lunedì 27 febbraio 2012

Turbomatt: Live @ Fun House Club (TE) with Singing Dogs, Trio Banana 24 febbraio 2012



New Review on line!


Voto
01. Jack Staff
02. Case of Fidelity
03. Lilith
04. Tree of Life
05. Dreamcatcher
06. At the Helm
07. Sunken Ships
08. The Timeline's History
09. Nest of Vipers (A Multitude of Sins)
Small Stone Recordings
2012
Website
GREENLEAF - "Nest of Vipers"

Si rimane sempre sorpresi quando la somma delle parti produce molto di più della semplice aritmetica. E quando le parti sono groove, Seventies guitar, Southern Comfort e il risultato sono i Greenleaf, la sorpresa è ancora più piacevole. Nati dalla mescola di elementi di Dozer e Demon Cleaner e negli anni aperti a collaborazioni con Oskar dei Truckfighters e Peder dei Lowrider, si erano perse le tracce dall'ultimo "Agents of Ahriman", uscito nel 2007. Ora la Small Stone è pronta al rilascio del nuovissimo "Nest of Vipers", album che cattura la band in stato di grazia dato che si è prodotta una sintesi perfetta di stoner e psichedelia evoluta.
L'uno/due/tre iniziale è da manifesto: intro dal sapore "Meddle" e massicci riff di natura post QOTSA, legati a ritmiche basso e batteria direttamente ripescate dalla pozione Mel Schacher/Don Brewer di Gran Funk Railroad memoria. Una goduria. Forma e Sostanza. In poco più di dieci minuti rispolverano le influenze hard di 30 anni donando un suono unico alle nuove generazioni. Con "Tree of Life" (omaggio a Terrence Malick?) il viaggio torna a farsi introspettivo, ma è questione di attimi perché "Dreamcatcher" torna a sondare l'immaginario Fu Manchu solo come gli originali sanno fare. Si risente l'eco space di tastiere intergalattiche nella bellissima "At the Helm". Un pezzo che non fa rimpiangere la dipartita dei confratelli Mammoth Volume. Che dio li abbia in gloria. Noi ci consoliamo con i loro eredi più prossimi.
West Coast e chiatarre acustiche da falò in riva al mare ci portano le "Sunken Ships" all'orizzonte; anche questo è un brano straordinariamente costruito, bilanciato com'è tra hard da bere tutto d'un fiato e intermezzi prog/sabbattiani. "The Timeline's History" ci riporta quando la storia la scrivevano i duelli tra i solos di chitarra e quelli di basso, e la batteria faceva da combustibile per tirare avanti, avanti e avanti sempre, ancora... fino allo stordimento dei sensi, e qui, persi into the void, arriva la title track, moltitudine dei nostri peccati. Otto minuti pieni di flower trip, con Per Wiberg, ex Opeth, a trovare rifugio psych nelle tastiere, bellissime e magniloquenti per esaltare al massimo l'idea di conpenetrazione dell'ignoto anche quando tutto intorno a noi è nero pesto.
Se fossero nati nella metà dei Sessanta, i Greenleaf avrebbero potuto aprire per i Cream senza sfiguare e con la mente sono sicuramente ancora da quelle parti, dispersi tra un Woodstock in acido e un live all'isola d i Wight, lanciando strane frequenze distorne nell'etere, giunte fino a noi, oggi, anno domini 2012. (Heavy) Rock save your sinful souls, brothers!



Eugenio Di Giacomantonio 

New Review on line!


Voto
01. Intro
02. Neverland
03. Deathmint
04. Diamond in the Rough
05. You
06. Lose Yourself
07. Interlude
08. You, Robot
09. Moom
10. Painted Black
11. Hooks
12. Home
13. Datzun
Small Stone Recordings
2012
Website
MANGOO - "Neverland"

