono a ruota e subito capisci perché hanno deciso di omaggiare il quartetto di Birmingham: puro hard venato di psichedelia come la potevano intendere i nostri nel periodo "Paranoid". L'entrata di Sergio dei Sesta Marconi fa quadrare il cerchio e la mutazione da proto doom a heavy psych è finalmente completa. Non che questo non fosse evidente nel recente passato, ma ora la cosa risulta più evidente sin dall'intro distorto e dilatato, dal sapore prettamente liquido, più che dark. Tutto il live act segue questo sentire. Vengono elaborati riff di magistrale fattura Iommiana su cui si innestano drumming precisi e potenti; a ridosso, propulsioni di basso, confermano il carattere quasi blues delle composizioni. Bravi e completi. Per palati fini che circolano nell'orbita capitolina, e non solo, di Doomraiser, L'Ira del Baccano, Tyresia Raptus e Trigemino.

Da Brooklyn, i White Hills. Ego Sensation è sempre splendida. Dave sempre più fumantino. Sono in giro a promuovere il nuovo "Frying on This Rock", album sintesi del loro pensiero e della loro bravura. Hanno trovato il modo di non disperdere troppo le energie e concentrare il loro vocabolario sugli elementi chiave della psichedelia moderna: motorik, fuzz, space e un tocco vitaminico alla MC5. La prima mezz'ora del live è una botta dalla dimensioni immani. Eseguono, in fila, quasi tutti gli opener dei loro dischi in studio e si rimane abbagliati di come si possano citare gli Hawkwind in maniera direttamente heavy. Ma forse, per le orecchie dell'epoca, gli Hawkwind erano squisitamente heavy... Di fatto non si è mai sentito una congiunzione così magistrale fra chitarra iper satura e basso lemmyano, in barba ai problemi tecnici che di tanto in tanto rovinano l'ipnosi a cui siamo sottoposti. Ipnosi che raggiunge il climax perfetto poco prima della fine, quando i ritmi diventano meno ossessivi, la mano si fa morbida e le orecchie vengono accarezzate da eteree visioni di altrimondi. Splendido. Tutto tramortito dal tankard finale e dall'unico bis dove, seppur saturi, il trio ha ancora la forza di schiaffeggiare.

Serata che va ricordata, dicevamo. Peccato la scarsa affluenza di partecipanti che farà in modo che veramente in pochi avranno un ricordo da custodire. Del resto la qualità non è sempre sinonimo di grande successo. Ma questo lo sapevamo da tempo, purtroppo.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | AUSTRALASIA "Sin4tr4"


Voto
01. Antenna
02. Spine
03. Apnea
04. Scenario
05. Satellite
06. Retina
07. Fragile

Golden Morning Sounds
2012
Website

AUSTRALASIA - "Sin4tr4"

Con un nome preso a prestito dal capolavoro dei Pelican si presenta il duo degli Australasia. "Sin4tr4" è il loro primo ep prodotto da Golden Morning Sounds e se è vero che il mattino ha l'oro in bocca, data la cura per il packaging e la qualità della proposta, è altrettanto lecito aspettarsi altre uscite di questo calibro per la neonata etichetta brindisina. Con i numi tutelari di Ennio Morricone (esemplare in questo senso è la bellissima "Apnea") e Angelo Badalamenti da un lato e Mogwai, Isis e 35007 dall'altro, i setti pezzi proposti sono quanto di più bello sentito di recente in quest'ambito.
Immaginando le visioni cinematografiche di un Aki Kaurismäki più onirico, la musica degli Australasia diventa compendio imprescindibile per la descrizione intimista di lande desolate e di spazi profondi. Si ha la sensazione che i ragazzi abbiano preso a prestito più i linguaggi del cinema che della musica e ogni volta che si lanciano in composizioni articolate, sembrerebbe di dare voce sonora ai film che scorrono nelle loro teste. È privo di senso citare questo o l'altro pezzo: il flusso è unico e indivisibile. Alcune volte abbiamo delle sorprese di dolci voci femminili, altre di samples aeroportuali e altre ancora irrompono synth ad alleggerire le numerose accelerazioni che pervadono tutto il dischetto. Il tutto fila liscio in venti minuti circa e il tedio è intelligentemente evitato dal corto minutaggio di ogni singola composizione e sebbene gli stili si incontrano e si scontrano lungo tutto il viaggio, il concept suona fresco, compatto e coerente.
A path distant from the typical instrumental music cliches. This is "Sin4tr4", our way. Conveniamo. E, come il cavallo che in copertina esce dalle tenebre in maniera aristocratica ed elegante, così emergiamo dall'ascolto di questa bella prova: con un senso di aver vissuto un'esperienza profonda e radicale.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | TEVERTS "Thin Line Between Love & Hate"


Voto
01. Doom
02. Nebula 7
03. Thin Line Between Love & Hate
04. Last Moon, Pt.1
05. Kill Yourself
06. Scorn
07. Slowly
08. The Gravedigger
09. Last Moon, Pt.2
10. Goddess

Self Produced
2012
Website

TEVERTS - "Thin Line Between Love & Hate"

