venerdì 24 maggio 2013

New Review | APE SKULL "Ape Skull"


Voto
01. Lazy
02. So Deep
03. Time and Wind
04. Make Me Free
05. I've Got No Time
06. Take Me Back
07. Now I Get You
08. Bluesy
09. Hooka

Heavy Psych Sounds
2013
Website

APE SKULL - "Ape Skull"

Chi ricorda i Josiah? Oscuro power trio inglese, purtroppo sciolto a causa del ripiegamento del suo leader Matt verso il progetto (altrettanto interessante) Cherry Choke. Bene, i nostri macinavano un high energy acid rock che mescolava la furia dei Grand Funk Railroad (voce chiara e basso tankard) con una scrittura di facile presa, densa di ritmi funk, hard & soul, à la Funkadelic in botta di THC, per indenderci. Ora i nostrani Ape Skull hanno preso gli stessi ingredienti ed hanno sfornato il primo full-length omonimo che sfamerà tutti coloro desiderosi di una forma genuina di stoner psych.
Giuliano Padroni (batteria e voce), Fulvio Cartacci (chitarra e backing vocals) e Pierpaolo Pastorelli (basso e backing vocals) hanno ascoltato una varietà infinita di gruppi americani ed europei per formulare una sintesi così precisa del loro power sound, che valica la nostalgia dei favolosi Anni 60 e 70 per presentarsi oggi come cosa "nuova". L'importante non è dimostrare abilità e tecnica; l'importante e divertire e divertirsi con il rock'n'roll, facendo propri gli impulsi che animavano quelle grandi band. E il tributo verso i padri lo pagano proprio al giro di boa dell'album, rifacendo in forma ancora più sciolta "I've Got No Time" degli Orange Peel, vera mimesi in chiave tedesca dei travolgenti Leaf Hound.
Così il disco scorre tra grandi canzoni che viaggiano veloci su generi e influenze. "Time and Wind" si riscalda al sole del Sud Americano in compagnia di Lynyrd Skynyrd e Black Crowes; "Make Me Free" e "Bluesy" rispolverano le fantastiche jam dei Cream quando in concerto si poteva andare oltre, oltre, oltre... e l'uno/due iniziale potrebbe benissimo stare in un album pubblicato a cavallo del triennio 1969/1971 senza sentire alcuna differenza. Ma non tutto è propriamente retro: in "Now I Get You" emerge un cortocircuito robotico nel riff che riavvicina gli Ape Skull ai "moderni" Queens of the Stone Age. Tutto amalgamato dalla bella sensibilità di Fulvio che con i sui solos riesce a svincolarsi dal già sentito, impreziosendo le songs ogni volta con una sfumatura diversa.
Chi ha bisogno della modernità nel rock se escono album di questo calibro? Mettendo vicino i dischi da Top Ten e gemme underground come queste, non abbiamo nessun dubbio sulla scelta: long live to high energy rock'n'roll!



Eugenio Di Giacomantonio

venerdì 17 maggio 2013

New Review | VIBRAVOID "Delirio dei sensi"


Voto
01. Poupee de Cire
02. Listen, Can't You Hear
03. Colour Your Mind
04. The Empty Sky
05. Magic Mirror
06. The Golden Escalator
07. All Stars Have Gone to Sleep
08. Optical Sounds
09. Nearby Shiras
10. La Poupe qui fait non
11. Black and White (Live)

Go Down Records
2013
Website

VIBRAVOID - "Delirio dei sensi"

