martedì 14 agosto 2012

New Review! STEAK - "Disastronaught" @ Perkele.it


Voto
01. The Butcher
02. Machine
03. Gore Whore
04. Fall of Lazarus
05. Peyote

Self-produced
2012
Website

STEAK - "Disastronaught"

Gli inglesi hanno un particolare modo di interpretare la musica heavy psych. Prendiamo gli Orange Goblin: la loro miscela di biker rock, hard blues e primitive metal genera un sound efficace e di difficile emulazione, anche se rimangono evidenti le fonti da cui si abbeverano. Da Londra arrivano gli Steak che si presentano con l'EP autoprodotto "Disastronaught" e portano nel loro Dna gli stessi segni caratteriali dei Goblins che, mescolati ad una produzione "svedese", fanno della loro proposta, musica per organi caldi. Ma c'è dell'altro: un immaginario spaziale post apocalittico dove i protagonisti sono ridotti alla peggiore specie di umana decadenza. Pirati, assassini, approfittatori delle altrui disgrazie riempiono le storie di questo immaginario di decadi oscure.
L'iniziale "The Butcher" presenta questo affettatore di carni alla ricerca di vittime designate. Le chitarre sono come stiletti e la voce slitta su pozze di sangue: una cosa alla Dozer impregnati di humor nero e violenza assassina. "Machine" e "Gore Whore" descrivono il percorso che parte da "Frequencies from Planet Ten" e naufraga in "Coup the Grace": ovvero l'appassimento delle visioni colorate della psichedelia a favore di una sintesi virata verso l'aggressività senza remore. "Fall of Lazarus" allarga la proposta verso le corde espressive di Spirit Caravan e The Hidden Hand; i Pentagram che incontrano gli Unida, con una voce che punta dritto verso The Obsessed ma non dimentica la lezione di John Garcia e Ian Astbury: Wino non avrebbe potuto fare di meglio.
Il "Peyote" che gustiamo nel finale è quello delle morbidezze acustiche della doppia chitarra, un vero abbandono agli stati d'animo più riflessivi e rilassati. Un buon antipasto, non c'è che dire. I ragazzi credono in quello che fanno e curano nei dettagli ogni minima loro espressione artistica. Come la cover dal sapore Marvel che gioca con modelli tipici dei comics: altro segno di una visione più grande che una semplice raccolta di canzoni.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review! BUEY - "Universe Bellowing" @ Perkele.it


Voto
01. To Tirzah
02. The Clod and the Pebble
03. Earth's Answer
04. Piping Down the Valleys Wild
05. A Poison Tree
06. Nurse's Song
07. Nostrils
08. The Tyger
09. Infant Sorrow
10. Not to See
11. London
12. On His Head a Crown

Self produced
2012
Website

BUEY - "Universe Bellowing"

I Buey sono un power trio che mescola le menti di Rodrigo Villagràn (chitarra e voce), Guido Mezzinari (basso e voce) e Jordi Molina (batteria) con un risultato dal sapore squisitamente mediterraneo. Le influenze italiane e spagnole si sentono e anche se i ragazzi guardano da vicino il Rancho de la Luna, comunque non dimenticano i sapori e i colori dell'adolescenza; di conseguenza, ascoltando il loro primo album autoprodotto "Universe Bellowing" si ha la piacevole sensazione di vedere un equilibrio dinamico tra i Queens of the Stone Age e il primo underground rock (Litfiba e Heroes del Silencio soprattutto). I primi 3 prezzi sono esemplari in quanto ad espressione desertica legata ad una sensibilità latina, nel canto, nelle melodie e negli arrangiamenti.
Le risposte date da "Earth's Answer" sono quelle di un amore genuino verso il songwriting di mr. Homme, senza limitare la propria devozione unicamente verso il plagio, ma affermando la propria identità con risvolti efficaci come in "Piping Down the Valleys Wild" dove si rimane in casa Palm Springs ma dalla parte degli Eagles of Death Metal. Altre volte viene toccato il registro più propriamente post metal ("Infant Sorrow") ma senza intralciare una vocazione sanguigna che celebra le canzoni come una corsa in dune buggy. La stessa operazione che fecero anni fa i mai dimenticati Mammoth Volume (o, per rimanere in ambito underground, i Joe Maple) che svolsero la materia cervellotica del rock verso una rilettura acida ed heavy psych con risultati eccezionali. In quanto a sfumature robot/circolari "Nostrils" è una vera goduria dove i fraseggi di chitarra di Rodrigo si scontrano frontalmente con la sezione ritmica alla maniera delle Desert Sessions della prima ora; "London" fa incontrare il riff a la Brant Bjork con un cantato prossimo al climax New Wave e sembra funzionare; "Not to See" vede Jordi alla voce ed è sfumatamente punk; "On His Head a Crown" chiude il disco con una indole riflessiva che evidenzia come i ragazzi abbiano amato anche il grunge di Seattle.
Bisogna puntare su gruppi come i Buey: dimostrano una passione sincera in quello che stanno facendo e una ricerca della soluzione meno scontata che va sicuramente premiata. Come nel caso dei testi che «appartengono al poeta e incisore William Blake» [cit.]. Chapeau!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review! EVAN CAMINITI - "Dreamless Sleep" @ Perkele.it


