giovedì 27 dicembre 2012

New Review | Arbouretum "Coming Out The Fog"


Voto
01. The Long Night
02. Renouncer
03. The Promise
04. Oceans Don't Sing
05. All at Once, the Turning Weather
06. World Split Ocean
07. Easter Island
08. Coming Out of the Fog

Thrill Jockey Records
2013
Website

ARBOURETUM - "Coming Out of the Fog"

Il bello di un gruppo come gli Arbouretum è la loro costante evoluzione. Un continuo sviluppo nel songwriting, una crescita esponenziale. Non sono il classico gruppo che spara le migliori cartucce nel primo album per poi vivere di rendita. Sono dei ricercatori in continuo raffinamento della bellezza. E cosi può accadere che al quinto album ufficiale, "Coming Out of the Fog", Dave Heumann scriva alcune tra le migliori pagine di psichedelia moderna. Uno stile che si va ad intrecciare con le radici del folk e si sporca con i suoni robusti dell'hard e dell'heavy. Un miracolo, a pensarci bene. Le cose che avevamo ascoltato nel bellissimo "The Gathering" ora sono germogliate in maniera definitiva e brillano di luce propria. Il percorso sembra proseguire da dove si era interrotto, anche se l'uscita dalla nebbia rappesenta per i nostri un passaggio intimo e delicato. Per molti versi definitivo.
L'apertura è consegnata all'elegia di "The Long Night" che viene svuotata dalla pura malinconia tesa all'autocompiacimento e vira verso il canto della bellezza tout court. Un'idea di appartenza al mondo così com'è, un lasciarsi andare all'osservazione naturalistica: un divenire puro pensiero per scartare la rovina della materia. Stessa gioia contemplativa che ritioviamo in "Oceans Don't Sing" lunga carezza dal ritmo lento e dai respiri profondi, dove un pianoforte ed una lap steel rifondano il concetto stesso di southern culture dal calore famigliare. Di contrappasso sta la ruvidezza di "The Promise" e "Renuncer", veri e propri monoliti stoner rock con un gusto melodico sopra la media. È questa la dualità che percorre tutto l'album ma non lo spacca in due: da un lato canzoni autoriali che guardano al Neil Young dei Settanta ed hanno una sensibilità nord-europea; dall'altro tracce guitar oriented dalla distorisione protagonista, che non rinunciano ad un'aurea meditativa. A pensarci bene nessun gruppo è riuscito a far convivere queste due anime, anche se gli Arbouretum applicano un processo di sintesi assolutamente nuovo anche per loro stessi e i brani sembrano sparire da un momento all'altro. "All at Once, the Turning Weather", "World Split Open" e "Easter Island" appartengono a questa categoria. Nel momento in cui il concept della canzone potrebbe colorarsi di jam spaziali, viene interrotto quasi con uno strozzamento, a ribadire che il monolite non ha bisogno di ripetersi se si è già consolidato.
Dopo il trittico, la chiusura spetta alla title track, altra novità nell'espressione artistica del gruppo: una serena, dolce e rassicurante ballad southern country dove le chitarre tacciono e le trame vengono tessute dall'intreccio di piano e lap steel. Bob Seger, Allman Brothers e Pink Floyd dei Seventies mescolati in un unicum eccezionale. Sarà difficile ripertersi dopo una prova talmente bella ed emozionante, ma gli Arbouretum, ne siamo certi, stanno già osservando altri limpidi orizzonti, una volta usciti dalla nebbia.



