sabato 31 marzo 2012

New Review @ Perkele.it


Voto
01. By the Sun of the Light Keeper
02. Internal Dictatorship
03. Power Is a Splendid Shroud
04. Lovecraftopolis (Part I)

Moonlight Records
2011
Website

TALISMAN STONE - "Lovecraftopolis"

Un fiore appuntito ed aguzzo colore dell'oro. Immagine ispida ed avvolgente allo stesso tempo. Visioni lugubri e decadenti addolcite da aromi speziati e da una sensibilità squisitamente femminile. Al secondo full lenght i Talisman Stone ci offrono la lettura più candidamente sperimentale della propria metà oscura. Double bass, drums and sitar. Voce maschile più voce femminile. La chitarra non conta. Non serve. Se pensate che il muro di suono così prodotto non è sufficiente a stordirvi da capo a piedi, beh, terminate qui la vostra lettura e inserite un disco di Yngwie Malmsteen. Se invece avete bisogno di pura malvagità Burning Witch, corroborata dal lento passo Sleep, allora procuratevi questo "Lovecraftopolis" e buon viaggio all'inferno.
"By the Sun of the Light Keeper" è il biglietto d'ingresso: pure doom from other space. La voce di Erica ammalia con cantilene da maga circe e la distorsione che creano i due bassi viene stemperata da dolci passaggi di "pattern" ambientali. Qualcosa che va in direzione shoegaze ma senza insistere sui stilemi del genere. "Internal Dictatorship" insiste sull'argomento con generosi innesti di flauto e tabla (suonate da Lucia) ma è un'istante, perchè Andrea, degno sacerdote del rito growl, riporta tutto su coordinate nere come la pece. Uno/due iniziale niente male, considerano che siamo già oltre i quindici minuti di esperienza lisergica. Il centro del disco propone due capitoli fondamentali e profondamente legati: "Power Is a Splendid Shroud" e "Lovecraftopolis (Part I)". La prima spalanca le porte sul gange, fiume sacro che proietta i propri demoni interiori all'esterno. Un lungo e ispirato intro con sitar addolcisce l'orizzonte, ma, come ogni elemento in questo disco, è solo la controparte del maligno. Oltre dieci minuti di saliscendi emotivo e siamo pronti per la chiusura con la title track, una versione sciamanica di come avrebbero potuto suonare gli OM se fossero nati nella generosa terra romagnola. Nell'intermezzo la musica tace per un secondo ed Erica offre i suoi lamenti all'infinito che ha di fronte. Pura esperienza mistica. Poi, lentamente, i due bassi continuano a rullare e tutto, delicatamente, si spegne.
Originalità e voglia di sperimentare: questo è quello che ci piace nella nutrita schiera di gruppi italiani che si sta nutrendo di doom, occult rock, alchimie segrete e droghe sconosciute. Hail to magicians!


Eugenio Di Giacomantonio

giovedì 8 marzo 2012

New Review on Line!


Voto
01. Foxes & Fruits
02. New Sonic Dreamers
03. Karimba Ramba
04. Friend Sheep
05. The Present
06. My Sweet Deafness
07. Muddle
08. Robin in Da Hood
09. The Treatment
10. Azathot

New Sonic Records
2012
Website

SOUL OF THE CAVE - "The Treatment"