Voto
01. Leaving the Island
02. Bright Midnight
03. Symmetry
04. Fading Dawn
05. Absteigend
06. Veiled Prayers
07. Becoming Pure Light

Thrill Jockey
2012
Website

EVAN CAMINITI - "Dreamless Sleep"

La Thrill Jockey, etichetta discografica di stanza a Chicago, dimostra qualità speciali nell'individuare quei movimenti sotterranei che fanno della musica la vera e propria materia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'arte. Pubblicando Arbouretum, White Hills, Pontiak e Alexander Tucker dimostra come una mentalità aperta verso la magia psichedelica possa creare album di altissima qualità anche se percorrono strade e soluzioni diverse. A conferma c'è la pubblicazione di questo bell'album "esplorativo" di Evan Caminiti (chitarrista nei Barn Owl) che con un seven pieces, snello nella durata, ci mostra il suo "Voyage Automatic" all'interno del cosmo o, a seconda delle fantasia dell'ascoltatore, l'esplorazione degli abissi marini. Non è un caso che venga citata la natura, poiché le tracce strumentali hanno in sé qualcosa di squisitamente organico: il battito lento di un cuore rilassato, il ritmo dolce di un respiro nel sonno, l'alchimia in technicolor delle visioni nei sogni. Esteticamente siamo ad una equidistanza tra Jesu, i sunn 0))) meno ingombranti e gli Ozric Tentacles in jam: il tutto apparentato con quello che poteva passare nella testa alle band kraut anni Settanta che prevedevano, attraverso il synth, ciò che si sarebbe ascoltato negli anni Ottanta (Jean-Michel Jarre, Mike Oldfiled, Kitaro).
Il viaggio ha inizio con un abbandono "Leaving the Island" e così, guardando alle spalle la terraferma che si allontana, si naufraga nel notturno brillante di "Bright Midnight" appoggiato interamente nel mood in crescita dei synth. Si sviluppano i temi espansivi di "Symmetry", "Fading Dawn", "Absteigend" e "Veiled Prayers" in continua mutazione diacronica tra chitarre pulite, micro fuzz evanescenti, delay maturi e flanger in combutta con phaser e si conclude il viaggio attraverso lo schiarirsi dell'orizzonte di "Becoming Pure Light" dove la chitarra abbandona i suoi mantra per diventare protagonista aggraziata e distorta.
Il tutto scorre piacevole e lento, come se la vita non dovesse finire mai, con un ritmo finalmente lontano dalle ansie, in ricerca della forma estetica più aderente alle nostre emozioni in continuo movimento, come nelle parole dell'artista: … It was deconstructed and reformed into a different album than what it had once been, echoing some of the themes I wanted the songs to reflect initially – the way our memory changes events in the past and how our surroundings define us.
Puro espressionismo della coscienza.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review! THEE JONES BONES - "Stones of Revolution" @ Perkele.it


Voto
01. Free
02. Alright for You
03. Out of Sync
04. All for the Money
05. Help Me
06. Lost Cause
07. Leave This City
08. Everything
09. Thinking About
10. Weekly in Love
11. Woody's Walk

Il Verso del Cinghiale / Goodfellas
2012
Website

THEE JONES BONES - "Stones of Revolution"