La scena italiana stoner doom si è mossa molto velocemente. In dieci anni è cresciuta in termini di scrittura e di qualità di registrazioni e il microcosmo campano, con TomBosley, Lost Moon e Teverts, sta dimostrando di avere una forte personalità ben riconoscibile. I Teverts, in particolare, hanno dispiegato notevoli energie per l'album "Thin Line Between Love & Hate", registrato presso gli Endorphoin Studios di Napoli, prodotto da Julian Ogerman e masterizzato da UE Nastasi agli Sterling Sounds di New York. La sottile linea che passa tra amore e odio è la lieve differenza che distanzia una natura heavy psych orientata verso il guitar sound, da una sensibilità post tardi Novanta: come dire i Tool che scrivono un album appena usciti da una lunga jam in compagnia dei Grateful Dead.
Le danze macabre si aprono con "Doom", didascalica quanto attinente al sound dell'intero concept, una lenta introduzione che cita i padri fondatori Black Sabbath, nella rielaborazione Cathedral. "Nebula 7" fa il paio con "Scorn": la lezione NWOBHM degli albori, Judas Priest e Diamond Head, velocità e grande feeling. Il nocciolo centrale che passa dalla title track a "Kill Yourself" si fa più progressive con riti devoti al culto Maynard James Keenan e tempi strutturati a modo del teorema di Fibonacci. È piacevole passare dal cuore alla mente, dal sentire al ragionare; all'ascolto è prendere a piene mani la dualità che sottende qualsiasi forma di vita. "Slowly" scivola su rallentamenti Candelmass e Phil, voce e chitarra, evoca processioni funeree al chiaro di luna capeggiate da becchini dal fascino metallico ("The Gravedigger"), stemperato nel finale arioso da grande opera che ritroviamo nella seconda parte di "Last Moon", con synth e sezioni archi da grandeur barocca. La conclusiva "Goddess", diretta e senza fronzoli, ricorda che si può andare molto lontano, ma si torna sempre al primo grande, vero amore.
Il linguaggio dei Teverts è il vostro linguaggio: la sottile linea che separa l'amore dall'odio è la sintesi perfetta della vostra mappa di ascolti.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THANK YOU "Mother's Nose"


 
Voto
01. Mother's Nose
02. The Whale

Thrill Jockey Records
2012
Website

THANK YOU - "Mother's Nose"

Asimmetrie, incongruenze, devianze. Acidi percorsi post e dissonanze math. Il sette pollici licenziato dalla Thrill Jokey a nome Thanks You (attivi dal 2006 per merito del batterista/fondatore Elke Wardlaw) profuma di Karate, Don Caballero, Calla e soprattutto di Liars e Oneida.
Due pezzi prossimi nel minutaggio (si aggirano intorno ai 3 minuti e mezzo) ma diversissimi nella sostanza. "Mother's Nose" presenta asprezze tipiche da chitarrista deviato che mescola ridondanze Sonic Youth a tonalità immobili su se stesse: immaginiamo gli Uzeda che, nel golfo di Napoli, suonano le canzoni folkloristiche assimilate nell'infanzia. "The Whale" è un cortocircuito kraut alla maniera di "Rated O" con languidezze tipiche di un Robert Smith epoca "Disintegration". Sette minuti di viaggio incatato e indecifrabile. Sette minuti di osservazione del naso della madre. Così vicino, così lontano.



Eugenio Di Giacomantonio

martedì 14 agosto 2012

New Review! STEAK - "Disastronaught" @ Perkele.it


Voto
01. The Butcher
02. Machine
03. Gore Whore
04. Fall of Lazarus
05. Peyote

Self-produced
2012
Website

STEAK - "Disastronaught"

Gli inglesi hanno un particolare modo di interpretare la musica heavy psych. Prendiamo gli Orange Goblin: la loro miscela di biker rock, hard blues e primitive metal genera un sound efficace e di difficile emulazione, anche se rimangono evidenti le fonti da cui si abbeverano. Da Londra arrivano gli Steak che si presentano con l'EP autoprodotto "Disastronaught" e portano nel loro Dna gli stessi segni caratteriali dei Goblins che, mescolati ad una produzione "svedese", fanno della loro proposta, musica per organi caldi. Ma c'è dell'altro: un immaginario spaziale post apocalittico dove i protagonisti sono ridotti alla peggiore specie di umana decadenza. Pirati, assassini, approfittatori delle altrui disgrazie riempiono le storie di questo immaginario di decadi oscure.
L'iniziale "The Butcher" presenta questo affettatore di carni alla ricerca di vittime designate. Le chitarre sono come stiletti e la voce slitta su pozze di sangue: una cosa alla Dozer impregnati di humor nero e violenza assassina. "Machine" e "Gore Whore" descrivono il percorso che parte da "Frequencies from Planet Ten" e naufraga in "Coup the Grace": ovvero l'appassimento delle visioni colorate della psichedelia a favore di una sintesi virata verso l'aggressività senza remore. "Fall of Lazarus" allarga la proposta verso le corde espressive di Spirit Caravan e The Hidden Hand; i Pentagram che incontrano gli Unida, con una voce che punta dritto verso The Obsessed ma non dimentica la lezione di John Garcia e Ian Astbury: Wino non avrebbe potuto fare di meglio.
Il "Peyote" che gustiamo nel finale è quello delle morbidezze acustiche della doppia chitarra, un vero abbandono agli stati d'animo più riflessivi e rilassati. Un buon antipasto, non c'è che dire. I ragazzi credono in quello che fanno e curano nei dettagli ogni minima loro espressione artistica. Come la cover dal sapore Marvel che gioca con modelli tipici dei comics: altro segno di una visione più grande che una semplice raccolta di canzoni.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review! BUEY - "Universe Bellowing" @ Perkele.it


