venerdì 13 dicembre 2013

New Review | PLANKTON WAT "Drifter's Temple"


Voto
01. Toward the Golden City
02. Changing Winds
03. Klamath at Dusk
04. Nightfall
05. Empire Mines
06. Hash Smuggler's Blues
07. Dance of Lumeria
08. Western Lament
09. Bread of Dreams
10. Siskiyou Caverns

Thrill Jockey
2013
Website

PLANKTON WAT - "Drifter's Temple"

Come una carovana berbera ai confini del Sahara si muove "Drifter's Temple", progetto in solitaria di Dewey Mahood – già con Eternal Tapestry, heavy psych band da Portland. Plankton Wat porta con sé carichi di preziose partiture melodiche e conosce le strade meno comode per raggiungere oasi ed evitare orde di predoni. Con passo lento e sicuro si muove tra miraggi e antichi riti magici. Il progetto è simile, per alcuni versi, ad un'altra pubblicazione targata Thrill Jockey, i Kandodo di Simon Prince degli Heads, anche se qui emerge un'idea più ragionata di composizione, meno legata all'improvvisazione e ai loop. Suonando chitarre a 6 e 12 corde, lap steel, basso, organo e synth è ovvio che Dewey sia dovuto ricorrere alle sovraincisioni, ma ogni pattern è arricchito con dettagli preziosi e mai banali. Il suo approccio alla musica è una ricerca spirituale. Un viaggio a colloquio con gli dei vicino allo stile degli OM di Al Cisneros.
Segue armonie orientaleggianti simili ai Liquid Sound Company più eterei ("Nightfall" e "Hash Smuggler's Blues"). E non dimentica di andare a trovare il folk psichedelico negli stessi luoghi in cui Ben Chasny ha saputo rinnovargli l'orizzonte ("Klamath at Dusk", "Empire Mines", "Dance of Lumeria"). Per orecchie poco inclini alla stratificazione e sedimentazione del mood, l'ascolto potrebbe apparire a tratti autoindulgente, ma gli appassionati di musica sperimentale e accorata troveranno di che gioire. D'altra parte la musica più visionaria ed affascinante passa sempre attraverso l'ostilità dell'ascolto. Ma questo è sempre un bene.
For psycho head on ecstasy!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | AUSTRALASIA "Vertebra"


Voto
01. Aorta
02. Vostok
03. Zero
04. Aura
05. Antenna
06. Volume
07. Vertebra
08. Apnea
09. Deficit
10. Cinema

Immortal Frost Production
2013
Website

AUSTRALASIA - "Vertebra"

Gli Australasia sono un progetto enorme. Del grande album dei Pelican è rimasta solo una traccia, una confessione di appartenenza e nulla più. Il Sig. Gian Spalluto, l'unico personaggio che si cela dietro il moniker, ha fatto le cose in grande. Per capirlo basta procedere a ritroso, dall'ultima traccia, "Cinema", posta a chiusura di un album che riempie lo spazio tra barbarie proto black (soprattutto nel modo di suonare la batteria, quando compare) e illusioni ambientali. Cinema, si diceva. E sono proprio una dichiarazione d'amore al nitrato d'argento questi arpeggi delicati e rassicuranti, una specie di Nouvelle Vague soundtrack che potrebbe affiatarsi bene con registi del calibro di Paolo Sorrentino. Il disco procede in avanti dal punto in cui il precedente "Sin4tr4" aveva fatto disperdere le tracce. Di quel mini album ripropone due pezzi, "Antenna" ed "Apnea", e si capisce come l'idea di una miscela strumentale che metta in risalto le espressioni più personali dell'autore sia in nuce sin dai primi respiri degli Australasia.
La grande novità è rappresentata da un'incantevole vocalist che appare di tanto in tanto a smorzare l'enorme massa di suono, a ricordo di come tutto quello che stiamo percependo sia di umana natura. Una voce che apre ad un universo non tanto distante da quello di Björk: sperimentale ed evocativo. Come sperimentale appare l'uso di synth ("Vostock" e "Aura") che fa venire in mente cinematografie horror/b-movie prossime alle ispirazioni di Matt Hill (altrimenti conosciuto come Umberto). Ma qui si avverte qualcosa in più. Un'influenza Morriconiana indiscutibile. Soprattutto nella ricerca del tocco. Nello stile. Come al maestro anche al Sig. Spalluto importa mescolare i registri stilistici di diversa natura. E se un'incursione distorta e pesante à la Red Sparowes deve essere al fianco di un mood etereo non importa. La bellezza nasce soprattutto dai contrasti.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE BLUES AGAINST YOUTH "Trapped in the Country


Voto
01. On the Hill
02. Soul Mercenary Blues
03. A Dirtier Job
04. It's Been a Long Time, Mama
05. The Man Who Feels Trapped
06. Honey Don't
07. Dust Cloud
08. Gone With the Grill
09. I Dreamt of My Dog Last Night
10. Three Headed Demon
11. Light Bearer Song
12. Out of 2012

Off Label Records / Deer It Yourself Records
2013
Website

THE BLUES AGAINST YOUTH - "Trapped in the Country"

Ascoltare un disco di Gianni aka The Blues Against Youth è sempre un'esperienza divertente. Si ha la sensazione di andare a bere con un amico. Uno che ti racconta che la vita è uno schifo. Che le ragazze ti lasciano e il datore di lavoro ti paga poco e ti sfrutta. Ma davanti all'ultimo bicchiere ti ghigna in faccia che è meglio sfanculare tutti e bersi un altro goccio di bourbon. Dopo tutto, la vita ha sempre un modo per riconciliarsi con te. Per esempio, con la musica. Fedele e genuina come un cane in montagna. "Trapped in the Country" oltre ad essere fedele e genuino è pure ruspante. Il titolo vuole alludere, forse, alla condizione che vivono tutti i ragazzi della provincia. Quell'idea strisciante che il paese è una chiavica. Di là, oltre, c'è la città di Gaberiana memoria. Mille luci, mille colori. Si parte! Ma poi la casa è qua. E c'è sempre qualcosa di dolce che attira. Come la tromba di "Gone with the Grill", dal sapore Waitsiano, che ammalia e cattura come una bella mangiata nei giorni di festa. O il kazoo di "It's Been a Long Time, Mama" che fa scontrare frontalmente il country americano con quel buontempone di Joe Sarnataro.
C'è il tempo anche di ripercorrere le vie dei padri, con un pezzo di David Allan Coe "Honey Don't", datato 1979, vera e propria cowboy song con tanto di fischio e solo di banjo al fulmicotone a cura di Joost Dijkema. Altri ospiti compaiono di tanto in tanto ad arricchire un piatto già carico di sapori: Andrea "Merendina" Cruciani (ex The Orange Man Theory) che con la sua harp illumina "Light Bearer Song" e Guglielmo Nodali, lapsteel nella conclusiva e rassicurante "Out of 2012". Ma il focus dell'album ce l'ha in testa solo il nostro Gianni, vera e propria sound machine armata simultaneamente di chitarra, bassdrum, hi-hat, kazoo e l'invisibile Iron Snare 2.0. È lui che fa virare i pezzi verso la tensione, la calma di un sogno ("I Dreamt of My Dog Last Night") o il blues scarno e ultra virile di "Three Headed Demon". È a lui che va il merito di aver coltivato e sviluppato un progetto meraviglioso come The Blues Against Youth. Salute a te, vecchio brigante!



Eugenio Di Giacomantonio

martedì 19 novembre 2013

Ex Discography @ Bandcamp!








 


New Review | BLACK RAINBOWS "Holy Moon"


Voto
01. Holy Moon
02. Monster of the Highway
03. Chakra Temple
04. The Hunter
05. If I Was a Bird
06. Black to Comm

Heavy Psych Sounds
2013
Website

BLACK RAINBOWS - "Holy Moon"

Inizia come un disco dei compianti 35007 il nuovo lavoro dei nostrani Black Rainbows a titolo "Holy Moon", ossia sample vocali catturati da un lancio spaziale NASA fusi con riff dal battito lento e circolare. La band romana è giunta al quarto disco con un'intenzione precisa: rispolverare il groove che, a cavallo tra i due millenni, tra il 1995 e il 2005, ha ispirato una serie di band dell'orbita heavy psych producendo una quantità di album evoluti soprattutto in direzione di contaminazione tra diversi stili. Dischi come "Los Sounds de Krauts" dei Color Haze, "Ciudad de Brahman" dei Natas e "To the Center" dei Nebula hanno avuto il merito di proseguire il discorso post Kyuss arricchendolo di personalità e classe cristallina. E in un certo senso l'evoluzione che ha ispirato il gruppo capitolino punta nella stessa direzione. Come dire, l'effervescenza giovanile ha lasciato spazio ad un bel frutto maturo.
È chiaro soprattutto in pezzi come "Chakra Temple", desertica e ammaliante, che sembra proprio una outtake del trio argentino nel momento in cui espandeva i propri orizzonti alla ricerca di corsari neri. Come è chiara l'ispirazione dietro "Black to Comm", una chiusura esemplare che tra saliscendi espressivi è il vero apice dell'intero progetto, facendo convergere il miglior hard rock con le sperimentazioni psichedeliche di tre decenni. Ottimo. Ma qualcosa parla ancora il linguaggio basico dei nostri: "Monster of the Highway" e "The Hunter" riportano l'adrenalinico power sound dei Grand Funk Raiload in avanti con l'orologio e l'episodio "If a Was a Bird" è una piacevole eccezione acustica nel classico timbro stilistico della band. Qualcosa è cambiato. Sicuramente la nuova lineup ha dato nuovi stimoli a Mr. Fiori, vero deus ex machina del progetto. E sicuramente questi nuovi stimoli porteranno una luce nuova sul prossimo full lenght del combo. D'altra parte la contaminazione risulta sempre essere meglio delle singole parti che la compongono.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | WOODEN SHJIPS "Back to Land"