Thee Jones Bones: ovvero come imparai ad amare il rock and roll ripartendo dal blues e dalla chitarra acustica. Giunti al quarto album in studio (più una demo autoprodotta), il gruppo bresciano muove verso i Sessanta e i Settanta. Non sono affatto ingannevoli gli archi beatlesiani che sorreggono le frasi di chitarra nell'iniziale "Free" (nomen omen, tra l'altro): il linguaggio di questo disco è quanto di più "classic" si possa ascoltare nell'anno domini 2012. Rolling Stones, Led Zeppelin, Cactus, ZZ Top, New York Dolls e chi sa quanti altri gruppi costituiscono il background di Screaming Luke Duke (chitarre, voce), Brian Mec Lee (batteria), Frederick Micheli (chitarre, voci) e Paul Gheeza (basso, voci). Seppure siano sprazzi stoogesiani di chiara fama "Alright for You" (i Turbonegro sono sulle vostre tracce: vogliono questo pezzo!) e iridescenze glam "Out of Sync".
Lo stesso percorso lo hanno intrapreso di recente dagli emiliani Small Jackets, ma i nostri puntano più definitamente verso il songwriting ottenendo migliori risultati e più efficacia nel rompere la bolla del retronuevo. Qualcosa che fa ritornare in mente i ruspanti Black Keys, ma senza quel debosciato di Danger Mouse. "All for the Money" vede Keith Richards strimpellare e Mick Jagger zompettare; "Help Me", per contro, ha un'aria Lennoniana sporcata nei cieli del southern rock, con tanto di sezione fiati, e la causa persa di "Lost Cause" è quella che cerca di vincere da sempre il nostro caro Jon Spencer con la sua Blues Explosion. Barbe ispide e chitarre slide alla ZZ Top rompono la monotonia della città di provincia ("Leave This City") e c'è anche il tempo per innamorarsi in una Penny Lane di una Londra mai stata così solare ("Everything"). Tutto procede per il meglio quando la tua esperienza ti ha portato a sentire tanta bella musica: ti senti sicuro delle tue armi e te ne pavoneggi fieramente. Come quando si aprono dei singing together da paura in "Thinking About" insieme a female vocals che stuzzicano i vizi pruriginosi di noi maschietti: molto bene.
La conclusiva "Woody's Walk" ci ricorda che il rock'n'roll party non è finito e mai finirà. "I Wanna Rock", come diceva qualcuno una trentina di anni fa. E l'eco di quella richiesta non si è ancora spento. Meno male.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review! DSW - "Dust Storm Warning" @ Perkele.it


Voto
01. Outrun
02. Space Cubeship
03. 666.1.333
04. Dune (Instrumental Jam Session)
05. Lonely Coyote
06. Sherpa (Instrumental Jam Session)
07. Monkey Woman
08. Trippin the Drill
09. Rise
10. Wasteland (Instrumental Jam Session)
11. Requiem

Acid Cosmonaut Records
2012
Website

DSW - "Dust Storm Warning"