Voto
01. To Tirzah
02. The Clod and the Pebble
03. Earth's Answer
04. Piping Down the Valleys Wild
05. A Poison Tree
06. Nurse's Song
07. Nostrils
08. The Tyger
09. Infant Sorrow
10. Not to See
11. London
12. On His Head a Crown

Self produced
2012
Website

BUEY - "Universe Bellowing"

I Buey sono un power trio che mescola le menti di Rodrigo Villagràn (chitarra e voce), Guido Mezzinari (basso e voce) e Jordi Molina (batteria) con un risultato dal sapore squisitamente mediterraneo. Le influenze italiane e spagnole si sentono e anche se i ragazzi guardano da vicino il Rancho de la Luna, comunque non dimenticano i sapori e i colori dell'adolescenza; di conseguenza, ascoltando il loro primo album autoprodotto "Universe Bellowing" si ha la piacevole sensazione di vedere un equilibrio dinamico tra i Queens of the Stone Age e il primo underground rock (Litfiba e Heroes del Silencio soprattutto). I primi 3 prezzi sono esemplari in quanto ad espressione desertica legata ad una sensibilità latina, nel canto, nelle melodie e negli arrangiamenti.
Le risposte date da "Earth's Answer" sono quelle di un amore genuino verso il songwriting di mr. Homme, senza limitare la propria devozione unicamente verso il plagio, ma affermando la propria identità con risvolti efficaci come in "Piping Down the Valleys Wild" dove si rimane in casa Palm Springs ma dalla parte degli Eagles of Death Metal. Altre volte viene toccato il registro più propriamente post metal ("Infant Sorrow") ma senza intralciare una vocazione sanguigna che celebra le canzoni come una corsa in dune buggy. La stessa operazione che fecero anni fa i mai dimenticati Mammoth Volume (o, per rimanere in ambito underground, i Joe Maple) che svolsero la materia cervellotica del rock verso una rilettura acida ed heavy psych con risultati eccezionali. In quanto a sfumature robot/circolari "Nostrils" è una vera goduria dove i fraseggi di chitarra di Rodrigo si scontrano frontalmente con la sezione ritmica alla maniera delle Desert Sessions della prima ora; "London" fa incontrare il riff a la Brant Bjork con un cantato prossimo al climax New Wave e sembra funzionare; "Not to See" vede Jordi alla voce ed è sfumatamente punk; "On His Head a Crown" chiude il disco con una indole riflessiva che evidenzia come i ragazzi abbiano amato anche il grunge di Seattle.
Bisogna puntare su gruppi come i Buey: dimostrano una passione sincera in quello che stanno facendo e una ricerca della soluzione meno scontata che va sicuramente premiata. Come nel caso dei testi che «appartengono al poeta e incisore William Blake» [cit.]. Chapeau!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review! EVAN CAMINITI - "Dreamless Sleep" @ Perkele.it


Voto
01. Leaving the Island
02. Bright Midnight
03. Symmetry
04. Fading Dawn
05. Absteigend
06. Veiled Prayers
07. Becoming Pure Light

Thrill Jockey
2012
Website

EVAN CAMINITI - "Dreamless Sleep"

La Thrill Jockey, etichetta discografica di stanza a Chicago, dimostra qualità speciali nell'individuare quei movimenti sotterranei che fanno della musica la vera e propria materia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'arte. Pubblicando Arbouretum, White Hills, Pontiak e Alexander Tucker dimostra come una mentalità aperta verso la magia psichedelica possa creare album di altissima qualità anche se percorrono strade e soluzioni diverse. A conferma c'è la pubblicazione di questo bell'album "esplorativo" di Evan Caminiti (chitarrista nei Barn Owl) che con un seven pieces, snello nella durata, ci mostra il suo "Voyage Automatic" all'interno del cosmo o, a seconda delle fantasia dell'ascoltatore, l'esplorazione degli abissi marini. Non è un caso che venga citata la natura, poiché le tracce strumentali hanno in sé qualcosa di squisitamente organico: il battito lento di un cuore rilassato, il ritmo dolce di un respiro nel sonno, l'alchimia in technicolor delle visioni nei sogni. Esteticamente siamo ad una equidistanza tra Jesu, i sunn 0))) meno ingombranti e gli Ozric Tentacles in jam: il tutto apparentato con quello che poteva passare nella testa alle band kraut anni Settanta che prevedevano, attraverso il synth, ciò che si sarebbe ascoltato negli anni Ottanta (Jean-Michel Jarre, Mike Oldfiled, Kitaro).
Il viaggio ha inizio con un abbandono "Leaving the Island" e così, guardando alle spalle la terraferma che si allontana, si naufraga nel notturno brillante di "Bright Midnight" appoggiato interamente nel mood in crescita dei synth. Si sviluppano i temi espansivi di "Symmetry", "Fading Dawn", "Absteigend" e "Veiled Prayers" in continua mutazione diacronica tra chitarre pulite, micro fuzz evanescenti, delay maturi e flanger in combutta con phaser e si conclude il viaggio attraverso lo schiarirsi dell'orizzonte di "Becoming Pure Light" dove la chitarra abbandona i suoi mantra per diventare protagonista aggraziata e distorta.
Il tutto scorre piacevole e lento, come se la vita non dovesse finire mai, con un ritmo finalmente lontano dalle ansie, in ricerca della forma estetica più aderente alle nostre emozioni in continuo movimento, come nelle parole dell'artista: … It was deconstructed and reformed into a different album than what it had once been, echoing some of the themes I wanted the songs to reflect initially – the way our memory changes events in the past and how our surroundings define us.
Puro espressionismo della coscienza.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review! THEE JONES BONES - "Stones of Revolution" @ Perkele.it