Voto
01. Back to Land
02. Ruins
03. Ghouls
04. These Shadows
05. In the Roses
06. Other Stars
07. Servants
08. Everybody Knows

Thrill Jockey
2013
Website

WOODEN SHJIPS - "Back to Land"

Un processo d'evoluzione costante, per certi versi simile a quello dei Black Angels, rappresenta il percorso discografico dei Wooden Shjips che con "Back to Land" arrivano a pubblicare il quarto album, secondo sotto il beneplacito della Thrill Jockey, dopo il bellissimo "West". Evoluzione della scrittura fine sia chiaro, non di stile. Si intercetta il bisogno di "sgrossare" la materia primordiale del songwriting dei nostri con una lavorazione al dettaglio. Complice, forse, il trasferimento di Eric "Ripley" Johnson (voce e chitarra) e Omar Ahsanuddin (batteria) in Oregon, dove il clima più soleggiato ha favorito l'espressione più calda, mutuando l'idea primordiale di alchimia tra Doors, 13th Floor Elevators e Can in una rinvigorita idea di toxic rock à la Velvet Underground meets Crazy Horse. C'è qualcosa di prettamente americano, insomma.
"Ruins" e "These Shadows" potrebbero essere elette motion picture soundtracks di un remake di "Easy Rider" del 21° secolo. Il cerchio ipnotico si è arricchito di accessori graziosi, come chitarre acustiche e languidi (bellissimi e mai stucchevoli) pattern di chitarra a metà strada fra solos ed effetti. Affiora anche l'urgenza che ha reso il precedente disco il più nervoso della carriera dei nostri in pezzi come "In the Roses", "Other Stars" e "Sevants": soglie vicino alla galassia interstellare Hawkwind. E qui gli ammiratori dello spazio profondo possono giovarsi di familiarità assortite come phaser, delay, cosmic trip & space paranoid. Un trittico che riporta a galla la vera natura dei Wooden Shjips, felicemente freaky e drugs addicted. Tutto un attimo prima di congedarci con il finale semi acustico di "Everybody Knows" come richiamo a spiegare che la vera bellezza si svela nell'eterno ritorno al punto di partenza, con due accordi due e la voglia di cantarci sopra. Radicali e quindi senza tempo.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE LONE CROWS "The Lone Crows"


Voto
01. Lone Crow
02. Can't Go Home Again
03. Heard You Call
04. You Got Nothing
05. Moonshine
06. The Ghost
07. When I Move On
08. The Crawl
09. Runnin' Through My Head

World in Sound
2013
Website

THE LONE CROWS - "The Lone Crows"

Una bella botta adrenalinica è il primo disco omonimo dei The Lone Crows. Sembra di ascoltare una heavy psych band colorata nello sleazy listening nordeuropeo di Hellacopters, Turbonegro e Free Fall. Un approccio che si nutre di antico e moderno risultando fuori dal tempo. Il concept è quello di una jam band fine Sessanta: heavy, soul, funk e hard mescolato insieme in una pozione che ricorda quella bevuta da Santana, Cactus, Humble Pie e Led Zeppelin. Come dire, hard applicato alla voglia di divertirsi. La World in Sound è andata a scovare dall'altra parte del pianeta una band che soddisfacesse in pieno la voglia di ruspante rock'n'roll e sembra aver trovato quello che cercava in questi ragazzi del Minnesota. L'iniziale omonimo pezzo è la presentazione del combo: roccioso stoner rock che sembra uscito dritto dritto da "Daredevil" dei Fu Manchu. L'attimo dopo è subito una quieta declinazione blues che si accompagna alla seguente "Heard You Call", momento riflessivo che mette in luce il tocco melodico del chitarrista Julian Manzara.
La dolcezza può essere il momento giusto per far risaltare l'aggressività. Infatti il brano successivo, "You Get Nothing", si nutre delle stesse ambizioni del giovane Jimmy Page infatuato del delta blues fine 50. Da "The Ghost" in poi sembra di assistere a Woodstock: improvvisazione, partecipazione, ritmi lenti e caldi come sieri velenosi. Ed anche un finale da 12 battute piene piene di "Runnin' Through My Head" che riporta tutta a casa del blues elettrico alla Cream, Steppenwolf e Groundhogs: gente che ha stuprato la musica del diavolo con quintali di watt. C'è una serie di band che in un modo o nell'altro risultano classici e moderni allo stesso tempo, come The Muggs, Blues Pills e Radio Moscow. Finchè ci saranno loro, c'è speranza.



Eugenio Di Giacomantonio

venerdì 1 novembre 2013

GOD SAVE LORENZO WOODROSE

Lorenzo è un omone simpatico. L’ho visto davanti al Sidro Club di Savignano sul Rubicone, in mezzo al nulla della campagna romagnola, dopo un live da brividi con la sua band: i Baby Woodrose. Aveva l’aria contenta, del rocker di razza, che a quasi 50 anni va nei club di tutto il mondo e suona per 100 persone. Portando avanti quell’idea che se la vita ti fa nascere perdente devi vivere per vincere. E la sua storia è da manuale: una continua evoluzione verso la bellezza.

Si legge da qualche parte che sul finire degli anni 90 Lorenzo è in piena crisi. Donne che lo abbandonano. Lavoro che manca. Frustrazioni permanenti. In piena vertigine emotiva, ingerisce i semi della Argyreia Nervosa Bojer, liana perenne della famiglia Convolvulaceae nativa del subcontinente indiano, detta anche, appunto, Hawaiian Baby Woodrose. Dopo quasi un ora Lorenzo percepisce “il suono di 1000 canzoni simultaneamente”. Lui suona negli On Trial, band psichedelica danese con un cantante simile a Michael Stipe, attiva dal 1988. Ma il ruolo di gregario non gli si addice. Lui vuole concentrare la passione per il sixties sounds di Seeds, 13th Floor Elevators, Love, Stooges, Captain Beefheart con qualcosa dall’alto fascino psichedelico. Non sa ancora dove cercarlo. E forse il principio attivo dell’ergina dei semi di quel fiore gli indicano dove andare a trovarlo. Una miscela di flower power, hippie scanzonati, amore universale e delirio freak beat: nella sua testa le visioni in technicolor mutuano lentamente in riff micidiali, space effects e drop out sounds.

Sin dall’iniziale “Blows Your Minds” si intuiscono le intenzioni del nostro: concentrare in 2/3 minuti la potenza del garage americano con un groove genuinamente hard. Ma qualcosa è ancora acerbo. Lorenzo fa tutto da solo. Suona, produce e mixa. Il fiore non è ancora sbocciato. Allora decide che il progetto deve nutrirsi di altre creatività. Assoda due compagni di viaggio: lo spacciatore Fuzz Daddy dietro le pelli e The Mudy Guru al cuore pulsante del basso. Il risultato si chiama “Money For Soul”. Un granito. Qualche appassionato stoner li infilerà dentro la corrente filo Monster Magnet, ma questa è un’inesattezza. Ci sono i singoli. C’è l’urgenza e il testosterone della giovinezza. C’è il trio. La perfezione. Raggiunta l’alchimia, la formula continua a mutare pur rimanendo sempre se stessa. E via di seguito con i bellissimi “Loves Come Down” (un’esagerazione di flower beat con diamanti come “Lighta Are Changing”, “Born To Lose” e “Christine”) “Chasing Rainbows” (un respiro unico allargato verso episodi raga) il disco omonimo del 2009 (una hit dietro l’altra, forse il disco più bello) e l’ultimo “Third Eye Surgery”, visionario e caleidoscopico. Inoltre, come interruzioni della discografia ufficiale, pubblicano un album di sole cover “Dropout!” che omaggia The Savages, Painted Faces, The Lollipop Shoppe, The West Coast Pop Art Experimental, Captain Beefheart & His Magic Band, The 13th Floor Elevators, Love, The Stooges, The Sonics e The Saints in una botta sola e “Mindblowing Seeds and Disconnected Flowers” che rispolvera i primissimi demo.

Ma la vena artistica di Lorenzo non è ancora sazia. C’è un lato oscuro da esplorare. E le intuizioni space non hanno ancora trovato una dilatazione tale da diventare compiute. E c’è dentro qualcosa che muove verso la sperimentazione tout court che vuole mischiare l’elettrico, l’acustico e la manipolazione in studio come si combinavano nei dischi della metà dei sessanta, da Sgt. Peppers in poi, per intenderci. Per rispondere a queste esigenze inizia tre rispettivi progetti.

I Pandemonica sono il lato “satanico” di Lorenzo. Con un’iconografia prossima ai dischi dei Venom, pubblica tre dischi, a tiratura limitata, di acid rock con pesanti influenze occult dark. Non è solo un passatempo. E’ un controcanto alla pulita delizia che si ascolta nei Baby Woodrose. Qui c’è del marcio. Del brutto. Registrato male e lo-fi. Qualcosa di necessario, comunque.

Dragontears è il nome dell’animale space voodoo. Ipnotico, profondo, fantastico. C’è un vero e proprio collettivo dietro. Una serie di musicisti che prestano la loro arte a seconda delle indicazioni di Lorenzo. I tre album pubblicati, per indicazione dell’autore, affermano che il progetto è compiuto. Dalla nostra, speriamo di ascoltare ancora qualcos’altro di così intimamente coinvolgente sparato tra feedback, phaser, wah wah, groove immobili e drug addiction. Se vogliamo ritrovare la sostanza degli Hawkwind in una band moderna non si può fare a meno dei Dragontears. Imprescindibili.