Non solo pizzica e taranta. Il Salento produce ben altro, oltre alla più nota musica folkloristica. D'altra parte, se dovessimo pensare al deserto, quale parte migliore dell'Italia si presterebbe a visioni di dune e miraggi di oasi? Ecco: il deserto. L'ambiente naturale in cui sviluppano le loro escursioni sonore i DSW, al primo full leght edito dalla neonata Acid Cosmonaut, dopo l'EP autoprodotto "Down Storm Watchers" del 2011 (disponibile in free download qui: http://www.jamendo.com/it/list/a87882/dawn-storm-watchers-ep se volete farvi un'idea). Il riff che introduce il disco parla di Unida, Orange Goblin, Kyuss e Spiritual Beggars, ovvero l'olimpo della psichedelia heavy. "Out Run" accelera laddove "Space Cubeship" ci fa viaggiare sui mid tempo di memoria Monster Magnet ed è subito amore a primo ascolto. Derivativi quanto vogliamo, ma se alla voce del Wolf (Ben Ward e Spice sono cugini diretti!) ci abbiniamo un sezione ritmica come quella di Fabio e Stefano, corroborata dal rifframa di Marco, allora è sempre un piacere riascoltare la musica che ci esalta, specie quando è prodotta da sincero coinvolgimento.
Non tutto, però, gode di luce riflessa: "Dune", come esplicato dalla didascalia stessa, è instrumental jam session: liberi da vincoli strutturali a forma canzone, i DSW danno il meglio. Riesce ad emergere una sintesi prettamente latina, alla maniera dei Los Natas, dove melodia e melancolia vanno a braccetto con la gli orizzonti de las pampas. Concetto ribadito nella successiva "Lonely Coyote" dove i solos di chitarra di Marco vanno a stuzzicare il jazz senza diventare noiosi. Il centro dell'album diventa sempre più dilatato, introspettivo e di conseguenza più coinvolgente. Le trame si fanno lente e si ha la sensazione di stare ad ascoltare i Colour Haze italiani ("Sherpa"), tanta è la spiritualità indotta da certi caldi passaggi. "Monkey Woman" (qualche ragazza vi ha fatto soffrire? Bene, dedicatele questo pezzo), "Rise" e "Trippin the Drill" ripassano sui territori dei bellissimi "Mantra III" e "Another Way to Shine" degli Spiritual Beggars senza macchiarsi di autocompiacimento e poi il finale è tutto della bellissima "Requiem" preceduta dalla terza ed ultima instrumental jam session "Wasteland".
La passionalità del grunge lambisce il songwriting e il lupo per la prima volta nel disco, non va dritto di gola, ma offre all'ascoltatore altre sfumature del suo personalissimo pentagramma. Bene. Peccato che il disco sia finito proprio ora. Ma si può sempre rimetterlo da capo. O, altrimenti, soffermarsi sui disegni del libretto che accompagnano con un'illustrazione ogni singola canzone. Potreste conoscere soggeti interessantissimi come "The Devil", "Sherpa" e "The Palnet". Merito tutto della combriccola Acid Cosmonaut Visions. La cosa inizia a farsi decisamente interessante. Bisogna approfondire.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review! MONDO NAIF "Essere Sotterraneo" @ Perkele.it


Voto
01. Uno
02. La terra trema
03. Violenta
04. Deuteria
05. Città
06. Eloise
07. Aiutami, sono un ladro
08. Come me
09. Mario
10. Boblaito
11. Y Fire

Go Down Records
2012
Website

MONDO NAIF - "Essere sotterraneo"

L'essere sotterraneo, sottoposto a mutazioni terribili e ad incubi da città contaminata, è il bambino che troviamo in copertina, fiero di essere un mostro e orgoglioso di rappresentare un unicum. I Mondo Naif sono maestri nel sondare le creature dell'underground, sia che si tratti di musica "post", sia maneggiando la poesia ermetica, e tramite la Go Down Records riescono a portare in superficie questo freak, donandogli la cittadinanza onoraria tra i vivi. A corredo della sua permanenza sulla terra emersa ci sono dieci pezzi di musica verace e sperimentale, più un intro recitato, che vanno ad abbeverarsi a qualsiasi influenza incontrata nel loro cammino: "Eloise" mischia i Verdena primordiali con una vena a la Smashing Pumpkins risultando convincente anche se fortemente protesa verso un pubblico teenagers; "Deuteria" le fa la controparte e appoggia su temi ancor più meditativi riguardanti l'amore e il rapporto con il gentil sesso.
Meglio quando lo stesso argomento è gestito in maniera più ruspante come in "Violenta" dove una scrittura musicale diretta ed ad alto tasso adrenalinico scartano lateralmente il rischio di cadere nel patetico ed offre un'occasione di cantare in italiano senza pagare pegno alle band anni Novanta che hanno fatto scuola. Piacevole il risultato di "Come me" dove il saliscendi ritmico produce notevoli effetti di coinvolgimento emotivo e la successiva "Mario" (Ligabue free) che aleggia su una certa spensieratezza alla Eagles of Death Metal distorti ed amplificati. Altre gemme raffinate sono "Boblalito" – blues in dodicesima battuta con testo da riderci su – e "La terra trema", vera e propria minisuite dove, tra piano e forte, viene affrontato un discorso compositivo ad ampio respiro innestato su un testo che omaggia romanticamente la propria terra, anche se può dimostrarsi ostile, e con essa la relazione che lega l'umanità alla radici in cui cresce e germoglia.
Chiusura morbida ed elegante con "Y Fire" fa pensare che possiamo aspettarci belle sorprese dal trio e che l'antica combinazione basso/chitarra/batteria ancora non smette di essere efficace anche in un paese che con il rock non ha mai fatto caposcuola. Magari in futuro, chissà.



Eugenio Di Giacomantonio