Voto
01. Free
02. Alright for You
03. Out of Sync
04. All for the Money
05. Help Me
06. Lost Cause
07. Leave This City
08. Everything
09. Thinking About
10. Weekly in Love
11. Woody's Walk

Il Verso del Cinghiale / Goodfellas
2012
Website

THEE JONES BONES - "Stones of Revolution"

Thee Jones Bones: ovvero come imparai ad amare il rock and roll ripartendo dal blues e dalla chitarra acustica. Giunti al quarto album in studio (più una demo autoprodotta), il gruppo bresciano muove verso i Sessanta e i Settanta. Non sono affatto ingannevoli gli archi beatlesiani che sorreggono le frasi di chitarra nell'iniziale "Free" (nomen omen, tra l'altro): il linguaggio di questo disco è quanto di più "classic" si possa ascoltare nell'anno domini 2012. Rolling Stones, Led Zeppelin, Cactus, ZZ Top, New York Dolls e chi sa quanti altri gruppi costituiscono il background di Screaming Luke Duke (chitarre, voce), Brian Mec Lee (batteria), Frederick Micheli (chitarre, voci) e Paul Gheeza (basso, voci). Seppure siano sprazzi stoogesiani di chiara fama "Alright for You" (i Turbonegro sono sulle vostre tracce: vogliono questo pezzo!) e iridescenze glam "Out of Sync".
Lo stesso percorso lo hanno intrapreso di recente dagli emiliani Small Jackets, ma i nostri puntano più definitamente verso il songwriting ottenendo migliori risultati e più efficacia nel rompere la bolla del retronuevo. Qualcosa che fa ritornare in mente i ruspanti Black Keys, ma senza quel debosciato di Danger Mouse. "All for the Money" vede Keith Richards strimpellare e Mick Jagger zompettare; "Help Me", per contro, ha un'aria Lennoniana sporcata nei cieli del southern rock, con tanto di sezione fiati, e la causa persa di "Lost Cause" è quella che cerca di vincere da sempre il nostro caro Jon Spencer con la sua Blues Explosion. Barbe ispide e chitarre slide alla ZZ Top rompono la monotonia della città di provincia ("Leave This City") e c'è anche il tempo per innamorarsi in una Penny Lane di una Londra mai stata così solare ("Everything"). Tutto procede per il meglio quando la tua esperienza ti ha portato a sentire tanta bella musica: ti senti sicuro delle tue armi e te ne pavoneggi fieramente. Come quando si aprono dei singing together da paura in "Thinking About" insieme a female vocals che stuzzicano i vizi pruriginosi di noi maschietti: molto bene.
La conclusiva "Woody's Walk" ci ricorda che il rock'n'roll party non è finito e mai finirà. "I Wanna Rock", come diceva qualcuno una trentina di anni fa. E l'eco di quella richiesta non si è ancora spento. Meno male.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review! DSW - "Dust Storm Warning" @ Perkele.it


Voto
01. Outrun
02. Space Cubeship
03. 666.1.333
04. Dune (Instrumental Jam Session)
05. Lonely Coyote
06. Sherpa (Instrumental Jam Session)
07. Monkey Woman
08. Trippin the Drill
09. Rise
10. Wasteland (Instrumental Jam Session)
11. Requiem

Acid Cosmonaut Records
2012
Website

DSW - "Dust Storm Warning"