Eugenio Di Giacomantonio

New Report | Siena Root @ Tipografia 09 Marzo 2013




SIENA ROOT
Pescara, Tipografia - 09/03/2012


In una prima periferia di Pescara, in mezzo ad un paesaggio fassbinderiano con tanto di cementificio di Soviet memoria, c'è un luogo caldo e passionale. Un pugno di ragazzi della zona ha messo in piedi, in una ex tipografia abbandonata (unica cosa positiva della crisi economica: donare ex spazi commerciali alla promozione culturale nel territorio) la Frantic Factory, un'associazione culturale con una programmazione di eventi live di tutto rispetto, diventando punto di riferimento della zona per chi ama sonorità heavy, psych and deep. Stasera il piatto è servito con un mini festival di ben quattro band, tutte di notevole fattura.
Aprono i Reverse Hole, band locale, in promozione con l'album d'esordio "Out of the Hole". Partono in pompa magna in stile Death From Above 1979, groove e dirty funk da vendere, e arrivano dove si sono arenati i Queens of the Stone Age di "Era Vulgaris". La proposta c'è ed i ragazzi mettono dentro passione e grinta, tuttavia qualche struttura compositiva è da affinare, per evitare la monotonia. Il meglio verrà poi da se. Anche se hanno già una buona esperienza alle spalle, sono giovani e col tempo miglioreranno, come il vino buono. Gli ascolti e le contaminazioni di cui si nutrono sono evidenti.
Con i Doctor Cyclops c'è la prima sorpresa della serata. Un wall of sound corrotto da ascolti forzati nel dark rock e da tutte quelle meraviglie uscite nell'arco del triennio 1969/1971. Loro sono ancora da quelle parti, macinando riff al ralenti e costruendo, nota dopo nota, un fascinoso viaggio al centro dell'universo. Qualcosa di simile ai Witchcraft o ai Graveyard per tornare ai giorni nostri, ma, si badi bene, in maniera del tutto fulminata ed originale. Ti sparano in faccia queste mini suite come hanno fatto gli Sleep di "Jerusalem" e la testa inizia a fare headbanging in automatico. Iniziano con una versione dei Cathedral e finiscono per fare incrociare Black Sabbath e Led Zeppelin sul finale. Magnifici. Fatevi un regalo: comprate "Borgofondo", loro cd d'esordio. C'è una sugosa guest apparence di Alia O' Brein (Blood Ceremony) al flauto, garanzia di qualità.
I Johnfish Sparkle giocano in casa e si sente. I loro approccio all'argomento è molto più southern boogie e sicuramente il chitarrista dorme con il poster di Jimmy Page dietro le spalle. Tutti elementi perfetti per esibire un sound grasso e pastoso in bilico tra Grand Funk Railroad e Black Crowes. Con qualche vibes alla Free a guarnire la portata già ricca di sapori ed odori raffinati. Il vertice lo raggiungono con la doppietta blues ed il nuovo singolo di prossima pubblicazione: il primo coglie bene il climax del delta del Mississippi e lo aggiorna con elementi propriamente rock; la seconda è un'acrobazia tra il seventies guitar sound e il boogie and roll. Bravi ed opulenti!
"Dinamic root rock" è il codice che aleggia nell'aria quando salgono in scena i SIENA ROOT e migliore descrizione della loro musica non si può dare. Hanno cambiato diversi/e vocalists nel corso degli anni, ma stasera si presentano con la splendida Chrissi, voce che troviamo nell'ultimo meraviglioso album in studio "Different Realities" e la formazione gode di ottima salute con una complicità tra i musicisti vista in pochissime altre occasioni. C'è voglia di jam, di portare l'ascoltatore a spasso tra fiori di lotus e orizzonti indiani, di abbracciare una filosofia "chiara" della struttura compositiva e di mostrarsi in primis come persone genuine: da questa parte del palco tutto questo ci arriva evidente sottoforma di un sound pregno di significato in ogni singola evoluzione. A loro non deve essere bastato nutrirsi dalla pianta Black Sabbath/Deep Purple/Led Zeppelin. Hanno voluto approfondire il discorso in lungo e in largo portando la lezione sperimentale di Ennio Morricone a braccetto con i canoni della musica etnica. Ricerca, Viaggio, Scoperta sono gli elementi che caratterizzano l'intero live set, suddiviso in due parti comunicanti. "Over the Mountains" è hard come ai tempi di "In Rock" e viaggia tra saliscendi da brivido; "We" è magnifica nella sua evoluzione tra stasi ed estasi e Chrissi ci mostra come il registro vocale dona aggiunta di senso anche a semplici accordi ripetuti; "Coming Home", dal loro esordio del 2004 "A New Day Rising", è veramente la promessa che un nuovo giorno è in arrivo. Tutto è perfetto: c'è un'energia unica nell'aria. La band sente il calore del pubblico e ringrazia con eccellenti solos di batteria. Memorabile il botta e risposta tra sitar e tastiere: da perdere gli ultimi agganci con la realtà della materia! Un'ora e mezzo di spendide visioni. Un trip mentale e fisico di rara bellezza. Un bis richiesto a gran voce e poi tutti a salutare la band con abbracci tipici di amici che si ritrovano dopo anni di silenzio, ma con la mente tesa ad assaporare la gioia del ritrovarsi.
Alla fine ognuno di noi vuole portarsi dietro un ricordo della serata: un disco, un cd, anche uno sticker solamente. Qualcosa che nel futuro ci farà ricordare la fortuna avuta nell'essere stati presenti a questo evento. Qualcosa che vorremmo assolutamente ripercorrere nella mente come sintesi di bellezza assoluta…
Dynamic Root Rock is fine art for your souls!



