lunedì 16 aprile 2012

New Review @ Perkele.it


Voto
01. We Choose Who Will Stand
02. Tex Mex
03. Isaac's Wife Song
04. Unbalanced
05. Road Pizza
06. My Crusade
07. Take Some Pills
08. No Country for Musicians
09. Inhale
10. Orange Blossoms and Four Swans

Go Down Records
2012
Website

BONES & COMFORT - "Mothersheep"

Daniele, Alberto e Luca sono tre ragazzi veraci. Si sente dalla loro musica. Fedeli e coerenti con una idea di DIY viscerale e totalitaria. "Mothersheep", secondo disco della creatura Bones & Comfort edito dalla Go Down Records, è pura espressione di genuinità: un'escursione nei suoni "carne e patate" dell'America rock del confine, più volte citata anche nei titoli ("Tex Mex", "Road Pizza") e valicante le paludi della Lousiana alla ricerca di redneck per farsi una birra e l'ennesimo joint.
Si parte con una scelta precisa: "We Choose Who Will Stand". Un richiamo alla famiglia, ai bickers, ai bevitori incalliti. Una sorta di Down song leggermente più groovie: i Loudmouth, per chi se li ricordasse, band del secolo scorso che applicava il verbo anselmiano a finezze in puro stile Chicago's sound. Un intro col botto. Colpisce in punta di fioretto con un ritornello da corna al cielo la bellissima "Tex Mex" e l'intenzione di unire vibes alla Tito & Tarantula con Clutch riffing è riuscita. Una bestemmia si sa, ma la cosa funziona perfettamente. Quando a metà pezzo il ponte reintroduce il chorus ci si sente proprio li, ad urlare sotto al palco "give me more beer!". Pazzesco. Scrittura felice anche quella della seguente "Isaac's Wife Song" che ribadisce il concetto di suoni grezzi applicate a strutture quasi street rock. "Unbalanced" è simpatico interludio rasente l'improvvisazione jazz che fa da controcanto a "Road Pizza", una celebrazione del mitico Wino e delle sue numerose creature (Spirit Caravan su tutte) tanta è la forza impressa nelle parti vocali e nei solos di chitarra. Concetto ribadito e rinforzato anche nella successiva "My Crusade", seppure lo sguardo si posi su qualche capitolo indietro, primi anni Novanta, scena del Maryland con band quali Iron Man, Wretched e The Obsessed: leggermente più doom, insomma.
Con "Take Some Pills" si segue il consiglio dato e ci si adagia all'ombra delle palme, con chitarra acustica ad osservare l'orizzonte fumante. È un passaggio breve, perché "No Country for Musicians" riporta il ritmo accelerato ed il Southern Comfort, anche se si scontra frontalmente con le considerazioni espresse nel testo e nel finale un'aurea plumbea viene a strozzare l'allegria del mood iniziale. "Inhale" è bong formalmente stoner che insiste nel lato più tribale della faccenda e la conclusiva "Orange Blossoms and Four Swans" è una vecchia conoscenza dei più accorti, dato che è stata pubblicata in "Desert Sound vol. 4" circa un paio di mesi prima dell'uscita ufficiale. Pezzo ricco e brillantemente strutturato su una chitarra settantiana ai massimi livelli che fa twin con le vocals. Stupenda. Tutti gli ingredienti finora espressi confluiscono e si fondono in un finale con i fiocchi: il minutaggio cresce e l'espressione si articola. Si apre una porta verso la musica jam per eccelenza, il blues, e poi, di colpo, tutto finisce con cori maledettamente gospel a ripetere il titolo. Ottimo.
Seconda prova brillante e riuscitissima questa dei Bones & Comfort. Godeteveli dal vivo, se potete e chiedete ai vostri spacciatori more pot and more beer, please...



Eugenio Di Giacomantonio

giovedì 5 aprile 2012

New Review @ Perkele.it


Voto
01. Angels Gone
02. Candy Cars
03. Naked Lady
04. Track of You
05. Shall I Walk Around
06. Let Desire Come
07. Hungry Thieves
08. Crash
09. Pills of Fire

Go Down Records
2012
Website

ALICE TAMBOURINE LOVER - "Naked Songs"