Gli ultimissimi a pubblicare un disco sono gli Spids Nøgenhat, altro progetto sperimentale che con “Kommer Med Fred” (siamo venuti in pace, nella lingua madre dei nostri, il danese) ripubblicano un lavoro dopo ben 12 anni dal primo “En Maerkelig Kop Te”. Qui Lorenzo si abbandona di più alle influenze degli altri membri e si respira un’aria tra amici, che si incontrano per jammare, bere e fumare. Rivedere gli altri membri degli On Trial, gente che ha mosso i primi passi insieme a te, è per Lorenzo un ritorno in famiglia, un riconoscimento implicito del ciclo naturale del “tutto ritorna al principio”, al punto esatto da dove era partito. E a ribadire il concetto ci pensa “Vand Brod Og Te” versione in lingua madre di un pezzo dei Baby Woodrose interpretato come la Incredibile String Band. Contaminazione è arricchimento: perfetto.

Non sappiamo quali saranno i progetti di Mr. Woodrose nell’immediato futuro. Sappiamo solo che qualsiasi cosa uscirà dalla sua mano sarà sinonimo di genuinità e bellezza. Veri doni che si possono fare a questa disastrata umanità. Che Dio ti salvi veramente, caro Lorenzo.

Articolo pubblicato su MIMETICS n.8

GOD SAVE BARE WIRES

Ogni volta che lo danno per morto, il rock and roll resuscita e mena le mani. E le dà di santa ragione a chi si è perduto tra dream pop, stoner, gothic, post, noise, garage e Dio solo sa quale altra stronzata propinata in 60 anni dalla sua nascita. Il Rock, il duro, legato al suo doppio "sleazy", il Roll, viene dalla combustione dello spirito con la carne; dall'ode al Signore e dall'evocazione del Diavolo; dalla voce dei neri e dal culo dei bianchi. Come ogni cosa che porta in seno la propria duale natura è simbolo di perfezione.

A ricordarcelo sono stati i Bare Wires, gruppo americano, di Oakland, che nell'arco di pochi anni hanno fatto bruciare il sacro fuoco del rock 'n roll in tre album ufficiali, uno postumo e una manciata di singoli. Un power trio. Perfetto. Basso, chitarra, batteria. Perfetto. Baffoni a manubrio e bici parcheggiate in salotto. Perfetto. Live Fast DIe Young. Perfetto. Ma fino ad un certo punto. Perche' Matthew Melton ha fatto morire i Bare Wires proprio sul finire dell'anno scorso e lui si guarda bene dal fare la stessa fine. Anzi. Sta mettendo sù un altro progetto. Perche' oltre non si poteva proprio andare. Come nel video di "I Love You Tonite": si suona sul dordo del precipizio, ma con quel sorriso in faccia di chi sta facendo la cosa giusta, al momento giusto, nel posto giusto.

Tre album, tre capolavori. "Artificial Clouds", 2009, masterizzato dalla buon'anima Jay Reatard, con formazione allargata al gentil sesso. I pezzi difficilmente arrivano ai due minuti, figuriamoci se interessa che le pop song sono perfette al terzo minuto e mezzo. Cazzate. All'esordio c'e' anche una certa eccitazione sci-fi, chissa' perche' poi del tutto abbandonata. "Are You Taking Her Home" manda affanculo i Weezer per sempre e meno male. Ma e' solo l'inizio.

Qualcosa e' ancora perfettibile e "Seeking Love", di un anno piu giovane, e' li a dimostrarlo. Pura combinazione di melodia e ricerca dell'amore, per l'appunto. Il tema, facile intuirlo, sono le ragazze. O, meglio, il dono che madre natura le ha fatto per renderle tali. "Young Love" frenetica gioia di consumare l'amplesso. "Dancing on a Dime" vero urlo primitivo. "Romantic Girl" non proprio qualcosa legato alla dichiarazione poetica. Dieci pezzi e l'argomento e' risolto con buona pace di chi sta passando una vita a cercare metodi e indicazioni precise.

"Chea Perfume" e' lo stato di grazia. E' la serie di Happy Days che non finisce mai guardata dal set di Star Trek. E' il primo bacio dato alla ragazza piu' bella del mondo. E' la prima volta che da ragazzino mangi le Big Babol mentre vedi Goldrake. E' giri di coltello, sigarette, alchool e pazzie represse. Ramones con la line up delle New York Dolls. Il piacere del sesso. Un Miracolo insomma. Tutti i pezzi sono uguali nel dire sempre una cosa diversa. La title track e' teenage punk piu' rozzo e semplice da fare e da ascoltare; "Don't Ever Change" sa di pruriginose abitudini tra brufoli e decadenza; "Back on the Road" una deliziosa corsa verso l'immortalita'. Ogni volta che parte il solo di chitarra sembra che il tempo non esista piu'. Woodstock e CBGB sessions registrati da Greg Shaw. Uno zenith sotto tutti i punti di vista.

Anche l'ultimissimo "Idle Dreams" segue gli splendori del precedente 10 pollici. Si riaffacciano qualche infezione death surf su "One More Hour of Love" e "Idle Dreams"; c'e' l'urgenza di dire qualcosa molto in fretta in "Chasing Time" e "Psychic Wind" e, come recita profeticamente il titolo dell'ultimo pezzo "School Days Are Over", c'e' la consapevolezza che la gioventu' e' persa definitivamente.

Invidio sinceramente chi non li ha ancora ascoltati perche' vorrei rivivere l'emozione di sentirli per la prima volta. E invidio anche chi li ha visti dal vivo con camicie sbottonate fino all'ombellico e pantaloni di velluto a zampa d'elefante, cosa che in quell'attimo e con quella formazione non ricapitera' piu'. Purtroppo la perfezione e' sempre qualcosa di assolutamente effimero e di breve durata. Devo farmene una ragione.

Articolo apparso su MIMETICS n.6

GOD SAVE JOSH HEISENBERG

In occasione della presentazione del bel video dei Singing Dogs "The true sound of liberty" all'Host(eria) abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l'autore, Josh Heisenberg. Ecco cosa ci siamo detti.

Iniziamo dal nome. Josh Heisenberg. E' un omaggio alla stagione sessanta e settanta del cinema italiano, quando i protagonisti sceglievano un nome inglese per avere un appeal piu' "esotico"?

Sinceramente avere un appeal più ''esotico'' non mi interessa, la scelta di uno pseudonimo è dovuta al fatto che non mi piace il mio vero nome, Josh è un sopranome che mi fu dato da piccolo da un mio amico, e non me ne sono più liberato. Per quanto riguarda la scelta del cognome guardatevi Breaking Bad... 

Nel videoclip dei Singing Dogs c'e' un'atmosfera che evidenzia una passione per il genere Noir/Horror. Parlaci di questa passione e quali sono i film che ti hanno maggiormente influenzato?

Ho sempre amato il cinema horror sopratutto quello degli anni settanta e ottanta, quindi registi come Tobe Hopper, Wes craven, George Romero, Lucio Fulci, Ruggero Deodato, Mario Bava, solo per citarne alcuni. La lista dei film che mi hanno influenzato sarebbe infinita quindi citerò pochi titoli: "Venerdì 13", "Halloween", "La cosa", "Evil dead", "Reazione a catena", "Cannibal holocaust". Attualmente la scena horror è in mano ai francesi. Hanno sfornato parecchi lavori di buon livello come "Martyrs", "Frontiers", "Alta tensione", "A l'interieur", mentre invece non posso dire lo stesso dei lavori nostrani che personalmente sono molto deludenti e spesso sopravalutati dalle riviste specializzate. 

Videoclip: cinema ma soprattutto musica. Che musica stai ascoltando recentemente? Hai suonato con qualche band?

Ho suonato per parecchi anni la chitarra con diverse band della mia zona, ma ora ho mollato e sto dedicando tutto il mio tempo ai videoclip e ad un cortometraggio. Io e Fabio Careddu, il mio collega/amico che si è occupato della fotografia nei videoclip, siamo in fase di preproduzione e se tutto andrà bene a giugno inizieremo le riprese. Ultimamente sto ascoltando parecchie colonne sonore dei film, in particolare le musiche di Carpenter e gli ultimi lavori di Ennio Morricone nei film di Tarantino.

Spike Jonze, Chris Cunningam, Michel Gondry. Artisti che hanno reso grande il videoclip. Chi ti ha maggiormente colpito ultimamente?

Le mie influenze vengono principalmente dal cinema e non dai videoclip. Naturalmente apprezzo molto Chris Cunningam e Spike Jonze, anche se tra i miei preferiti c'è Samuel Bayer che si è cimentato diversi anni fa nell' ottimo remake di "Nightmare".

Com'è nata la collaborazione con i Singing Dogs e cosa stai preparando di nuovo?

Conosco i Singing Dogs da parecchio tempo ed ho suonato con Frank Fucile per diversi anni. Loro volevano fare il loro primo videoclip e io mi sono offerto visto che, oltre all'amicizia che ci lega, apprezzo anche la loro musica. Come ho accennato nella risposta precedente stiamo organizzando un cortometraggio, che in fondo è quello che più mi piace, e dovremo girare altri due videoclip nei prossimi due mesi, uno dei quali con i Laika Vendetta per i quali ho già girato il primo videoclip.