Non solo pizzica e taranta. Il Salento produce ben altro, oltre alla più nota musica folkloristica. D'altra parte, se dovessimo pensare al deserto, quale parte migliore dell'Italia si presterebbe a visioni di dune e miraggi di oasi? Ecco: il deserto. L'ambiente naturale in cui sviluppano le loro escursioni sonore i DSW, al primo full leght edito dalla neonata Acid Cosmonaut, dopo l'EP autoprodotto "Down Storm Watchers" del 2011 (disponibile in free download qui: http://www.jamendo.com/it/list/a87882/dawn-storm-watchers-ep se volete farvi un'idea). Il riff che introduce il disco parla di Unida, Orange Goblin, Kyuss e Spiritual Beggars, ovvero l'olimpo della psichedelia heavy. "Out Run" accelera laddove "Space Cubeship" ci fa viaggiare sui mid tempo di memoria Monster Magnet ed è subito amore a primo ascolto. Derivativi quanto vogliamo, ma se alla voce del Wolf (Ben Ward e Spice sono cugini diretti!) ci abbiniamo un sezione ritmica come quella di Fabio e Stefano, corroborata dal rifframa di Marco, allora è sempre un piacere riascoltare la musica che ci esalta, specie quando è prodotta da sincero coinvolgimento.
Non tutto, però, gode di luce riflessa: "Dune", come esplicato dalla didascalia stessa, è instrumental jam session: liberi da vincoli strutturali a forma canzone, i DSW danno il meglio. Riesce ad emergere una sintesi prettamente latina, alla maniera dei Los Natas, dove melodia e melancolia vanno a braccetto con la gli orizzonti de las pampas. Concetto ribadito nella successiva "Lonely Coyote" dove i solos di chitarra di Marco vanno a stuzzicare il jazz senza diventare noiosi. Il centro dell'album diventa sempre più dilatato, introspettivo e di conseguenza più coinvolgente. Le trame si fanno lente e si ha la sensazione di stare ad ascoltare i Colour Haze italiani ("Sherpa"), tanta è la spiritualità indotta da certi caldi passaggi. "Monkey Woman" (qualche ragazza vi ha fatto soffrire? Bene, dedicatele questo pezzo), "Rise" e "Trippin the Drill" ripassano sui territori dei bellissimi "Mantra III" e "Another Way to Shine" degli Spiritual Beggars senza macchiarsi di autocompiacimento e poi il finale è tutto della bellissima "Requiem" preceduta dalla terza ed ultima instrumental jam session "Wasteland".
La passionalità del grunge lambisce il songwriting e il lupo per la prima volta nel disco, non va dritto di gola, ma offre all'ascoltatore altre sfumature del suo personalissimo pentagramma. Bene. Peccato che il disco sia finito proprio ora. Ma si può sempre rimetterlo da capo. O, altrimenti, soffermarsi sui disegni del libretto che accompagnano con un'illustrazione ogni singola canzone. Potreste conoscere soggeti interessantissimi come "The Devil", "Sherpa" e "The Palnet". Merito tutto della combriccola Acid Cosmonaut Visions. La cosa inizia a farsi decisamente interessante. Bisogna approfondire.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review! MONDO NAIF "Essere Sotterraneo" @ Perkele.it


Voto
01. Uno
02. La terra trema
03. Violenta
04. Deuteria
05. Città
06. Eloise
07. Aiutami, sono un ladro
08. Come me
09. Mario
10. Boblaito
11. Y Fire

Go Down Records
2012
Website

MONDO NAIF - "Essere sotterraneo"

L'essere sotterraneo, sottoposto a mutazioni terribili e ad incubi da città contaminata, è il bambino che troviamo in copertina, fiero di essere un mostro e orgoglioso di rappresentare un unicum. I Mondo Naif sono maestri nel sondare le creature dell'underground, sia che si tratti di musica "post", sia maneggiando la poesia ermetica, e tramite la Go Down Records riescono a portare in superficie questo freak, donandogli la cittadinanza onoraria tra i vivi. A corredo della sua permanenza sulla terra emersa ci sono dieci pezzi di musica verace e sperimentale, più un intro recitato, che vanno ad abbeverarsi a qualsiasi influenza incontrata nel loro cammino: "Eloise" mischia i Verdena primordiali con una vena a la Smashing Pumpkins risultando convincente anche se fortemente protesa verso un pubblico teenagers; "Deuteria" le fa la controparte e appoggia su temi ancor più meditativi riguardanti l'amore e il rapporto con il gentil sesso.
Meglio quando lo stesso argomento è gestito in maniera più ruspante come in "Violenta" dove una scrittura musicale diretta ed ad alto tasso adrenalinico scartano lateralmente il rischio di cadere nel patetico ed offre un'occasione di cantare in italiano senza pagare pegno alle band anni Novanta che hanno fatto scuola. Piacevole il risultato di "Come me" dove il saliscendi ritmico produce notevoli effetti di coinvolgimento emotivo e la successiva "Mario" (Ligabue free) che aleggia su una certa spensieratezza alla Eagles of Death Metal distorti ed amplificati. Altre gemme raffinate sono "Boblalito" – blues in dodicesima battuta con testo da riderci su – e "La terra trema", vera e propria minisuite dove, tra piano e forte, viene affrontato un discorso compositivo ad ampio respiro innestato su un testo che omaggia romanticamente la propria terra, anche se può dimostrarsi ostile, e con essa la relazione che lega l'umanità alla radici in cui cresce e germoglia.
Chiusura morbida ed elegante con "Y Fire" fa pensare che possiamo aspettarci belle sorprese dal trio e che l'antica combinazione basso/chitarra/batteria ancora non smette di essere efficace anche in un paese che con il rock non ha mai fatto caposcuola. Magari in futuro, chissà.



Eugenio Di Giacomantonio

domenica 6 maggio 2012

New Report on Perkele!