Eugenio Di Giacomantonio

sabato 22 dicembre 2012

Turbomatt "Soul Elevation" @ dagheisha.com


Turbomatt - Soul Elevation

Year: 2012
Label: ExLab Records

Tracks:
1. Kong Ché
2. Panic Youth
3. Coloured Nurse
4. Yawning Apes
5. Velvet Leaf
6. Ennio's
7. FunkAss
8. PinkPhant
9. Massive

Il gruppo abruzzese propone da cinque anni un desert rock strumentale dotato di grande magnetismo cinematico ed il presente album è senza dubbio più competitivo rispetto ai suoi predecessori. Non è soltanto una questione di suoni perché probabilmente Turbo Ex, Turbo Fra e Turbo Mark farebbero “casino” anche con un paio di amplificatori scassati ed una batteria di seconda mano. Il fatto è che per la prima volta tutte le influenze dei tre musicisti vengono fuori senza che le canzoni debbano necessariamente seguire una direzione precisa. L'imprevedibilità è la qualità maggiore di passaggi quali 'Panic Youth', 'Coloured Nurse' e 'Velvet Leaf' che rappresentano alla grande l'incrocio tra elementi garage e boogie e strutture psichedeliche più organizzate di chiara ispirazione pinkfloydiana. 'FunkAss' e 'Massive' confermano le buone impressioni iniziali ed in definitiva i momenti di stanca sono ridotti al minimo. Visto che il disco è disponibile in download gratuito vi consiglio di ascoltarlo ma se come penso rimarrete sorpresi dall'attitudine “americana” dei ragazzi non trascurate di principio l'edizione fisica limitata a trecentocinquanta copie.

New Review on Perkele.it | The Blues Against Youth "You Said I Praise the Devil?"


Voto
01. You Said I Praise the Devil?
02. Die with the Rat in Your Mouth
03. Mama Tried
04. Would You Please Click You Like Me?

Deer It Yourself Records
2012
Website

THE BLUES AGAINST YOUTH - "You Said I Praise the Devil?"