Articolo apparso su MIMETICS n.7

GOD SAVE COMPLESSO DEGLI ILLUMINATI

C’e’ sempre uno spiraglio di luce nel momento più buio della notte. Se in questi giorni soffrite di uno stato permanente di insoddisfazione, se non riuscite più a campare perché questa crisi vi sta letteralmente strozzando e se non riuscite a farvelo venire dritto per le becere proposte musicali a cui siete sottoposti, bhè, allora è giunto il momento di guardare oltre. “Prendi la chitarra e prega” è il consiglio degli Illuminati. A voi basta mettere sul piatto il disco edito dalla Hit Bit Records nel 2008 e fare richiesta di amore. Ve ne verrà dato a profusione. “Communio” vi stordirà beatamente e non potrete fare a meno di muovere testa e culo; con “Eli Eli Lamma Sabactani” vi si gonfiarà il petto di evangelica illuminazione;  “La Notte del Mondo” sarà poesia intimista. Inoltre, come ogni rinnovata tradizione che deve avere una visione avanti e uno sguardo indietro, conoscerete le gesta di chi negli anni passati si è confrontato con il messaggio del Signore come Franco I/Franco IV, Gli Amici e Squali 66. A quadratura del cerchio, nel finale, una “My Generation” spostera’ il vostro focus dai vostri vizi al vostro Dio: il percorso di redenzione sarà così completato.
Non chiedete loro se ci sono o ci fanno. La domanda è profondamente inesatta. Loro sono le lucciole che stanno nelle tenebre. E così sia. A tal proposito facciamo due chiacchiere con Pierpaolo De Iulis, voce e verbo di questo “momento di svago e di raccoglimento”.

1. Il primo disco è enorme! Beat e Garage a braccetto con Catechesi ed Evangelizzazione! Presentaci il nuovo disco: è in preparazione?

Il prossimo album, in uscita ad ottobre insieme ad un lussuoso cofanetto contenente la versione cd ed un documentario sulle messe beat degli anni 60, sarà realizzato in vinile oro per l'etichetta Pater Nostri, una label che si sta sforzando di riportare al centro del mondo giovanile la musica ispirata ai valori della Tradizione. Si tratta di un compromesso da parte nostra, che non amiamo particolarmente i fondamentalisti cattolici, facendo riferimento ad una visione post-conciliare, umanista e universalista. Per quanto riguarda il sound, ci sarà una virata verso sonorità freak beat. D'altronde siamo nel 1968, e non possiamo più suonare come nel 1965. Giusto?

2. Giustissimo. Qualche aneddoto curioso sulla storia degli Illuminati: quali sono i rapporti con la Santa Sede?

Gli Illuminati hanno da tempo rapporti organici con il movimento missionario (in particolare i Padri Comboniani) con i quali abbiamo più volte collaborato per progetti legati alla raccolta fondi per la costruzione di opere di bene in Africa. Dall'iniziale diffidenza, abbiamo stabilito una relazione importante che presto ci vedrà impegnati in diverse altre prove. A settembre, infatti, partiremo per un tour tra Burkina Faso e Mali. Un esperienza dall'intenso valore umano.

3. Il cantato in italiano è concepito come omaggio alla tradizione della musica popolare o come legittima continuazione della lingua liturgica?

Il cantato in italiano è la naturale forma di comunicazione che riteniamo di dover perseguire per parlare ai ragazzi. Abbiamo anche dei brani in latino, che eseguiamo solo in occasioni religiose....temo che il pubblico dei pub non capirebbe....

4. Gli Illuminati sono una risposta alla decadenza del mondo! Come possiamo redimerci padre?

Credo che provare la via del martirio attraverso droghe e alcool sia un ottimo mezzo per liberarsi dai peccati. Abusarne sino a quasi morire, questo è il cammino che consigliamo per potersi immedesimare nella vita di nostro Signore. Solo chi cade a terra può capire come sia importante risollevarsi (Matteo, Primo Testamento).

5. Cinque dischi senza i quali gli Illuminati sarebbero una cosa diversa. Marcello Giombini o Stryper?

Marcello Giombini è il nostro ispiratore, a lui dobbiamo la nostra voglia di suonare. Se dovessi citare alcuni dischi che ci hanno ispirato, direi 'La Messa dei Giovani', 'La Cantata del Terzo Mondo', 'Messa Alleluia', 'Natale Beat' e lp dei Metamorfosi, 'L'inferno'... che a dispetto del titolo è un disco pieno di valori positivi. Alleluja fratelli, Padre Paolo vi benedice tutti!

Articolo apparso su MIMETICS n.5

GOD SAVE DAN SARTAIN

Che abbia qualche conto in sospeso con la vita, il nostro giovane Dan, lo si capisce dalle prime due copertine dei suoi album ufficiali: impiccato ad una corda in "Dan Sartain Vs the Serpientes" e pronto a farsi saltare la testa nell'altro "Join Dain Sartain", usciti entrambi per la Swami Records tra il 2005 e il 2006. Tratto distintivo: un' urgenza espressiva prossima alla nevrosi che genera frustate a forma di canzoni e ritmi cafoni a cui non si può' resistere. A guardare la sua faccia pasoliniana non diresti mai che questo ragazzo di Birmingham, Alabama, potrebbe piantarti un coltello tra capo e collo ma, credetemi, e' quello che potrebbe fare ad uno dei suoi live se sfortunatamente gli capitaste a tiro. Benvenuti nel depravato mondo di mr. Sartain dove le ossessioni si mescolano al più' sudicio rock and roll e dove, felicemente. potreste travate il vostro paradiso.

Un passo indietro.
Dan e' un commesso di un negozio di giocattoli e fumetti. Vede i mostri. Non sono poi così' brutti come la gente li descrive. Sono quasi teneri. Umani. Nell'adolescenza ognuno privilegia alcune amicizie piuttosto che altre e Dan sembra a suo agio circondato dai mostri. Questo crea in lui una forte passione per la cultura underground a cui mischia, presumibilmente, una quantità' di ascolti che vanno dai Cramps ai Fuzztones, dai Birds ai Sonics, passando attraverso le combriccole mariachi che sfiorano la sua zona e una leggera influenza roots rock a la Johnny Cash mescolata alle sincopi tex mex. I primi due dischi, in vinile, se li produce da solo tra il 2001 e il 2002. Sono sporchi, urgenti, slabbrati. Qualche appassionato del lo-fi ultima generazione potrebbe trovarli anche carini, ma quando Dan li registra vuole assomigliare a tutto fuorché' ad una cosa graziosa. E' un bisogno dello stomaco prima. E del culo poi. Un pezzo come  "Cobras pt. 2" e' veramente una cosa da spostato vero (altra ossessione: i cobra e i serpenti; tornano sempre in qualche pezzo di ogni suo album), ma qualcosa brilla anche di melodia propria. "Good Night" svela l'anima dolce di Dan. Anche i monomaniaci possono innamorarsi, insomma. Inizia a girare l'America con i concerti. "Sartain Family Legacy 1981-1998" e' il dischetto che si trova nel suo merchandising al termine dei suoi live e racchiude i due album autoprodotti più' altro materiale.

Gira e suona, suona e gira, Jonn Reis, altro spostato vero, lo scrittura per due album per la sua Swami Records. Due capolavori, senza mezzi termini. Il cocktail e' sempre quello: furioso "garage rurale" alternato a canzoni con la sola chitarra acustica che incantano le donne al chiaro di luna. "Walk Among the Cobras, pt.1" ribadisce le sue nevrosi, "Try to Say" conferma che quattro accordi quattro cambieranno il mondo e "Drama Queen" e' una corsa di rodeo su un cavallo selvaggio. Inutile citare altri pezzi. I due dischi in poco più' di mezz'ora ognuno regalano vertigini e bellezze da capogiro. Fatevi un regalo: accattateveli. Sentirete gli angeli urlare e i demoni gracchiare. Meglio in vinile così' potreste vedere come Dan si diletta nelle illustrazioni. L'ultima sua uscita discografica e' del 2010 e dopo quattro anni di silenzio afferma "Dan Lives".

Cosa sia successo in questo lasso di tempo non e' dato saperlo. Fatto sta che il nostro si e' un po' ammorbidito, perdendo un po' della sua carica radicale a favore di un rilassamento dei toni e di, speriamo per lui, una ritrovata pace con se stesso. Forse si e' sposato a giudicare dalla copertina che lo ritrae abbracciato ad una donna. Anche l'etichetta cambia. Stavolta e' la più' "morigerata" One Little Indian a dare alle stampe l'album. E' sempre un bellissimo disco, ma la gioventù' e' passata e Dan si presenta come un uomo nuovo, più' attento a non bruciarsi troppo e troppo in fretta. Il futuro si presenta felice. Forse passera' per l'Italia prima o poi. Immaginiamo con una Rolls anni 60 con due corna sul davanti e una famigliola felice nel posteriore. Ma noi che lo conosciamo bene, noi che non lo abbiamo conosciuto mai, pensiamo che da un momento all'altro potrebbe saltarci alla gola oppure offrirci da bere. Staremo a vedere.

