venerdì 21 giugno 2013

New Review | THE INCREDULOUS EYES "Here's the Tempo"


Voto
01. Dream On
02. Fragile Present
03. The Fisherman
04. Not Moving
05. Time Wheel
06. Oddity
07. Blinding Reaction
08. I Saw My Hero
09. The Edge of the Shore
10. D-Collapse Day
11. Cold Muddy Waters
12. Still Dreaming

Furtcore Records
2013
Website

THE INCREDULOUS EYES - "Here's the Tempo"

Chi ricorda i Bebe Rebozo? Autori di uno dei più conturbanti ed affascinanti album di inizio millennio, "Voglio essere un ninja e vivere nell'ombra", sono stati, insieme ai Six Minute War Madness e a poche altre realtà del rock italiano di quegli anni, gli unici a prendere la via impervia del rock 'n' roll. Da quell'esperienza emergono The Incredulous Eyes che vedono Danilo e Claudio De Nicola alle rispettive posizioni (voce, chitarra e sax il primo, dietro le pelli il secondo) coadiuvati da Andrea Stazi che prende il posto di Francesco Polcini al basso. A differenza della matematica, pur cambiando minimamente gli addendi, il risultato cambia, e non di poco. Rimane la stessa voglia di sperimentazione che (ormai ne siamo certi) abita nelle menti dei nostri ("Not Moving", "Oddity", "I Saw My Hero", "D-Collapse Day") ma qui assistiamo ad una germogliazione dei semi sparsi in lunghi anni di sala prove, palchi e jammate insieme agli amici.
L'infatuazione per un disco capolavoro come "Terraform" degli Shellac è rimasta, ma stavolta viene contaminata con un approccio più classic/roots ("The Fisherman", il bellissimo primo singolo estratto, con relativo video di Giustino Di Gregorio, "Time Wheel", "The Edge of the Shore", "Cold Muddy Waters") che non nasconde la propria vocazione a diventare maturo e, per certi versi, definitivo. C'è un sapore noir alla Morphine dietro a pezzi come "Blinding Reaction" e viene sparso qua e là un odore di Blonde Redhead prima maniera a sintetizzare la contaminazione post rock con l'onda lunga del pop più ricercato. Il tutto recintato da due pezzi incantevoli nella loro stessa composizione acustica come "Dream On" e "Still Dreaming", a rinforzare l'idea che la bellezza della vita è sempre nell'escapismo dei sogni.
Non sappiamo dove porteranno le prossime peregrinazioni musicali di Danilo Di Nicola e compagnia, ma siamo sicuri che, se continueranno con la stessa genuinità e ricercatezza che li distinguono da oltre dieci anni a questa parte, ne sentiremo delle belle.



Eugenio Di Giacomantonio

giovedì 20 giugno 2013

New Review | WREKMEISTER HARMONIES - You've Always Meant So Much to Me


Voto
01. You've Always Meant So Much to Me

Thrill Jockey Records
2013
Website

WREKMEISTER HARMONIES - "You've Always Meant So Much to Me"