Gianni è un fenomeno. È una personalità. Quando lo vedi in concerto (è facile, basta girare nei peggiori bar d'Italia e d'Europa, che non sono quelli di plastica della pubblicità ma veri e propri luoghi di incontri/scontri ad alto tasso alchoolico), ti fa stare bene. Suona tutto contemporaneamente e con una facilità che riappacifica con il mondo. È un amico di bevute insomma. Uno a cui puoi confidare che la tua donna ti ha fatto incazzare e che il tuo datore di lavoro è uno stronzo. A quel punto lui ti presenterà un rimedio efficace: il blues. E parlando del diavolo, usciranno corna, coda e forcone. Come nell'ultimo EP targato The Blues Against Youth, "You Said I Praise the Devil?". In quattro pezzi (tre originali ed una cover di Merle Haggar, 1968, non una roba per bambini), Gianni ti snocciola la sua visione della vita e della musica.
Hai detto che canto le lodi al diavolo? Vero. Ma il diavolo è l'amico sfortunato, il povero diavolo, appunto, che non veste dandy e non inganna più nessuno, ma un compagno di strada del profondo sud americano. Come è un povero diavolo il tizio di "Die with the Rat in Your Mouth" che finisce la sua festa non come re della notte ma come re della fogna. Profuma di tabacco da masticare e sedie a dondolo all'imbrunire "Mama Tried", che affaccia la testa sugli stessi incroci visitati da Robert Johnson e si riallaccia alla conclusiva e un po' presa per il culo dei comportamenti individuali sui social network "Would You Pleae Click You Like Me?", che con il suo basso profilo voce e chitarra sembra uscire dalle radioline Anni 60. Dal passto prossimo al futuro retrò, tutto torna, come il diavolo, che non è poi così brutto come lo si dipinge.



Eugenio Di Giacomantonio

New Report on Perkele.it | Sleep Live @ Roma 16 Maggio 2012




SLEEP
Roma - Circolo degli Artisti - 16/05/2012


Jerusalem. Dopesmoker. Holy Mountain. Jodorowsky. Il Caprone. L'Erba Magica. Il Sabba e i Black Sabbath. In una parola: Sleep. Il Circolo degli Artisti ci offre la realizzazione dei nostri sogni, il completamento di una idea iniziata venti anni fa, quando eravamo ancora adolescenti desiderosi di suoni pesi e acidi, con tre sole idee in testa: fumare, fumare, fumare. A questo scopo gli Sleep sembravano sublimare il concetto in una forma sonora vicino al bong infinito, prendendo il cadavere dei Sabbath più oscuri e rinforzandolo con massicce dosi di THC. La loro non era una proposta filo Iommiana tout court (anche se sul culto del personaggio ci hanno costruito una vera e propria iconografia), bensì una chiusura definitiva di quel capitolo con tanto di funerale freak per poter permettersi il lusso di ripiantare gli stessi germogli in altre fertili colture e con la determinazione di diventare loro stessi punto di riferimento per altre decine di band. E ci sono riusciti. Senza mai passare in Italia, la band ha fatto tre dischi, un EP e l'unico caso di concept album talmente estremo, contraddittorio, dirompente e contrastato da subire, negli anni, trattamenti di taglio, rimaneggiamenti, remixaggi e edizioni multiple. Nella loro testa "Jerusalem" sarebbe dovuto uscire subito dopo il fantastico "Holy Mountain" ma vede la luce solo nel 1999 in una prima stampa, censurata nel minutaggio e ritoccata nei suoni. Da qui il malcontento dei ragazzi e il successivo scioglimento della band, che non ci ha permesso di vederli dal vivo in Europa. Occasione che recuperiamo stasera.
Dopo esattamente venti anni dalla formazione e con la stessa idea di fare festa e ricordarsi la beata gioventù, sia nostra che loro, Al Cisneros e Matt Pike sono finalmente insieme e sono proprio davanti a noi. Chris Haikus è in convento, ritirato a vita privata. Al suo posto Jason Roeder, drummer dei Neurosis, farà il suo sporco lavoro egregiamente. Ripartono proprio da dove si erano persi, da "Jerusalem", spiattellata nella sua mastodontica lentezza proprio all'inizio del live e tesa a rimanere nelle nostre orecchie fino alla fine. Gli Sleep questa sera si prendono una rivincita messa in stallo in tutti questi anni. Si ha la sensazione che ci sia solo questo lungo e maestoso pezzo per tutta la durata del concerto. L'idea che quando trovi un bellissimo riff è inutile cambiare, è tuttora valida. Vengono innestate le bellissime "Dragonaut", esemplare nello sciorinare la lezione di Ozzy e Tony come solo gli originali sapevano fare; "Aquarian", letteralmente esplosa con i visuals di ambientazione sottomarina; la bellissima "Holy Mountain" che visiona l'aspetto proprio del doom in una lucentezza psychedelica. Ma ad emergere è solo ed esclusivamente la narcosi di "Jerusalem" o più propriamente "Dopesmoker". Anche nei momenti in cui non viene suonato, quel riff è siero malevolo che attanaglia il cervello e non lo molla. Alla fine viene ripreso in pugno e lanciato nell'aria a soffocare i rimanenti neuroni. Matt lo sa che ha creato il mostro definitivo e ride compiaciuto. Neanche la breve parentesi jammata e strumentale che fa riprendere fiato al giro di boa riesce a farci tornare in equilibrio: stasera la dominante oscura è il calvario verso la montagna sacra e nessuno può farne a meno. Dopo un'ora e mezzo siamo sul Golgota e rimiriamo dall'alto le piantagioni di canapa che abbiamo attraversato e gli universi che abbiamo solcato, spossati nelle orecchie e con un sorriso stonato sul volto.
All'uscita, tra infinite magliette, sul banco del merchandising, rispunta l'ennesima edizione di "Jerusalem", segno che un riff, quell'unico riff, ha ancora tanto da dire. Proceeds the Weedian, Nazareth.