Consultare un press kit della Small Stone Recordings che cita, nell'ordine, Queens of the Stone Age, Foo Fighters, Dozer, Obiat, Rush, Yes, Luder, Giant Brain, Earthlings?, per identificare i finlandesi Mangoo in uscita con "Neverland", non può far altro che generare una pruriginosa curiosità. Se aggiungiamo una cover art con funghetto allucinogeno in ambientazione prog tardo seventies (Pink Fairies!) la curiosità diventa morbosa. Come faranno i nostri Pickles (chitarra e voci), Mattarn (chitarra), Igor (basso), Teemu (batteria) e Nikky (tastiere) a combinare questi elementi in un mantecato ad alto contenuto proteico è presto detto: free form heavy psych a servizio di una forte struttura delle armonie vocali.
Pare proprio di sentire la magniloquenza Rush in un pezzo come "Deathmint" in scontro frontale con un idea espansa della percezione spacey e con finale epico da alzata di scudi. "Diamond in the Rough" parte con idee alla pubrock e finisce per citare roboticamente i QOTSA. Cose inpensabili fino a quando non le senti. Come "You" che fonde la ballad americana (quella che, per indenderci, passa indenne stagioni 60/70/80/90 mantenendo sempre una spiccata riconoscibilità) con i cugini Dozer e Lowrider. Quando affrontano lo stoner di petto con "Lose Yourself" bisogna riconoscere ai nord europei una sensibilità speciale nella produzione del suono. Riescono ad essere il punto medio tra l'America e l'Inghilterra e se pensiamo che la stessa band ha curato la registrazione e la post produzione, non possiamo far altro che riconoscere che la qualità dell'intera "sovrastuttura" musicale nordeuropea (sale prove, studi di registrazione, mezzi a disposizione) sono di gran lunga superiori alla disponibilità degli altri gruppi, di altri paesi. Ciò genera anche una libertà compositiva notevole perché migliori strumenti fanno migliori musicisti
e l'intervallo pseudo lounge di "Interlude" è lì a dimostrarlo.
"You Robot" torna ai Queens con cori da arena rock e la successiva "Moom" ribadisce che la band sa scrivere pezzi fast and furious di facile presa pop come i Foo Fighters. "Painted Black" non ha nulla a che fare con i Rolling Stones e fa combine "sentimentale" con "Hooks": due ballad mescolate a rinculi hard con sorprese di fiati e synth. Il divertissement di "Home", rustico honky tonky per banjo, prelude al finale heavy psych di "Datzun", mostodonte che replica l'iniziale "Neverland" e, in chissà quale modo, riescono a riportare tutto a casa. Astenersi chi ricerca una identità specifica e facilmente riconoscibile, i Mangoo sono qui per chi vuole farsi un volo d'uccello sui generi, con spensieratezza, senza appesantire il carico con intellettualismi: potreste correre il rischio di trovarvi a canticchiare le loro canzoni.



Eugenio Di Giacomantonio 

giovedì 2 febbraio 2012

New Report on Perkele.it!




MORKOBOT + VIBRATACORE
LND - 21/01/2012


Immaginate gli Hawkwind con Steve Albini in sala di regia. Oppure dei matematici che imbracciano lo strumento. O meglio ancora dei Don Caballero in crisi di astinenza. Tutto questo sono i Morkobot. Dei degenerati in cerca della formula esatta. O dei pazzi monomaniaci senza nessuna corrispondenza farmaceutica. Stasera sono all'L.N.D., associazione culturale ricca di pregio nella sperduta provincia teramana, che mette sullo stesso piatto Vibratacore e Lin Lan Len (i messaggeri di Morkobot), delitto perfetto e castigo per le nostre colpe.

I padroni di casa offrono un set di una mezz'ora al fulmicotone. I Vibratacore tritano grind, post core e crossover con una violenza inaudita. "Good Morning Pain" inventa il concetto della formula, "Doomsday" non mantiene niente di quello che promette il titolo, dato che in poco più di due minuti vomita una quantità di riff tale da costruirci almeno tre canzoni doom e "For My Family" è il grido di appertenenza urlato insieme al compare Mauro dei fratelli MuD, altro gruppo, nel genere, da tenere sott'occhio. Sul palco Andrea, il cantante, si diverte e cerca il coinvolgimento delle prime file, Marco e Lorenzo, drums and bass, arrivano allo stomaco come un piatto di mazzarelle in putrescenza e la chitarra di Fango è puro odio rabbioso; sotto, il pubblico, ha l'aspetto di una vergine stuprata. Non resta che trovare riparo al banchetto del merchandising dove i ragazzi ci fanno capire, con un intuizione geniale, che il download del cd può passare attraverso altre vie, anche digitando il codice trovato sull'etichetta di una bottiglia di Montepulciano superiore marchiato con il logo della band. Buon sangue non mente.

Un effetto spacetronic introduce l'entità aliena Morkobot sul pianeta terra. Il pretesto è la fresca pubblicazione di "Morbo", quarto album della band e ultimo capitolo della trilogia iniziata con "Mostro" e continuata con "Morto", per la Supernatural Cat. L'entità è priva di voce ma le sue intenzioni le cogliamo al volo: distruggere la razza umana. È quello che fanno impastando il vortice dei due bassi con risultati vicini alla trance psichedelica. Al loro servizio hanno una quantità di pedali che sparano suoni micidiali, a volte simili a chitarre acide, altre volte simili a tastiere snaturate; il tutto corroborato da un gorilla depilato (ormai ne siamo certi!) seduto dietro la batteria. Classe alla Mike Bordin e sostanza alla Tambours du Bronx, picchia dentro un barile di ferro con naturalezza. Rompe e ricostruisce strutture articolate e ritmi spezzati. Il batterista perfetto. "Dentro" i suoi colpi si amalgamo riff distorti dal sapore zappiano e pause spaziali per riprendere fiato. Poi, dopo una quarantina di minuti, l'entità si dissolve senza concedere bis e torna da dove era venuta, senza dimenticare di fare il pieno di Genziana, acqua ardente per i motori intergalattici.
La notte non è ancora terminata. C'è da alzare in alto i bicchieri a favore dei ragazzi dell'L.N.D. che dimostrano ancora una volta che la cordialità abruzzese unita a scelte giuste, produce bellissimi risultati. Lo sanno bene anche i nostri Lin Lan Len che, tornando sulla terra in umane sembianze, non si risparmiamo davanti ad una pizza rustica e l'ennesimo sorso di genziana.
Cheers!



Eugenio Di Giacomantonio