Devono aver avuto un'infatuazione per il french pop Anni 60 se i Vibravoid hanno deciso di piazzare a recinto del loro ultimo "Delirio dei sensi" una bellissima versione di "Poupee de Ciree Poupée de Son" di France Gall (scritta da Serge Gainsbourg, nella sua più alta dimostrazione di psycho pop!) spinta sull'acceleratore fuzz e "La Poupée qui fait non" di Michel Polnareff che nel 1966 descriveva i pruriti e le frustrazioni di un'adolescenza esplosa. Altra strana circostanza per la band tedesca risulta il titolo in italiano ("Acid - Delirio dei sensi" è un film del 1968 di Giuseppe Maria Scotese), puro rinvenimento della nostra stagione cinematografica Anni 70, durante la quale una serie di autori e registi indagavano l'aspetto più esoterico e occulto della società con titoli come "Angeli Bianchi, Angeli Neri" (Luigi Scattini, 1970), "Tutti i colori del buio" (Sergio Martino, 1972) e "Svezia, Inferno e Paradiso" (Luigi Scattini, 1968).
Questo nuovo album dei Vibravoid respira proprio la dualità di queste influenze, anche se nel mezzo c'è la solita summa di improvvisazione/dilatazione a cui i nostri di Düsseldorf ci hanno abituato, mescolata a delle 'interruzioni' del viaggio cosmico come pillole psychedelic beat di straniante bellezza. "Optical Sounds" (The Human Expression), "Magic Mirror" (Aphrodite's Child) e "Colour Your Mind" (Tyrnaround), i titoli parlano da soli, sono splendide gemme acide. La sintesi di un amore genuino verso i Mid-Sixties viene dichiarato in pezzi di 3, 4 o 5 minuti dove il fuzz è il padrone indiscusso, anche nelle battaglie con i tasti d'avorio che qui, rispetto ai precedenti album, si fanno più presenti. Il controcanto è rappresentato da ritmi lenti, effetti space, sound quadrofonico di pezzi come "Nearby Shiras" (Kalachakra), "The Golden Escaletor" (avete nostalgia dei primi Monster Magnet? Eccoli!) e "Listen Can't You Hear", monolite intergalattico mandato a sondare l'universo sconosciuto.
I Vibravoid hanno sempre avuto la grazia di pubblicare album bellissimi, ma questa volta si sono davvero superati. Come si diceva un tempo: buy or die!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | SURVIVAL "Survival"


Voto
01. Tragedy of the Mind
02. Original Pain
03. Freedom 1
04. Second Freedom
05. Since Sun
06. Our Way
07. Freedom 3
08. Tragedy Reprise
09. Triumph of the Good

Thrill Jockey
2013
Website

SURVIVAL - "Survival"

La nuova scoperta della Thrill Jockey si chiama Survival, power trio in cui canta e suona la chitarra Hunter Hunt-Hendrix dei Liturgy, altra band underground curatrice di un Trascendental Black Metal dalle parti di Brooklyn, NY. Nell'omonimo album d'esordio la musica cambia rispetto al gruppo di provenienza e non è cosa da poco. Quando dopo il primo minuto di "Original Pain" entra come bridge un riff puramente Sabbathiano sappiamo che sarà un bel sentire e le carte in tavola saranno mischiate a dovere. Come nell'opener "Tragedy of the Mind", dove rincorse math e ritmi sincopati si susseguono fino a creare una forma stabile di armonia. Coadiuvante dell'impresa non facile è la voce stessa che, con le sue estensioni, rende accessibile una materia che di per sé non lo è minimamente.
In alcuni casi l'avvitamento è dietro l'angolo ("Second Freedom") e in altri la ricerca cervellotica dell'originalità del riff non porta ai risultati desiderati ("Triumph of the Good"). Tuttavia quando le composizioni galoppano spensieratamente ("Freedom 1", "Since Sun" e tutto il finale epico della stessa "Triumph of the Good") ci sono altri tipi di eccitazione sensoriale! Resta il dato di fatto che unire King Crimson, Magma e Black Sabbath con Karate, Smashing Punkins e ...And You Will Know Us by the Trail of Dead non è esperimento facile ed il trio, se saprà canalizzare meglio l'eplosione vulcanica delle proprie idee, riuscirà a far gridare al miracolo più di un critico musicale. Per ora il capolavoro è rimandato.



Eugenio Di Giacomantonio