Eugenio Di Giacomantonio


martedì 4 dicembre 2012

New Review | Wild Sound From the Past Dimension | Perkele.it


Voto
01. THE FARAONS - Baha-Ree-Ba! (Nocturnes)
02. ENRI - Black Cat (Brian Auger)
03. LES PLAYBOYS - Universal Vagrant
04. THE INTELLECTUALS - Complication (The Monks)
05. RAY DAYTONA - Sick and Tired (The Continentals)
06. THE CAVEMEN - I Need You (The Kinks)
07. LES BONDAGE - Suffragette City (David Bowie)
08. THE RIPPERS - Let Me In (The Sorrows)
09. NOT MOVING - Kissin' Cousin (Elvis Presley)
10. DOME LA MUERTE & NOT RIGHT - Lucifer Sam (Pink Floyd)
11. PATER NEMBROT - Reverberation (The 13th Floor Elevators)
12. GORILLA - Limb from Limb (The Motorhead)
13. ELECTRIC 69 - Search & Destroy (Iggy & The Stooges)
14. LOS FUOCOS - Sister Annie (MC5)
15. THE SMALL JACKETS - Tin Soldier (The Small Faces)
16. THE VICTORIANS - Stone Free (Jimi Hendrix)
17. THE CHRONICS - All Kinda Girls (The Real Kids)
18. THE VALENTINES - Can Your Pussy Do the Dog? (The Cramps)
19. WHITE FLAG - Both Sides Now (Joni Mitchell)
20. SATOR - Touch Too Much (The Arrows)
21. THE TEMPONAUTS - That's How Strong My Love Is (Otis Reding)
22. SGT. PEPPE - Love You To (The Beatles)

Go Down Records
2007
Website

AA.VV. - "Wild Sound from the Past Dimension"