ARBOURETUM
Roma - Circolo degli Artisti - 26/04/2012


Take your time. Prendi il tuo tempo. Non importa se sei lento e procedi al rallentatore: segui il tuo ritmo e le cose andranno per il verso giusto. Isaac Hayes è il massimo esponente di questa filosofia applicata alla musica con il suo soul ad alto tasso erotico in battuta profonda e l'idea che questo mood possa essere applicato anche a sonorità heavy psych ce la offrono gli Arbouretum, stasera al Circolo degli Artisti di Roma.
Freschi di una pubblicazione in combutta con gli Hush Arbors per la Thrill Jokey, viaggiano insieme al barbuto Luke Roberts, artefice di una musica tanto sognante quanto bucolica nelle sue divagazioni folk dal sapore rurale. È stato un peccato non averlo visto perchè l'immagine di un cantautore che si offre al pubblico solo con voce e chitarra è sempre affascinante. Ma ci rifacciamo con l'accoppiata The Cyborgs: malefico duo rock'n'roll tutto italiano in odore Bob Log al quadrato. Si presentano con maschera da saldatore appoggiata sopra a doppiopetto di pelle: una garanzia di buon gusto. Sparano semplici riff che accarezzano il pubblico chiedendo il loro intervento sostenuti da uno stranissimo intreccio tastiera e batteria. Come si può suonare nello stesso momento piatti, hit hat, cassa e keyboard? Andate a vederli e avrete la risposta; inoltre vi godrete un ottimo show che cerca le vostre voglie più sconce e le trova.
Una coltre di fumo presenta gli Arbouretum. La barba lunga da profeta detta legge. La chitarra è la protagonista assoluta con la sua devastante distorsione crunch americana sin dalle primissime note. Sotto, con precisione chirurgica, basso, batteria e tastiera (ed occasionalmente percussioni e tamburello) garantiscono un tappeto denso come lava. Iniziano con un pezzo fresco di stampa e il calore inizia a girare tra gli astanti. Caso più unico che raro, pochissima gente smuove la testa, segno che la voglia di non perdersi alcun passaggio è troppo alta e la concentrazione è ai massimi livelli. Dopo 5 minuti siamo già catturati dal sound ipnotico ma pregno di gentile melodia. È come assistere, da serpenti, al suono dell'incantatore: curiosità, attanagliamento e colpo di grazia. Quando partono i solos di chitarra, vorresti che non finissero mai. E il buon Dave Heumann (voce e chitarra) questo lo sa bene e spinge le corde fino alla quarta dimensione e puntualmente il suono del basso prende una diramazione occasionale per riportare tutto a casa, come nella bellissima "St. Anthony's Fire". "The White Bird" è di una bellezza talmente sconvolgente che viene rallentata e distorta ulteriormente per garantire il prolungamento dell'estasi, ed altrettanto si può dire di tutte le canzoni ripescate da "The Gathering", album che segna uno stato di grazia per la band. Non vengono snobbate neanche le primissime uscite, come "Tonight's a Jewel", altamente significante nell'omaggiare la scrittura di Nick Drake, e "Mohammed's Hex and Bounty", bellissima nel portarti a spasso a piedi nudi nella brughiera.
I pezzi si allungano e il tempo passa troppo velocemente. Dopo un'ora siamo già ai reclamatissimi bis: "False Spring" è una vera e propria elegia della libertà e l'ultimissima "The Highwayman" tocca il vertice dell'intero concerto proprio negli ultimi minuti. Vero che è una cover di Jimmy Webb, ma gli Arbouretum hanno saputo far fiorire quel giardino che il buon Jimmy aveva solo seminato. Nessun altro pezzo avrebbe potuto terminare questo live con altrettanta bellezza incantatoria: vera poesia in musica ed elisir di dolce vita. Dopo tutti a nanna. Di più non si poteva proprio fare. O forse sì, dato che lo sguardo basito di Dave in direzione del fonico che gli intimava lo stop verso mezzanotte è stato indice di una voglia di continuare a suonare difficile da stemperare. Ma non fa niente. Roma ha ospitato gli Arboretum ed oggi è stato un bellissimo giorno per tutti.


Eugenio Di Giacomantonio

lunedì 16 aprile 2012

New Review @ Perkele.it


Voto
01. We Choose Who Will Stand
02. Tex Mex
03. Isaac's Wife Song
04. Unbalanced
05. Road Pizza
06. My Crusade
07. Take Some Pills
08. No Country for Musicians
09. Inhale
10. Orange Blossoms and Four Swans

Go Down Records
2012
Website

BONES & COMFORT - "Mothersheep"