Articolo apparso su MIMETICS n.3

martedì 22 ottobre 2013

New Review | THE DECLINE EFFECT "The Decline Effect"


Voto
01. Swine
02. Divide & Conquer
03. Serpent to Slay
04. Bulletproof
05. Superstructure
06. Drone
07. Sleeping Giant
08. I.N.S.
09. Bodies

28:48 Records
2013
Website

THE DECLINE EFFECT - "The Decline Effect"

Una interessantissima unione di feeling blues, spirito hardcore e cuore stoner è il primo disco omonimo di The Decline Effect, nuovissima band di Dirty Dave dei Glasspack in combutta con i fratelli Abromavage agli strumenti a corda e con Jae Brown alla batteria e percussioni. Sin dalle prime note si intuisce che saranno letteralmente mazzate sui denti. Niente fronzoli, niente ellissi psichedeliche, niente ripensamenti. Solo duro e crudo rock'n'roll. Avevamo lasciato il vecchio Dirty Dave in compagnia di Jim Beam and Good Green, ma stavolta il dolce sciacquabudella è in proporzioni raddoppiate. Tanta è la rabbia e l'energia sparata fuori dalle casse che per tensione e spirito antagonista vengono in mente Sick of It All, Black Flag e Suicidal Tendecies, tutto filtrato attraverso un cottura southern al sole di Louisville. Inoltre, emerge quella cura nel trattare la materia rock con pesanti addizioni blues che fa pensare a band come Five Horse Johnson, Clucth e Dixie Witch.
L'uno/due iniziale di "Swine" e "Divide & Conquer" ricorda l'esordio degli Off!, altro gruppo che vede nella formazione menti psichedeliche virate alla straight opposition. "Serpent to Stay" e "I.N.S." (quest'ultima va a cercare gli Iron Maiden di Paul di Anno) flirtano con un riff metal così come lo si poteva forgiare a metà anni Settanta. Vengono chiamati in causa anche i padri fondatori di tutta la musica heavy da 40 anni a questa parte, i Black Sabbath, con "Sleeping Giant" ma è solo un accenno poiché l'album è talmente compatto e ricco di suggestioni che i tributi devono durare il battito di una canzone. 30 minuti di musica per 9 canzoni determinano una sintesi perfetta. Onore alla neonata 28:48 Records di Tom Haile che ha avuto il merito di pubblicare un disco bello e radicale investendo in produzione e distribuzione. DIY is the law!



Eugenio Di Giacomantonio

martedì 15 ottobre 2013

New Review | MAD CHICKENS "Kill, Hermit!"


Voto
01. Kill Hermit! Gun in My Head
02. Mr. Harvey (Lights a Candle for the Glory)
03. Horses Enchantress
04. Black Magic Black Allergic
05. Jack '69
06. Fell in Love
07. Bed Never Bed
08. Extremely Reflexed in Your Mirror
09. Broken
10. The Tin Man
11. Liar Dog Pt I
12. Liar Dog Pt II

Self produced
2012
Website

MAD CHICKENS - "Kill, Hermit!"

Come dice un vecchio adagio, i giovani hanno sempre ragione. Come hanno ragione le Mad Chickens mettendo su una band che si nutre di tutti quei generi che da adolescenti si amano. Post punk, riot girl, crossover e post rock. La rabbia deve trovare uno sfogo. E Valeria, Laura, Maria Teresa e Nicola lo riversano dentro "Kill, Hermit!", album ben composto, ben suonato, ben prodotto. C'è più di una conversione verso le Hole (Courtney Love deve essere un vero e proprio riferimento soprattutto per Valeria, nel modo di cantare) nei contrasti tra piano/forte e tra la dolcezza della strofa con l'urto del ritornello. Ma emerge anche una volontà di trovare una propria strada nei suoni, con keyboards e effetti.
Si respira a pieni polmoni l'aria che girava attorno a Smashing Pumpkins, Green River, Nirvana, Screaming Trees, Soundgarden, Stone Temple Pilots e a tutte le altre band che a cavallo tra Ottanta e Novanta, dimenticando l'heavy metal, si riappropriavano di un guitar sound dei seventies mescolandolo a quel totem di confusione sexy dei Sonic Youth. Qualcosa va in direzione basica, come la ballad "Fell in Love" in chiave acustica e qualcosa ripropone riff pescati da un sentito tutto italiano ("Extremely Reflexed in Your Mirror" è "Morire" dei CCCP assorbita e risputata fuori al ralenti ben 30 anni dopo, segno che alcune intuizioni cavalcano il tempo senza perdere un grammo in espressività). Altro tende verso la spigolosità dei white noise come l'uno/due iniziale di "Kill, Hermit! Gun in My Head" e "Mr. Harvey (Lights a Candle for the Glory)", ma il tutto viaggia verso una sintesi compatta tra grunge e post rock. Giovani donne crescono. Rimanere sintonizzati, please.



Eugenio Di Giacomantonio

New review | PATER NEMBROT "Extended Pyramid"


Voto
01. Extended Prayer
02. Solace When I Think I Live in a Post Post-Modern Era
03. Exile

Go Down Records
2013
Website

PATER NEMBROT - "Extended Pyramid"

Con un calore emotivo prossimo alla stagione unplugged di metà anni Novanta si presenta "Extended Pyramid" dei romagnoli Pater Nembrot. Un rumore catturato in sala studio, una chitarra acustica e una voce lenta come lava hanno la stessa disperata dolcezza vista negli occhi di Layne Staley. Partire così è come fare una confessione a cuore aperto. O come mostrare la famiglia da cui si discende. In ogni caso, una dichiarazione di genuinità. Philip Leonardi (chitarre, voce, flauto, synth), Jack Pasghin (basso) e Alfredo "Big J" Casoni (batteria) hanno voluto rappresentare il loro ideale di perfezione mescolando influenze che valicano i confini di tre decenni. E ci sono riusciti sintetizzando Mad Season, Los Natas, Melvins, Pink Floyd, Cream e Blue Cheer in appena 18 minuti.
L'iniziale minisuite composta da "Extended Prayer" e "Solace When I Think I Live in a Post Post-Modern Era" fa scontrare frontalmente le principali dottrine underground della fine del secolo scorso, grunge vs stoner, sorpassando di lato quel mostro a nome Motorpsycho. Le discese ardite e le risalite. Il dolce e il piccante. Lo schiaffo amoroso. Eccellente. Appresso "Exile" è la dolce vita. Come prima, meglio di prima, il battito lento della batteria viene tumulato nel granito delle chitarra. Qualcosina in più emerge: uno stile fatto di chiaroscuri che vuole andare a trovare il blues proprio dove l'avevano lasciato le rock band degli anni 70 come Leaf Hound, Black Cat Bones e Cactus. Calore bianco come si leggeva da qualche parte. Calore italiano come si potrebbe ipotizzare oggi. Sempre meglio questi Pater. Sempre meglio.



Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 25 settembre 2013

Focus on | GOODBYE BOOZY RECORDS



GOODBYE BOOZY RECORDS - 25/09/2013

La Goodbye Boozy Records fa dischetti meravigliosi. Alla soglia dei 14 anni conta circa un centinaio di uscite tra 33 giri (4 ad essere precisi) e 7 pollici. In mano abbiamo questi numeretti: 78, 82 e 83 e vi diamo un consiglio spassionato: giocateveli al lotto. Perché i numeri di Gabriele Di Gregorio, ogni volta che li ha dati, sono risultati gran numeri. Partiamo con "Blood Red/I'm Gonna Miss You" di Sick Thoughts, un malato paranoico che con quest'uscita conferma appieno la propria natura. Due pezzetti due che della bassa fedeltà se ne fanno un baffo, macinando impunemente Motorhead + punk + vomito nichilista. Fa tutto da solo e si sente. Garantito.
Il pene oceanico o l'oceano del pene. Chi lo sa cosa hanno in mente i Bikes, costola dei Demon's Claws di stanza a Berlino. Il loro one side propone due brani eccellenti, "Ocean Penis" (appunto…) e "Can't Wait". Melodia, divertimento, sporcizia garage con armonia nelle forme. Continuando così potrebbero prendere il posto dei padri. I Drags invece sono i figliocci di Matthew Melton (Bare Wires, Warm Soda) che produce, mixa e masterizza due pezzi magnifici. Ormai l'accoppiata suoni sugar/dirty e voce sussurrata ("da figlio di puttana" come azzecca puntualmente il buon Gabriele) sta facendo scuola. "Sense" stordisce premendo sull'acceleratore e "Sticks and Stones" culla con dolcezze a tratti inasprite da una chitarra gratta cervelli.
Andate a caccia di questi gioiellini, di corsa però, che le tirature sono basse. E magari prenotate le prossime uscite su www.facebook.com/gabriele.d.gregorio.77?fref=ts . State tranquilli: saranno sempre cose di cui non potreste farne a meno.

Ascoltate on line qui: https://soundcloud.com/goodbye-boozy-records



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PENDAGLIO DA FORCA "Prima esecuzione"


Voto
01. Pendaglio da Forca
02. Dichiarazione d'esistenza
03. Il Belpaese
04. Ultimo tramonto
05. I pensieri della mente
06. Emancipazione apparente
07. Il nome che mi hai dato

Self produced
2013
Website

PENDAGLIO DA FORCA - "Prima esecuzione"

Con "Prima esecuzione" i Pendaglio da Forca ci offrono una bella mezzoretta di heavy psych spruzzata di estetica punk rock. La band di Latina raccoglie il meglio tra i personaggi militanti nell'underground più oscuro e verace (Monkey's Factory, Zargoma Tree, Pornoise) e riesce a fare sintesi delle esperienze di ognuno riuscendo a proporre qualcosa di originale. Il motore propulsore sembra essere il disagio che viviamo in questi giorni nel Belpaese e i testi di Pietro (l'influenza punk più marcata) vogliono far esplodere la rabbia che ognuno prova di fronte alle ingiustizie, alle prevaricazioni e agli abusi di potere. L'inquinamento ambientale e culturale, il potere del Vaticano, le logge di governo, la guerra sulle popolazioni deboli, gli sbarchi combattuti con gli affondamenti e gli abusi sulle donne sono davanti ai nostri occhi e bisogna sapersi indignare, non guardare altrove. Ma non è solo cronaca da telegiornale.
A completamento viene esplorata la risposta emotiva che queste atrocità provocano sulla persona. Condizionamento mentale, disagio, repressione e depressione, fine delle speranze e pazzia. L'invito è resistere. Ribellarsi. Se non ora quando? Dalla parte musicale si ha un saliscendi tra ritmi accelerati che richiamano il punk old school del '77, mescolato a una influenza desert rock "carne e patate" con riferimenti a Karma to Burn, Unida, Slo Burn, Clutch e tutta quella parte vitaminica dello stoner. Nel bel mezzo del viaggio una bella sorpresa, "I pensieri della mente": una mazzata proto doom con voce salmodiante e riff tombale. Come coniugare le diversità senza risultare incoerenti? I Pendaglio da Forca hanno scoperto l'alchimia. Attendiamo successivi sviluppi.