Operazione interessante quella messa in atto dalla Go Down Records insieme al Circolo Fantasma e all'Atomic Studio: confrontare le stelle dell'underground italiano con i pezzi dei numi ispiratori Sixties e Seventies, nella compilation Wild Sound from the Past Dimension. Ed è proprio un sound selvaggio quello sprigionato dalle punte di diamante The Intellectuals, Gorilla, Pater Nembrot, The Small Jackets, Ray Daytona and Googobombos e Dome la Muerte, eccitati nell'esprimersi con registri surf, psych, garage, funk and hard, ossia tutta la gamma di sfumature dell'espressione musicale dei due decenni. Meglio ancora se il repertorio da cui attingere vede dei giganti quali Elvis, The Beatles, Stooges, Motorhead, Pink Floyd, Jimi Hendrix, Cramps, ma anche piccole e deliziose nuggets band come The Smoke, The Real Kids, The Continentals.
Va subito precisato che rifare una canzone implica qualche rischio: si riesce a dire qualcosa di più degli originali? Il dubbio viene smarcato dalla genuità delle band, che non rifanno semplicemente, ma cercano di ritrovare i fili delle proprie radici guardando indietro, nelle soluzioni di padri "affini" soprattutto spiritualmente.
Esempi magistrali sono "Reverberation" dei 13th Floor Elevators modulata dai Pater Nembrot nella visione più acida e perforante che si possa immaginare; una "Limb from Limb" tanto motorheadiana da rilanciare i Gorilla non solo come stoner band tout court, ma veri rockers ad ampio raggio; Enri che non ha nulla da invidiare al maestro Brian Auger in "Black Cat", divertente e divertita nel mischiare le due versioni di testo, italiano ed inglese. Belle sono anche le interpretazioni di Electric 69 che rifanno una "Search and Destroy" come la potrebbero suonare i Turbonegro e "Can Your Pussy do the Dog?" che vede la bella Vale e i suoi The Valentines rincarare il tasso di erotismo già ad alto dosaggio nella versione originale a cura di Lux Interior.
Altre volte il brano non è messo perfettamente a fuoco come nel caso di "Stone Free" e "Suffragette City" che sembrano rifatte a compitino e non riescono a vibrare come le originali. Peccato. Ma questo nulla toglie alla godibilità di un disco come "Wild Sound", miscelato perfettamente tra i gusti degli stoner addicts e i caveman, che potrebbero trovare un piccolo/grande percorso nello scoprire psychedelic lollypops che rompono le barriere di genere, di appartenenza e di spazio/tempo: good stuff for good people!



Eugenio Di Giacomantonio

ExLab Records | HOFMANN'S KALEIDOSCOPE: Expiation of the Psychedelic Hunters Vol. I Unveiling the Secrets of the Reviewers | ELR 002



Vincebus Eruptum, Perkele.it and EXLAB proudly present HOFMANN'S KALEIDOSCOPE: Expiation of the Psychedelic Hunters Vol. I Unveiling the Secrets of the Reviewersv

The most exciting, adventurous and obscure compilation that the human mind has ever conceived. HOFMANN’S KALEIDOSCOPE is a unique journey through the muddy swamps of Italian acid rock. A lysergic funfair set up by a wild bunch of manic bounty hunters, fervent worshippers of the psychedelic cult. A one-way trip aiming at unearthing forgotten gems from the underground of the peninsula, as well as emerging heroes of the most visionary and mind-bending forms of rock. From subterranean veterans such as No Strange, Perizona Experiment, Trip Hill and Insider, through the mysterious dust-covered psychotropic emanations of Enormous, Motopolkablacksamba and Epstein Superflu, to new ambassadors of tripped-out raspy vibes such as Clark Nova, Anuseye, My Brand Is Grass, Otehi and ZiZ. An explosion of colours. A dream translated into music. The nightmare of all completist maniacs. HOFMANN’S KALEIDOSCOPE is all this, and much more: it is the natural chemical additive beyond every free imagination.

Coming out November 30 as a supplement to Vincebus Eruptum #14 heavy psych magazine, deluxe edition limited to 200 copies!

Tracklist:

01. CLARK NOVA - Gentlemen Start Your Engines
02. ENORMOUS - Fly Low Dragonfly
03. INSIDER - Dark Age
04. MOTOPOLKABLACKSAMBA - Astroblues
05. TRIP HILL - Fever
06. ANUSEYE - Thirst for a Fix
07. OTEHI - Sea Witch
08. EPSTEIN SUPERFLU - The War Inside Darktown
09. PERIZONA EXPERIMENT - Santa Canapa
10. MY BRAND IS GRASS - Dolce ginocchiata (sui denti)
11. ZIZ - ZiZ
12. NO STRANGE - Pogaridade


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