Daniele, Alberto e Luca sono tre ragazzi veraci. Si sente dalla loro musica. Fedeli e coerenti con una idea di DIY viscerale e totalitaria. "Mothersheep", secondo disco della creatura Bones & Comfort edito dalla Go Down Records, è pura espressione di genuinità: un'escursione nei suoni "carne e patate" dell'America rock del confine, più volte citata anche nei titoli ("Tex Mex", "Road Pizza") e valicante le paludi della Lousiana alla ricerca di redneck per farsi una birra e l'ennesimo joint.
Si parte con una scelta precisa: "We Choose Who Will Stand". Un richiamo alla famiglia, ai bickers, ai bevitori incalliti. Una sorta di Down song leggermente più groovie: i Loudmouth, per chi se li ricordasse, band del secolo scorso che applicava il verbo anselmiano a finezze in puro stile Chicago's sound. Un intro col botto. Colpisce in punta di fioretto con un ritornello da corna al cielo la bellissima "Tex Mex" e l'intenzione di unire vibes alla Tito & Tarantula con Clutch riffing è riuscita. Una bestemmia si sa, ma la cosa funziona perfettamente. Quando a metà pezzo il ponte reintroduce il chorus ci si sente proprio li, ad urlare sotto al palco "give me more beer!". Pazzesco. Scrittura felice anche quella della seguente "Isaac's Wife Song" che ribadisce il concetto di suoni grezzi applicate a strutture quasi street rock. "Unbalanced" è simpatico interludio rasente l'improvvisazione jazz che fa da controcanto a "Road Pizza", una celebrazione del mitico Wino e delle sue numerose creature (Spirit Caravan su tutte) tanta è la forza impressa nelle parti vocali e nei solos di chitarra. Concetto ribadito e rinforzato anche nella successiva "My Crusade", seppure lo sguardo si posi su qualche capitolo indietro, primi anni Novanta, scena del Maryland con band quali Iron Man, Wretched e The Obsessed: leggermente più doom, insomma.
Con "Take Some Pills" si segue il consiglio dato e ci si adagia all'ombra delle palme, con chitarra acustica ad osservare l'orizzonte fumante. È un passaggio breve, perché "No Country for Musicians" riporta il ritmo accelerato ed il Southern Comfort, anche se si scontra frontalmente con le considerazioni espresse nel testo e nel finale un'aurea plumbea viene a strozzare l'allegria del mood iniziale. "Inhale" è bong formalmente stoner che insiste nel lato più tribale della faccenda e la conclusiva "Orange Blossoms and Four Swans" è una vecchia conoscenza dei più accorti, dato che è stata pubblicata in "Desert Sound vol. 4" circa un paio di mesi prima dell'uscita ufficiale. Pezzo ricco e brillantemente strutturato su una chitarra settantiana ai massimi livelli che fa twin con le vocals. Stupenda. Tutti gli ingredienti finora espressi confluiscono e si fondono in un finale con i fiocchi: il minutaggio cresce e l'espressione si articola. Si apre una porta verso la musica jam per eccelenza, il blues, e poi, di colpo, tutto finisce con cori maledettamente gospel a ripetere il titolo. Ottimo.
Seconda prova brillante e riuscitissima questa dei Bones & Comfort. Godeteveli dal vivo, se potete e chiedete ai vostri spacciatori more pot and more beer, please...



Eugenio Di Giacomantonio

giovedì 5 aprile 2012

New Review @ Perkele.it


Voto
01. Angels Gone
02. Candy Cars
03. Naked Lady
04. Track of You
05. Shall I Walk Around
06. Let Desire Come
07. Hungry Thieves
08. Crash
09. Pills of Fire

Go Down Records
2012
Website

ALICE TAMBOURINE LOVER - "Naked Songs"

Una parte degli Alix (storica band psychedelic della prima ondata di stoner italiano) ha deciso di riunirsi attorno al progetto Alice Tambourine Lover, facendoci gradita sorpresa. Alice Albertazzi e Gianfranco Romanelli (coppia nella vita e nella musica) appendono al muro le distorsioni della band madre (ma non il wah wah!) presentandosi con nove gemme di autentico candore. Un dolce tappeto acustico dove esplorare al meglio le qualità vocali di Alice, vera chanteuse dalla classe cristallina, e dove il risultato assomiglia molto, nella forma, alla primigenia creatività di una PJ Harvey di album come "Dry" e "Rid of Me" ("Track of You" e soprattutto "Shall I Walk Around") e nei contenuti riflette un mood interiore libero di esprimersi in qualunque registro: folk, country, blues al ralenti o psychedelic roots. Qualcosa di simile a ciò che ha fatto, di recente, Jason Simon dei Dead Meadow, registrando le sue honey songs solo con l'ausilio della chitarra classica e di qualche inserto effettistico.
In queste "Naked Songs" (mai titolo fu più azzeccato) troviamo giri settantiani di "Angels Gone" e "Candy Cars" (quest'ultima è sintesi perfetta di come avrebbero potuto suonare gli Alice In Chains se nel loro "Unplugged" ci fosse stata una femme fatale al canto), spogliati di qualunque ruvidezza e appoggiati a chorus desiderosi di sporcarsi con il pop. In certe occasioni il discorso diviene via via più intimista, come nelle bellissime "Let Desires Come" e "Pills of Fire" dove la voglia di raccontarsi, di esplorare le proprie emozioni, è tanto più funzionale quanto le strutture compositive rimangono semplici ed evocative; altre volte il ritmo cresce e la voglia di lasciarsi andare segue traiettorie più allegre, "Hungry Thieves", ritmo in levare e schiocco delle dita assicurato e "Crash" dove Alice sembra tornare bambina, tanta è la spontaneità riscontrabile nei suoi vocalizzi. Il tutto risuona omogeneo e privo di forzature, cosa non di poco conto se consideriamo che gli Alix godono di una riconoscibiltà tale da non permettere, ipoteticamente, cambi di direzione: a maggior ragione, chapeau! Speriamo che il progetto non si limiti a questo singolo episodio e affronti al meglio il discorso appena iniziato.
"Naked Songs", canzoni nude: un volo d'uccello sugli elementi basici della musica che si ama, con cui si è cresciuti. Un ritorno a casa con la testa sgombra da cattivi pensieri, con la volontà di creare un calore famigliare, un angolo dove raccogliere le forze. Chiunque abbia voglia di farsi accarezzare le orecchie, deve interessarsi a questo progetto: true songs in a true life.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review @ Perkele.it


Voto
01. Bathtub Monologue
02. Bandwagon
03. Warrior
04. Shihong
05. Speeding Bullets
06. Orange Milagres
07. Saint Louis Casinò
08. Intro for Lovers in Flames
09. Silk Dance
10. Psycho Popular Shit
11. Letter from an Unknwon
12. Room 87