Eugenio Di Giacomantonio

sabato 14 settembre 2013

New Review | DUSTIN WONG "Mediation of Ecstatic Energy"


Voto
01. The Big She
02. Emerald Atmosphere
03. Imaginelectric
04. Aura Peeled Off
05. Out of the Crown Head
06. Liberal Christian Youth Ministry
07. Cityscape Floated
08. Speeding Feathers Staring
09. (A) Shows (B) His Analysis and (C) Looked Over
10. Physical Consciousness Went in
11. Japan
12. Helix Sky
13. Vision Waterfall
14. Tall Call Cold Sun

Thrill Jockey Records
2013
Website

DUSTIN WONG - "Mediation of Ecstatic Energy"

La delicatezza che avvolge "Mediation of Ecstatic Energy" di Dustin Wong è cosa rara. Pattern soavi, ripetuti, circolari si aprono verso l'energia estatica, cercata e trovata nella sinteticità di strumenti elettrici. Pezzo finale del trittico iniziato nel 2010 con "Infinite Love" e proseguito con "Dreams Say, View, Create, Shadow Leads" dello scorso anno, l'album si presenta compatto ed omogeneo nella costante ricerca di differenti soluzioni ritmiche. Il supporto è dato da "dieci dita, due piedi, e dalla sua fantasia senza fine" come recita il press kit della Thrill Jockey e non risulta difficile immaginare Dustin costruire passo dopo passo, sovrapposizione dopo sovrapposizione, il suo mondo sonoro, antico e moderno, espressione della formazione d'infanzia a Tokyo e della maturità in giro per il mondo.
Formalmente i suoni vagano tra strutture progressive ("Out of the Crown Head" ha il pregio di farci sentire il suono PFM hic et nunc), lirismi à la Sigur Ros ("Tall Call Cold Sun") e meditazioni trascendentali di memoria kraut. Si ha la sensazione piacevole di ascoltare l'esperimento di un singolo personaggio che mette alla prova la sua tecnica per spingere avanti il suo personalissimo registro di scrittura melodica. E sotto questo punto di vita l'album è formidabile: scatti tra ritmi imprevedibili, poliritmie, anomalie e sincopi a braccetto con semplicità da videogame e ammiccamenti pop. Dal sol levante abbiamo sempre avuto prodotti che rimasticavano la cultura occidentale in maniera originale e bizzarra, con qualche piccola caduta verso la caricatura, ma qui assistiamo alla lenta creazione di uno stile riconoscibile e per certi versi unico. Coraggio e ammirazione per chi, col rischio del fallimento, tenta strade poco battute.



Eugenio Di Giacomantonio

venerdì 30 agosto 2013

New Review | KANDODO "K20"


Voto
01. Slowah
02. Grace and
03. Waves
04. Kandy Rock Mountain
05. July 28th
06. Swim Into the Sun

Thrill Jockey Records
2013
Website

KANDODO - "K20"

Simon Prine è un re. Della chitarra ovviamente. L'abbiamo ascoltato con piacere nel suo gruppo principale, The Heads, autentici fumatori di fuzz a distorsioni enormi. Ed ad un primo ascolto distratto potrebbe apparire notevole lo scarto con il suo ultimo progetto solista, Kandodo. Ma solo ad un primo ascolto. Perché, approfondendo, si intuisce come Simon stia cercando da sempre la stessa cosa seppur con metodologie diverse. La sua recherche è verso l'estasi. Perseguita con l'utilizzo di strutture circolari, ridondanti, ambientali. E più la ripetizione e la coercizione avvengono in maniera simultanea, più l'effetto è garantito. Come nei bellissimi album "Relaxing with The Heads", "Under the Stress of a Headlong Dive" e "Everybody Knows We Got Nowhere" gli Heads hanno cercato la sintesi ultima del loro processo di riconciliazione tra The Stooges, Blue Cheer, MC5 e The Who, così in Kandodo si assiste alla stesso processo di sintesi, ma, come dire, da un punto d'osservazione altro
Questa volta i numi tutelari non sono le rock band degli anni passati, bensì gli orizzonti visti, le facce incontrate e tutte le musiche racchiuse in ogni parte del mondo. Ed anche le musiche che non esistono, quelle solamente immaginate. Perché proprio l'immaginazione sembra essere il focus dell'album. L'immaginazione tesa a costruire una visione fantastica come cura espressiva del proprio universo artistico. Che in due episodi soprattutto si presenta in tutto il suo splendore e la sua lungimiranza. "Kandy Rock Mountain" che, ad eccezion fatta per i riverberi della chitarra, non presenta nulla di rock, ma è una splendida declinazione della desert music virata tra synth e arpeggi ambientali e la conclusiva "Swim Into the Sun", monolite di 22 minuti lanciato verso lo cosmologia Hawkwind grazie anche alla presenza di un drumming portante in perfetto stile Simon King (alla batteria c'è in realtà il sodale degli Heads, Wayne Maskell). Prima di questa, registrazioni di vocals distratti, samples da navicella spaziale ed effetti di ogni tipo fanno di "K20" un album bello e prezioso, utilissimo per il relax estivo. Fatevi un cannone, chiudete gli occhi e mettetevi sotto al sole. La realtà sembrerà un po' più bella.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THIS IS GHOST! COUNTRY "This Is Ghost! Country"


Voto
01. Smooth Unfoo
02. Dumbfucker
03. Ztupe - Red Area
04. The God Replacement
05. Tekken
06. Big Fat Killing
07. Black Trekker
08. Bootes

Electric Magic Records
2013
Website

THIS IS GHOST! COUNTRY - "This Is Ghost! Country"

Con una copertina degna di nota per la sua bruttezza, la tedesca Electric Magic presenta al mondo This is Ghost! Country, combo votato al verbo crossover tout court. Nelle intenzioni di Chris (responsabile dell'etichetta, nonché bassista nei superlativi Samara Blues Experiment e Heat) emerge la volontà di dare voce a tutto il ventaglio della scena underground pesante, si tratti di viaggiatori spaziali come i Buddah Sentenza, di shoegazer dal piglio new wave come i Suns of Thyme o di tiratori scelti come i The Lone Crows. In questo caso siamo dalle parti del metal Anselmiano della metà degli Anni 90, quando i primi rallentamenti di tempo si univano ai ribassamenti delle corde, creando quel mostro che di lì a poco sarebbe diventato new metal.
Certo, un timbro sonoro alla Unida non manca mai (la desertica "Tekken" con la relativa coda "Black Trekker" e la conclusiva "Bootes") ma in generale il disco suona bene per chi ama la rocciosità di un Henry Rollins ("Big Fat Killing", "Dumbfucker", "The God Replacement") o la velocità punk rock dei Motorhead ("Ztupe - Red Area"), posizionandosi perfettamente in quel limbo in cui si trovano i dischi piacevoli da ascoltare ma che non lasciano nulla del loro passaggio. D'altra parte il rock non è fatto per essere sempre innovativo, anzi. A volte basta che ci faccia passare una bella mezz'oretta spensierata, per farci sgomberare la testa da ogni problema.



Eugenio Di Giacomantonio

venerdì 19 luglio 2013

New Review | ADRIANO VITERBINI "Goldfoil"


Voto
01. Immaculate Conception
02. Kensington Blues
03. God Don't Ever Change
04. Blue Man
05. New Revolution of the Innocents
06. No Name Blues
07. Style-0 Blues-1
08. Lago Vestapol
09. Montecavo
10. Stella South Medley
11. If I Were a Carpenter
12. Vigilante Man

Bomba Dischi
2013
Website

ADRIANO VITERBINI - "Goldfoil"