Una parte degli Alix (storica band psychedelic della prima ondata di stoner italiano) ha deciso di riunirsi attorno al progetto Alice Tambourine Lover, facendoci gradita sorpresa. Alice Albertazzi e Gianfranco Romanelli (coppia nella vita e nella musica) appendono al muro le distorsioni della band madre (ma non il wah wah!) presentandosi con nove gemme di autentico candore. Un dolce tappeto acustico dove esplorare al meglio le qualità vocali di Alice, vera chanteuse dalla classe cristallina, e dove il risultato assomiglia molto, nella forma, alla primigenia creatività di una PJ Harvey di album come "Dry" e "Rid of Me" ("Track of You" e soprattutto "Shall I Walk Around") e nei contenuti riflette un mood interiore libero di esprimersi in qualunque registro: folk, country, blues al ralenti o psychedelic roots. Qualcosa di simile a ciò che ha fatto, di recente, Jason Simon dei Dead Meadow, registrando le sue honey songs solo con l'ausilio della chitarra classica e di qualche inserto effettistico.
In queste "Naked Songs" (mai titolo fu più azzeccato) troviamo giri settantiani di "Angels Gone" e "Candy Cars" (quest'ultima è sintesi perfetta di come avrebbero potuto suonare gli Alice In Chains se nel loro "Unplugged" ci fosse stata una femme fatale al canto), spogliati di qualunque ruvidezza e appoggiati a chorus desiderosi di sporcarsi con il pop. In certe occasioni il discorso diviene via via più intimista, come nelle bellissime "Let Desires Come" e "Pills of Fire" dove la voglia di raccontarsi, di esplorare le proprie emozioni, è tanto più funzionale quanto le strutture compositive rimangono semplici ed evocative; altre volte il ritmo cresce e la voglia di lasciarsi andare segue traiettorie più allegre, "Hungry Thieves", ritmo in levare e schiocco delle dita assicurato e "Crash" dove Alice sembra tornare bambina, tanta è la spontaneità riscontrabile nei suoi vocalizzi. Il tutto risuona omogeneo e privo di forzature, cosa non di poco conto se consideriamo che gli Alix godono di una riconoscibiltà tale da non permettere, ipoteticamente, cambi di direzione: a maggior ragione, chapeau! Speriamo che il progetto non si limiti a questo singolo episodio e affronti al meglio il discorso appena iniziato.
"Naked Songs", canzoni nude: un volo d'uccello sugli elementi basici della musica che si ama, con cui si è cresciuti. Un ritorno a casa con la testa sgombra da cattivi pensieri, con la volontà di creare un calore famigliare, un angolo dove raccogliere le forze. Chiunque abbia voglia di farsi accarezzare le orecchie, deve interessarsi a questo progetto: true songs in a true life.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review @ Perkele.it


Voto
01. Bathtub Monologue
02. Bandwagon
03. Warrior
04. Shihong
05. Speeding Bullets
06. Orange Milagres
07. Saint Louis Casinò
08. Intro for Lovers in Flames
09. Silk Dance
10. Psycho Popular Shit
11. Letter from an Unknwon
12. Room 87

Self produced
2011
Website

MADKIN - "Perdone la molestia"

Due anime ben distinte animano il progetto chiamato Madkin. La prima vive nell'ipotalamo ed ha memoria della scena di Seattle, con tutte le sue varianti oltreconfine (Stone Temple Pilots); l'altra è situata nella ghiandola pineale, terzo occhio preveggente che guarda agli spazi desertici che circondano il Rancho de la Luna. Le due anime sono tenute insieme da Serena, vera e passionale riot girl che ha più di una onesta infatuazione per Courtney Love e un pezzo come "Bandwagon" sta a dimostrare come si può amare la vedova Kobain senza fargli il verso, ma rinnovando le coordinate: grande riff, elevato tasso energetico e chorus da manuale. Una probabile hit per le radio rock.
Ma anche altri elementi navigano nel mare di "Perdone la molestia" , primo album autoprodotto, come la bella coda al sapore Marlene di "Shihong", un tuffo nell'alternative italiano degli anni Novanta, e come "Speeding Bullets" che si abbevera del sacro fuoco Queens of the Stone Age degli splendori di "Songs for the Deaf". Tutto scorre via senza intoppi e la caratteristica che viene fuori riguarda la capacità del gruppo di inserire cose semplici e ben arrangiate in un contesto melodico raffinato. Non si hanno problemi a risolvere le composizioni in anthem orecchiabili, insomma, e tutto questo depone a loro favore.
"St. Louis Casno" fa il paio con "Letter from a Unknown" per riaggiornare il concetto della New Wave di Ottantiana memoria con una costruzione stratificata delle chitarre ritmiche; "Silk Dance" nasce nell' humus di PJ Harvey; "Orange Milagres" ha la stessa passionalità degli Smashing Punkins e "Intro for Lovers in Flames" sarebbe potuta benissimo stare all'interno di qualunque Desert Sessions. Il trittico finale abbassa di poco il ritmo ma solo per approfondire l'esplorazione della propria mappa sentimentale, senza essere mai languidi, né tantomeno patetici. Infine bisogna menzionare l'ottimo lavoro di registrazione e missaggio effettuato presso gli Snakes Studio che danno all'album un tono genuinamente internazionale.
Noi, dalla nostra, auguriamo ai ragazzi un sano tour oltreoceano quanto prima, in modo tale da far conoscere la loro proposta anche ad una platea non provinciale come quella italiana: cheers!



Eugenio Di Giacomantonio
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