Self produced
2011
Website

MADKIN - "Perdone la molestia"

Due anime ben distinte animano il progetto chiamato Madkin. La prima vive nell'ipotalamo ed ha memoria della scena di Seattle, con tutte le sue varianti oltreconfine (Stone Temple Pilots); l'altra è situata nella ghiandola pineale, terzo occhio preveggente che guarda agli spazi desertici che circondano il Rancho de la Luna. Le due anime sono tenute insieme da Serena, vera e passionale riot girl che ha più di una onesta infatuazione per Courtney Love e un pezzo come "Bandwagon" sta a dimostrare come si può amare la vedova Kobain senza fargli il verso, ma rinnovando le coordinate: grande riff, elevato tasso energetico e chorus da manuale. Una probabile hit per le radio rock.
Ma anche altri elementi navigano nel mare di "Perdone la molestia" , primo album autoprodotto, come la bella coda al sapore Marlene di "Shihong", un tuffo nell'alternative italiano degli anni Novanta, e come "Speeding Bullets" che si abbevera del sacro fuoco Queens of the Stone Age degli splendori di "Songs for the Deaf". Tutto scorre via senza intoppi e la caratteristica che viene fuori riguarda la capacità del gruppo di inserire cose semplici e ben arrangiate in un contesto melodico raffinato. Non si hanno problemi a risolvere le composizioni in anthem orecchiabili, insomma, e tutto questo depone a loro favore.
"St. Louis Casno" fa il paio con "Letter from a Unknown" per riaggiornare il concetto della New Wave di Ottantiana memoria con una costruzione stratificata delle chitarre ritmiche; "Silk Dance" nasce nell' humus di PJ Harvey; "Orange Milagres" ha la stessa passionalità degli Smashing Punkins e "Intro for Lovers in Flames" sarebbe potuta benissimo stare all'interno di qualunque Desert Sessions. Il trittico finale abbassa di poco il ritmo ma solo per approfondire l'esplorazione della propria mappa sentimentale, senza essere mai languidi, né tantomeno patetici. Infine bisogna menzionare l'ottimo lavoro di registrazione e missaggio effettuato presso gli Snakes Studio che danno all'album un tono genuinamente internazionale.
Noi, dalla nostra, auguriamo ai ragazzi un sano tour oltreoceano quanto prima, in modo tale da far conoscere la loro proposta anche ad una platea non provinciale come quella italiana: cheers!



Eugenio Di Giacomantonio
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sabato 31 marzo 2012

New Review @ Perkele.it


Voto
01. By the Sun of the Light Keeper
02. Internal Dictatorship
03. Power Is a Splendid Shroud
04. Lovecraftopolis (Part I)

Moonlight Records
2011
Website

TALISMAN STONE - "Lovecraftopolis"

Un fiore appuntito ed aguzzo colore dell'oro. Immagine ispida ed avvolgente allo stesso tempo. Visioni lugubri e decadenti addolcite da aromi speziati e da una sensibilità squisitamente femminile. Al secondo full lenght i Talisman Stone ci offrono la lettura più candidamente sperimentale della propria metà oscura. Double bass, drums and sitar. Voce maschile più voce femminile. La chitarra non conta. Non serve. Se pensate che il muro di suono così prodotto non è sufficiente a stordirvi da capo a piedi, beh, terminate qui la vostra lettura e inserite un disco di Yngwie Malmsteen. Se invece avete bisogno di pura malvagità Burning Witch, corroborata dal lento passo Sleep, allora procuratevi questo "Lovecraftopolis" e buon viaggio all'inferno.
"By the Sun of the Light Keeper" è il biglietto d'ingresso: pure doom from other space. La voce di Erica ammalia con cantilene da maga circe e la distorsione che creano i due bassi viene stemperata da dolci passaggi di "pattern" ambientali. Qualcosa che va in direzione shoegaze ma senza insistere sui stilemi del genere. "Internal Dictatorship" insiste sull'argomento con generosi innesti di flauto e tabla (suonate da Lucia) ma è un'istante, perchè Andrea, degno sacerdote del rito growl, riporta tutto su coordinate nere come la pece. Uno/due iniziale niente male, considerano che siamo già oltre i quindici minuti di esperienza lisergica. Il centro del disco propone due capitoli fondamentali e profondamente legati: "Power Is a Splendid Shroud" e "Lovecraftopolis (Part I)". La prima spalanca le porte sul gange, fiume sacro che proietta i propri demoni interiori all'esterno. Un lungo e ispirato intro con sitar addolcisce l'orizzonte, ma, come ogni elemento in questo disco, è solo la controparte del maligno. Oltre dieci minuti di saliscendi emotivo e siamo pronti per la chiusura con la title track, una versione sciamanica di come avrebbero potuto suonare gli OM se fossero nati nella generosa terra romagnola. Nell'intermezzo la musica tace per un secondo ed Erica offre i suoi lamenti all'infinito che ha di fronte. Pura esperienza mistica. Poi, lentamente, i due bassi continuano a rullare e tutto, delicatamente, si spegne.
Originalità e voglia di sperimentare: questo è quello che ci piace nella nutrita schiera di gruppi italiani che si sta nutrendo di doom, occult rock, alchimie segrete e droghe sconosciute. Hail to magicians!


Eugenio Di Giacomantonio