Adriano Viterbini è un ragazzo in gamba. Uno che ha preso una chitarra acustica ed ha iniziato ad indagare l'antico sogno del blues con le contraddizioni e le passioni che questo viaggio comporta. E si è fermato nel crocevia dove si incontrano spiritualismo, ricerca interiore, indagine sull'aldilà ed ovviamente amore incondizionato per la musica che in "Goldfoil" si presenta totalmente strumentale. C'è l'amore per figure importanti come Jack Rose omaggiato in "Kensington Blues" e vengono sparsi un po' ovunque gli odori pungenti di Blind Willie Johnson, Alvin Youngblood Hart, Woody Guthrie e Ry Cooder. Poco lontano, con un ghigno saldato tra le labbra, il dannatissimo Robert Johnson sorride nell'osservare come la ragione sia stata sempre dalla sua parte. Anche quando certi patti col diavolo sembravano più che sconvenienti. Espressivamente si godono ritmi saltellanti, sghembi, traditional nel modo più paesano possibile. Slide incantati ed incantevoli che riportano alla mente le visioni di un intossicato Keith Richards del periodo "Love You Live" (per chi avesse in mano il vinile, ascoltare il lato C per conferma). Arpeggi delicatissimi a descrivere in che modo il blues possa essere la l'espressione più conforme al canto della natura.
Ma non tutto è esclusivamente chitarra. In "New Revolution of the Innocents" interviene Alessandro Cortini della corte di Trent Reznor che con il suo synth modulare BUCHLA apre una porta "cinematografica" all'interno del concept senza risultare fuori contesto. E così si passa davanti ad una qualità del mood che vira di volta in volta verso colori inaspettati. Senza paura di ricordare un primissimo e genuino Ben Harper o un introspettivo e cervellotico Ben Chasny. D'altra parte il blues è la musica di tutti per eccellenza. Sopratutto degli africani, tirati in causa nella bellissima "Blue Man" che riporta il sogno proprio al grado zero, quando le percussioni erano l'origine del linguaggio. Musicale e non.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | WHITE HILLS "So You Are... So You'll Be"


Voto
01. InWords
02. In Your Room
03. The Internal Monologue
04. So You Are… So You'll Be
05. OutWords
06. Forever in Space (Enlightened)
07. Rare Upon the Earth
08. Circulating
09. MIST (Winter)

Thrill Jockey
2013
Website

WHITE HILLS - "So You Are... So You'll Be"

In più di un'occasione i WHite Hills ci hanno fatto delle belle sorprese. Come in "H-P1" quando hanno introdotto l'uso massiccio di synth (suonato da Shazzula degli Aqua Nebula Oscillator) o quando hanno esploso il loro concetto di robot rock con logica inversamente proporzionale alle escursioni di un Josh Homme. E in "So You Are... So You'll Be" le sorprese le abbiamo sin dall'inizio, con un intro di elettronica da videogame e il ponte di "In Your Room" che evoca un gruppo come i Death From Above 1979, lontano anni luce dalla galassia Hawkwind in cui i nostri hanno sempre nuotato. Benissimo. Dopo una moltitudine di album in studio ed altre chicchette, collaborazioni e sperimentazioni a cementare una discografia importante, i nostri hanno ancora volglia di stupire, sperimentare e attraversare l'ignoto. Lo intuiamo dalla predisposizione che hanno ad introdurre ogni pezzo dell'album con una serie di gemme sintetiche di varia natura. Forse a causa della volontà di mettere a contrasto l'imponente mole di massa sonora sprigionata dai pezzi "ortodossi" con momenti di stasi rarefatti per recuperare un concetto chiave: la contaminazione è il vero elemento in cui si relazionano tutte le diversità.
Tornati a casa nella loro New York a registrare a Brooklyn con Martin Bisi (curatore del sound di totem come Sonic Youth e Swans), Ego Sensation e Dave hanno costruito i lori migliori riff space rock dai tempi di "Heads On Fire" e con l'aiuto di Bob Bellomo hanno dato nuovo credito al concetto di power trio. Qui non c'è la sola volontà di rinnovare la tradizione del guitar seventies rock per farla diventare una cosa "moderna"; qui si vuole costruire un wall of sound che assorbe ogni declinazione di psichedelia. I pezzi si allontanano dal modello di canzoni, si sviluppano intorno ad un minutaggio sostanzioso e si legano attorno al concetto di un unicum dell'album in modo che alla fine dell'esperienza si guarda indietro a ricollegare i pattern per formulare una sintesi. Questa volta, come in film di fantascienza di Mario Bava, gli eroi che hanno appena solcato l'universo e sono sopravvissuti a cortocircuiti, alieni e pericoli di ogni tipo, si scoprono più audaci, più folli e nello stesso tempo più saggi. E noi con loro.



Eugenio Di Giacomantonio

martedì 9 luglio 2013

New Review | BUDDHA SENTENZA "South Western Lower Valley Rock"


Voto
01. Alpha
02. Time Wave Zero
03. Beta
04. Arrested Development
05. Gamma
06. Spanish Revenge (Hieronimo Is Mad Again)
07. Delta
08. Debris Moon
09. Epsilon
10. The Monkey Stealing the Peaches
11. Zeta
12. Tzameti
13. Eta
14. Psychonaut

World in Sound
2013
Website

BUDDHA SENTENZA - "South Western Lower Valley Rock"

Dopo il bell'esordio del 2009 "Mode 0909" torna il quintetto strumentale dei Buddha Sentenza con "South Western Lower Valley Rock" a sintetizzare, fin dal titolo, la loro propensione per i suoi caldi del desert rock. I sette pezzi proposti hanno una curiosità: ognuno è anticipato da un breve intro nominato di volta in volta con una lettera dell'alfabeto greco. Se sia un semplice divertimento o un concept legato in qualche modo alla terra dei miti più antichi del mondo non è dato sapere, ma ciò che viene fuori dai 45 minuti pieni dell'album è che i nostri hanno voluto dare al popolo heavy psych un lavoro davvero notevole.
I Buddha Sentenza si presentano come una comune freak à la Hawkwind che si trova a jammare con la testa piena di sostanze psicotrope alla deriva delle visioni più allucinanti ed intenti a trasportare nel vortice dell'espansione celebrale il pubblico che li segue. E ci riescono benissimo. Nel viaggio incrociamo sedimentazioni kraut (le band tedesche hanno questo vantaggio: sono portatrici sane dell'influenza che contagiò Faust, Can, Guru Guru, ecc.); passioni latine alla Los Natas, Colour Haze e Kyuss ("Spanish Revenge"); arrangiamenti sulla lunga distanza dei 35007 (mai un gruppo underground ha influenzato così tante band come gli olandesi); stati emozionali sospesi nell'assenza di gravità ("Debris Moon", bellissima e trascendente) e soprattutto una visione della materia chiamata rock che valica i confini di genere. Merito della strumentazione allargata verso i synth che più di una volta trasportano le canzoni oltre...
Non c'è altro da aggiungere: bravissimi. Se qualcuno ha voglia di seguire la sentenza del Buddha basta andare sul loro sito ufficiale e troverete in bella evidenza il link dove scaricare l'album per intero a buona risoluzione. Siete pronti per i Viaggi Interstellari?



Eugenio Di Giacomantonio

venerdì 21 giugno 2013

New Review | THE INCREDULOUS EYES "Here's the Tempo"


Voto
01. Dream On
02. Fragile Present
03. The Fisherman
04. Not Moving
05. Time Wheel
06. Oddity
07. Blinding Reaction
08. I Saw My Hero
09. The Edge of the Shore
10. D-Collapse Day
11. Cold Muddy Waters
12. Still Dreaming

Furtcore Records
2013
Website

THE INCREDULOUS EYES - "Here's the Tempo"

Chi ricorda i Bebe Rebozo? Autori di uno dei più conturbanti ed affascinanti album di inizio millennio, "Voglio essere un ninja e vivere nell'ombra", sono stati, insieme ai Six Minute War Madness e a poche altre realtà del rock italiano di quegli anni, gli unici a prendere la via impervia del rock 'n' roll. Da quell'esperienza emergono The Incredulous Eyes che vedono Danilo e Claudio De Nicola alle rispettive posizioni (voce, chitarra e sax il primo, dietro le pelli il secondo) coadiuvati da Andrea Stazi che prende il posto di Francesco Polcini al basso. A differenza della matematica, pur cambiando minimamente gli addendi, il risultato cambia, e non di poco. Rimane la stessa voglia di sperimentazione che (ormai ne siamo certi) abita nelle menti dei nostri ("Not Moving", "Oddity", "I Saw My Hero", "D-Collapse Day") ma qui assistiamo ad una germogliazione dei semi sparsi in lunghi anni di sala prove, palchi e jammate insieme agli amici.
L'infatuazione per un disco capolavoro come "Terraform" degli Shellac è rimasta, ma stavolta viene contaminata con un approccio più classic/roots ("The Fisherman", il bellissimo primo singolo estratto, con relativo video di Giustino Di Gregorio, "Time Wheel", "The Edge of the Shore", "Cold Muddy Waters") che non nasconde la propria vocazione a diventare maturo e, per certi versi, definitivo. C'è un sapore noir alla Morphine dietro a pezzi come "Blinding Reaction" e viene sparso qua e là un odore di Blonde Redhead prima maniera a sintetizzare la contaminazione post rock con l'onda lunga del pop più ricercato. Il tutto recintato da due pezzi incantevoli nella loro stessa composizione acustica come "Dream On" e "Still Dreaming", a rinforzare l'idea che la bellezza della vita è sempre nell'escapismo dei sogni.
Non sappiamo dove porteranno le prossime peregrinazioni musicali di Danilo Di Nicola e compagnia, ma siamo sicuri che, se continueranno con la stessa genuinità e ricercatezza che li distinguono da oltre dieci anni a questa parte, ne sentiremo delle belle.