I Soul of the Cave si presentano in maniera molto professionale con un bel dischetto digipack, edito dalla New Sonic Records, corredato con un bel librettino di testi. Il loro vocabolario espressivo nasce dal'incrocio tra gli automatismi del paesaggio urbano e l'esplorazione del proprio intimo: il trattamento che ci propongono è quello di esplosione dei propri impulsi primordiali con un grido di rabbia. Profondità Smashing Pumpkins applicata al male di vivere Placebo, potremmo ipotizzare. E non si va tanto lontano da due queste band soprattutto nei primi tre pezzi dove si sente più di qualche eco indie/post. In aggiunta non c'è snobismo verso una concezione del rock in maniera pop (come lo si poteva intendere nei primi anni Novanta) e questo è un punto a loro favore in quanto denota una certa apertura mentale e una possibilità di attraversare la barriera degli aficionados.
"Friend Sheep" (titolo capolavoro!) è una bella mazzata che si contamina col Karate sound ed articolazioni da June of 44 velocizzati, a far da contrasto con l'introspettiva "The Present", riflessione agrodolce sulla propria esistenza. "My Sweet Deafness" sorprende con un ritmo sghembo e un fraseggio di chitarra trance/orientaleggiante dove Giovanni incastra laceranti sfoghi vocali in maniera esemplare. La successiva "Muddle" è la cosa meglio riuscita dell'intero lotto: un pezzo semi strumentale (eccezione fatta per il recitato a metà brano) che parte desertico, si arrampica verso altopiani spaziali e si deposita nella galassia Pelican/Isis. Il tutto decorato con synth ed effettistica vintage, tenuti a sorveglianza dei vari rallentamenti ed accelerazioni che riescono a creare un mini trip mentale. E qui che si dovrebbe affondare il colpo per le esplorazioni compositive che verrano. "Robin in Da Hood" (altro titolo notevole!) riprende il discorso appena interrotto e spiana la strada per la title track, altro brano sul mood post rock. Il finale di "Azathot" ingrossa i volumi con un riff crossover che gioca a contrasto con arpeggi delicati e la ghost track ("Scream") mantiene quello che il titolo promette.
La dedizione e la passione sono evidenti così come la professionalità messa in gioco (David Lenci del RedHouse è coinvolto in un episodio e John Golden si è occupato del mastering oltreoceano). Ora, per fare il disco perfetto, bisognerebbe togliere qualche ripetizione di troppo e sondare strade adiacenti a quella intrapresa. I ragazzi sono svegli e noi siamo pronti per una gradevole sorpresa.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review on Line!


Voto
01. Makin' Day
02. Nail Creeps
03. Bad Drawn Man
04. Empty Shell

Self produced
2012
Website

WEAKNESS IN THEIR STRUCTURE - "Weakness In Their Structure"

Ci sono delle band che proprio non si possono emulare. Primi nomi a venire in mente: Om, Earth, Liquid Sound Company. Gruppi nati da un'alchimia difficilmente rinnovabile, che fanno del suono, il "proprio" ineguagliabile stile. Per chi si mettesse sulla loro strada a studiare gli accordi, le ritmiche, le dinamiche della composizione, difficilmente potrebbero risultare altrettanto convincenti come le fonti da cui si abbeverano. Tra questi giganti del rock contemporaneo ci sono certamente i Tool, numi tutelari dei Weakness In Their Structure, da Roma, che si presentano, dopo una gavetta di 15 anni, con un EP omonimo di 4 pezzi.
Ad un primo disattento ascolto il giudizio sarebbe impietoso. I WITS sono i Tool in tutto e per tutto: stessa concezione dei pezzi, stessi intro e sviluppi, stesso phatos emotivo. In una parola verrebbe voglia di toglierli dal lettore e mettere gli originali. Poi, continuando ad ascoltarli in un spazio di tempo di più ampio respiro, emergono alcune piacevoli differenze: un bellissimo intermezzo tribale nella lunga "Nail Creeps" che farebbe impallidire, per efficacia e determinazione, i Kyuss ultimo periodo; la coda di "Bad Drawn Man" che rivisita il crossover tout court della fine degli anni Novanta mescolando il registro tooliano con respiri alla Deftones; infine, la parte iniziale di "Empty Shell" sapientemente coadiuvata intorno ad una nuova idea di post rock, raffinato ed evoluto.
Citando le parole del gruppo stesso che vede questo EP «solo il primo passo e non un punto di arrivo per la band», non possiamo far altro che augurare loro una spinta coraggiosa verso il "proprio" modo di comunicare, lasciandosi alle spalle padri e padrini. Solo allora brinderemo insieme ad Alessandro, Emiliano, Paco e Gianluca per il bellissimo capolavoro realizzato.



Eugenio Di Giacomantonio