Eugenio Di Giacomantonio

giovedì 20 giugno 2013

New Review | WREKMEISTER HARMONIES - You've Always Meant So Much to Me


Voto
01. You've Always Meant So Much to Me

Thrill Jockey Records
2013
Website

WREKMEISTER HARMONIES - "You've Always Meant So Much to Me"

Un lungo mantra ambient drone è "You've Always Meant So Much to Me" di JR Robinson aka Wrekmeister Harmonies. In questo caso la musica è da considerarsi solo come una componente di una complessità artististica che vede il cinema come altro elemento base dell'intero progetto (Mr. Robinson gira dal 2006 con la sua videocamera tra Detroit, il deserto di Joshua Tree e le foreste in decomposizione della Tasmania) e i musei come luoghi adatti alla fruizione. Eseguito nella sua interezza (38 minuti circa) proprio al Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, il pezzo vede la partecipazione, altra curiosità, di una serie di personaggi del metal estremo come Jef Whitehead dei Leviathan, Sanford Parker (giusto per citarne un paio: Buried at Sea e Minsk), Andrew Markuszewski dei Nachmystium, Bruce Lamont degli Yakuza, e moltissimi altri. Come da queste menti brutali sia stato partorito un sound così etereo e soffice non è dato sapere, ma "You've Always Meant So Much to Me" è talmente solido e personale che va oltre l'ipotesi di un mero passatempo.
Durante l'ascolto si ha la sensazione di attraversare una terra desolata, arida, dove la civiltà ha lasciato spazio alla lenta decomposizione della materia. Vengono in mente immagini di "The Road" di John Hillcoat, dal romanzo di Cormac McCarthy, e dell'omonimo capolavoro di Béla Tarr, viaggi di abbandono spirituale e fisico della Madre Terra. In alcuni passaggi (25° minuto circa) il suono si ispessisce e vengono fuori i lati oltranzisti del progetto, quelli derivati dal metal estremo. In questo caso le immagini cambiano: si passa al registro noir apocalittico ma senza accelerazioni grind, anzi. È un olocausto doom, potremmo ipotizzare. Poi, riemergono i pattern acustici/sintetici abbelliti da qualche sinistro suono di violino o delicati arpeggi di pianoforte, fino al momento in cui la musica abbandona definitivamente lo spazio e il tempo per lasciare la scena ad un pesante silenzio.
Certo è che l'esperienza dell'album (pubblica la Thrill Jockey esclusivamente su vinile) pur mancando della componente location per essere assorbita in pieno, risulta un esempio di sperimentazione e avanguardia molto lontano dagli ammiccamenti a generi e ad appartenenze di qualsiasi tipo. Qui c'è una volontà di fare quello che si sente senza scendere a compromessi. Giù il cappello.



Eugenio Di Giacomantonio

giovedì 13 giugno 2013

New Review | FARFLUNG + BLACK LAND "Split LP"


Voto
01. Orbital Decay (Farflung)
02. Tubalcain (Farflung)
03. The Ecstasy of Awakening (Black Land)

BloodRock Records
2012
Website

FARFLUNG + BLACK LAND - "Split LP"

Amanti della psichedelia, dei paesaggi desertici, smokers incalliti, come si usa dire, qui c'è pane per i vostri denti. Lo split fra i Farflung, autentici ricercatori dello spazio, da Los Angeles, e i capitolini Black Land è uno di quei patti di sangue che si stipulano tra fratelli. A fornire il supporto ci pensa la BloodRock Records, succursale della Black Widow, che ormai è sinonimo di qualità, avendo pubblicato una serie di uscite una più bella dell'altra (una tra tutte il terzo album dei Burning Saviours "Nymphs & Weavers", heavy doomsters da Orebro).
Qui si parte con i Farflung ed un riff puro Stooges di "Orbital Decay" , bellissimo opener che mette in chiaro una cosa: psichedelia non è solo fare infinitamente lo stesso riff fino a quando non viene snaturato. Psichedelia è ricerca, astrazione e sperimentazione. Lo si intuisce al settimo minuto quando gli Hawkwind si impadroniscono del pezzo dilatandolo verso orizzonti cosmici. A seguire "Tubalcain" sembra essere presa a forza dal prossimo volume delle Desert Sessions (a proposito, quando Mr. Josh Homme si deciderà a tornare a Rancho de la Luna per registrare qualcosa di nuovo?) tanto racchiude d'improvvisazione la stessa costruzione del pezzo.
Quando tocca ai Black Land la musica, se possibile, si fa ancora più spessa. Con la mini suite di un quarto d'ora di "The Ecstasy of Awakening" i saliscendi e i contrasti si fanno più evidenti e nello stesso tempo più morbidi. Dopo il lungo intro analogico (oltre 5 minuti) adatto a farci entrare in punta di piedi nei viaggi interstellari, la batteria di Nicola introduce il battito motorick della navicella spaziale. Echoes dallo spazio profondo sembrano le voci di Willer. Non tutto è progettato nell'espressione aggressiva della chitarra, anzi. Si tende a lavorare sulla lunga distanza, costruendo impressione dopo impressione il climax espressivo. E, come nei film western che la lunga trama diegetica viene tessuta solo per farla esplodere in una manciata di minuti del finale, così l'estasi del risveglio si apre verso il dodicesimo minuto con il wah wah e le sovrapposizioni di canto e controcanto, per poi sparire subito dopo, lasciando dietro di se una coda mozzata di netto.
Psichedelia è ricerca, astrazione e sperimentazione. Aggiungiamo anche bellezza delle composizioni e sensibilità della materia e avete il quadro perfetto dello split LP in questione. Only for Electric Warlords!



Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 5 giugno 2013

New Review | THE FULL TREBLE "Play the Funk"


Voto
01. Play the Funk
02. Endless Routine
03. Deaf Stone Blues
04. Ballad of the Borough
05. The Ruins of Jede
06. Midget in My Bedroom
07. Downtown
08. Boss of My Time
09. Quing Shan Lao
10. Louise Market
11. King of the Suburbs

Moquette Records
2012
Website

THE FULL TREBLE - "Play the Funk"

I Full Treble sono tre giovanotti lombardi innamorati dei party. Ma non come vengono intesi dalla maggior parte dei giovani d'oggi. Per loro festeggiare significa portare 10 fusti di birra sulla spiaggia con una grossa selezione di dischi punk, funk & rock. La loro musica viene dritta dritta da lì e riporta alla mente i primi Anni 90 quando gente come Red Hot Chili Peppers, Faith No More e Jane's Addiction trovavano una sintesi alla loro proposta musicale proprio nell'unione dei generi citati. Dalla loro i Full Treble hanno un'età che permette di guardare a quei tempi con dovuta ammirazione d'anagrafe e proporre oggi quel tipo di crossover assume lo stesso significato di proporre il sound Anni 70 per gente dall'età più avanzata. Quindi avanti!
È sempre la stessa storia: prendiamo le chitarre e suoniamo quello che ci piace! Così la mezzoretta abbondante di "Play the Funk" scorre via piacevole, tra qualche declinazione Green Day/Offspring/NOFX ("Endless Routine", "Ballad of the Borough", "Boss of My Time"), puro pop punk californiano di terza generazione, qualche approfondimento genuinamente power funk (la title track, "The Ruins of Jede" e "Louise Market") e qualche sorpresa puramente rock blues ("Downtown"), segno che i giovanotti stanno proseguendo il discorso verso l'origine del male, le dodici battute che hanno influenzato la storia del rock da 60 anni a questa parte. Poco altro da aggiungere: mettete "Play the Funk" nello stereo, chiamate gli amici (e soprattutto le amiche), riempite il frigorifero d'alcol e scapocciate duro. I problemi spariranno.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DEMETRA SINE DIE "A Quiet Land of Fear"


Voto
01. Red Sky of Sorrow
02. Black Swan
03. A Quiet Land of Fear
04. 0 Kilometers to Nothing
05. Ancestral Silence
06. Silent Sun
07. Distances
08. Inanis
09. That Day I Will Disappear Into the Sun

BloodRock Records
2012
Website

DEMETRA SINE DIE - "A Quiet Land of Fear"

C'è una grandezza da concept album dietro "A Quiet Land of Fear" dei liguri Demetra Sine Die. Non solo per l'intro recitato da Silvia Sassola tratto da "Song of Innocence and Experience" di Sir William Blake, ma soprattutto per il flusso di continuità in cui nuotano le canzoni. Come prepararsi ad un lungo viaggio verso l'ignoto sapendo sin dall'inizio che non ci sarà ritorno, così ogni cosa osservata godrà della nostra corrispondenza una volta sola. Dando uno sguardo ai titoli si intuisce che il tema del viaggio, introspettivo e celebrale, è il focus dell'intero progetto. "0 Kilometers to Nothing", "A Quiet Land of Fear", "Distances" sono unità di misura delle perenigrazioni intellettuali. Guardare oltre l'infinito dell'universo può essere il modello buono per scoprire cosa abita dentro l'essere umano. E la musica, da parte sua, offre il giusto corredo sonoro per accompagnare l'ascoltatore a questo lungo viaggio.
Il minutaggio è quasi sempre esteso perchè le canzoni devono dipanarsi ognuna con il proprio respiro interiore: "0 Kilometers to Nothing" e "Black Swan" offrono la possibilità di associare grandi pattern di diverso registro proprio per mettere in contrasto diverse e distanti reazioni emotive. A contrasto "Ancestral Silence" e "Inanis" sono gli unici due intervalli strumentali di breve durata che vogliono, per un attimo, trattenere il respiro prima di affondare il colpo, come quello definitivo e mortale di "That Day I Will Disappear Into the Sun" che tra dolci e amari mette fine alla maestosità del disco.
Parlare di influenze e di stile per i nostri è un peccato, tanta è l'originalità e la consapevolezza di Marco, Adriano, Marcello e Matteo di aver fatto une bel lavoro. Si sappia che chi affronterà "A Quiet Land of Fear" si troverà nelle stesse condizioni emotive provate durante l'ascolto di "Aenima" dei Tool, "Australasia" dei Pelican o "At Sun That Never Set" dei Neurosis: nuovi punti di riferimento per nuove concezioni musicali.



Eugenio Di Giacomantonio