Un lungo mantra ambient drone è "You've Always Meant So Much to Me" di JR Robinson aka Wrekmeister Harmonies. In questo caso la musica è da considerarsi solo come una componente di una complessità artististica che vede il cinema come altro elemento base dell'intero progetto (Mr. Robinson gira dal 2006 con la sua videocamera tra Detroit, il deserto di Joshua Tree e le foreste in decomposizione della Tasmania) e i musei come luoghi adatti alla fruizione. Eseguito nella sua interezza (38 minuti circa) proprio al Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, il pezzo vede la partecipazione, altra curiosità, di una serie di personaggi del metal estremo come Jef Whitehead dei Leviathan, Sanford Parker (giusto per citarne un paio: Buried at Sea e Minsk), Andrew Markuszewski dei Nachmystium, Bruce Lamont degli Yakuza, e moltissimi altri. Come da queste menti brutali sia stato partorito un sound così etereo e soffice non è dato sapere, ma "You've Always Meant So Much to Me" è talmente solido e personale che va oltre l'ipotesi di un mero passatempo.
Durante l'ascolto si ha la sensazione di attraversare una terra desolata, arida, dove la civiltà ha lasciato spazio alla lenta decomposizione della materia. Vengono in mente immagini di "The Road" di John Hillcoat, dal romanzo di Cormac McCarthy, e dell'omonimo capolavoro di Béla Tarr, viaggi di abbandono spirituale e fisico della Madre Terra. In alcuni passaggi (25° minuto circa) il suono si ispessisce e vengono fuori i lati oltranzisti del progetto, quelli derivati dal metal estremo. In questo caso le immagini cambiano: si passa al registro noir apocalittico ma senza accelerazioni grind, anzi. È un olocausto doom, potremmo ipotizzare. Poi, riemergono i pattern acustici/sintetici abbelliti da qualche sinistro suono di violino o delicati arpeggi di pianoforte, fino al momento in cui la musica abbandona definitivamente lo spazio e il tempo per lasciare la scena ad un pesante silenzio.
Certo è che l'esperienza dell'album (pubblica la Thrill Jockey esclusivamente su vinile) pur mancando della componente location per essere assorbita in pieno, risulta un esempio di sperimentazione e avanguardia molto lontano dagli ammiccamenti a generi e ad appartenenze di qualsiasi tipo. Qui c'è una volontà di fare quello che si sente senza scendere a compromessi. Giù il cappello.



Eugenio Di Giacomantonio

giovedì 13 giugno 2013

New Review | FARFLUNG + BLACK LAND "Split LP"


Voto
01. Orbital Decay (Farflung)
02. Tubalcain (Farflung)
03. The Ecstasy of Awakening (Black Land)

BloodRock Records
2012
Website

FARFLUNG + BLACK LAND - "Split LP"

Amanti della psichedelia, dei paesaggi desertici, smokers incalliti, come si usa dire, qui c'è pane per i vostri denti. Lo split fra i Farflung, autentici ricercatori dello spazio, da Los Angeles, e i capitolini Black Land è uno di quei patti di sangue che si stipulano tra fratelli. A fornire il supporto ci pensa la BloodRock Records, succursale della Black Widow, che ormai è sinonimo di qualità, avendo pubblicato una serie di uscite una più bella dell'altra (una tra tutte il terzo album dei Burning Saviours "Nymphs & Weavers", heavy doomsters da Orebro).
Qui si parte con i Farflung ed un riff puro Stooges di "Orbital Decay" , bellissimo opener che mette in chiaro una cosa: psichedelia non è solo fare infinitamente lo stesso riff fino a quando non viene snaturato. Psichedelia è ricerca, astrazione e sperimentazione. Lo si intuisce al settimo minuto quando gli Hawkwind si impadroniscono del pezzo dilatandolo verso orizzonti cosmici. A seguire "Tubalcain" sembra essere presa a forza dal prossimo volume delle Desert Sessions (a proposito, quando Mr. Josh Homme si deciderà a tornare a Rancho de la Luna per registrare qualcosa di nuovo?) tanto racchiude d'improvvisazione la stessa costruzione del pezzo.
Quando tocca ai Black Land la musica, se possibile, si fa ancora più spessa. Con la mini suite di un quarto d'ora di "The Ecstasy of Awakening" i saliscendi e i contrasti si fanno più evidenti e nello stesso tempo più morbidi. Dopo il lungo intro analogico (oltre 5 minuti) adatto a farci entrare in punta di piedi nei viaggi interstellari, la batteria di Nicola introduce il battito motorick della navicella spaziale. Echoes dallo spazio profondo sembrano le voci di Willer. Non tutto è progettato nell'espressione aggressiva della chitarra, anzi. Si tende a lavorare sulla lunga distanza, costruendo impressione dopo impressione il climax espressivo. E, come nei film western che la lunga trama diegetica viene tessuta solo per farla esplodere in una manciata di minuti del finale, così l'estasi del risveglio si apre verso il dodicesimo minuto con il wah wah e le sovrapposizioni di canto e controcanto, per poi sparire subito dopo, lasciando dietro di se una coda mozzata di netto.
Psichedelia è ricerca, astrazione e sperimentazione. Aggiungiamo anche bellezza delle composizioni e sensibilità della materia e avete il quadro perfetto dello split LP in questione. Only for Electric Warlords!



Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 5 giugno 2013

New Review | THE FULL TREBLE "Play the Funk"


Voto
01. Play the Funk
02. Endless Routine
03. Deaf Stone Blues
04. Ballad of the Borough
05. The Ruins of Jede
06. Midget in My Bedroom
07. Downtown
08. Boss of My Time
09. Quing Shan Lao
10. Louise Market
11. King of the Suburbs

Moquette Records
2012
Website

THE FULL TREBLE - "Play the Funk"

I Full Treble sono tre giovanotti lombardi innamorati dei party. Ma non come vengono intesi dalla maggior parte dei giovani d'oggi. Per loro festeggiare significa portare 10 fusti di birra sulla spiaggia con una grossa selezione di dischi punk, funk & rock. La loro musica viene dritta dritta da lì e riporta alla mente i primi Anni 90 quando gente come Red Hot Chili Peppers, Faith No More e Jane's Addiction trovavano una sintesi alla loro proposta musicale proprio nell'unione dei generi citati. Dalla loro i Full Treble hanno un'età che permette di guardare a quei tempi con dovuta ammirazione d'anagrafe e proporre oggi quel tipo di crossover assume lo stesso significato di proporre il sound Anni 70 per gente dall'età più avanzata. Quindi avanti!
È sempre la stessa storia: prendiamo le chitarre e suoniamo quello che ci piace! Così la mezzoretta abbondante di "Play the Funk" scorre via piacevole, tra qualche declinazione Green Day/Offspring/NOFX ("Endless Routine", "Ballad of the Borough", "Boss of My Time"), puro pop punk californiano di terza generazione, qualche approfondimento genuinamente power funk (la title track, "The Ruins of Jede" e "Louise Market") e qualche sorpresa puramente rock blues ("Downtown"), segno che i giovanotti stanno proseguendo il discorso verso l'origine del male, le dodici battute che hanno influenzato la storia del rock da 60 anni a questa parte. Poco altro da aggiungere: mettete "Play the Funk" nello stereo, chiamate gli amici (e soprattutto le amiche), riempite il frigorifero d'alcol e scapocciate duro. I problemi spariranno.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DEMETRA SINE DIE "A Quiet Land of Fear"


Voto
01. Red Sky of Sorrow
02. Black Swan
03. A Quiet Land of Fear
04. 0 Kilometers to Nothing
05. Ancestral Silence
06. Silent Sun
07. Distances
08. Inanis
09. That Day I Will Disappear Into the Sun

BloodRock Records
2012
Website

DEMETRA SINE DIE - "A Quiet Land of Fear"

C'è una grandezza da concept album dietro "A Quiet Land of Fear" dei liguri Demetra Sine Die. Non solo per l'intro recitato da Silvia Sassola tratto da "Song of Innocence and Experience" di Sir William Blake, ma soprattutto per il flusso di continuità in cui nuotano le canzoni. Come prepararsi ad un lungo viaggio verso l'ignoto sapendo sin dall'inizio che non ci sarà ritorno, così ogni cosa osservata godrà della nostra corrispondenza una volta sola. Dando uno sguardo ai titoli si intuisce che il tema del viaggio, introspettivo e celebrale, è il focus dell'intero progetto. "0 Kilometers to Nothing", "A Quiet Land of Fear", "Distances" sono unità di misura delle perenigrazioni intellettuali. Guardare oltre l'infinito dell'universo può essere il modello buono per scoprire cosa abita dentro l'essere umano. E la musica, da parte sua, offre il giusto corredo sonoro per accompagnare l'ascoltatore a questo lungo viaggio.
Il minutaggio è quasi sempre esteso perchè le canzoni devono dipanarsi ognuna con il proprio respiro interiore: "0 Kilometers to Nothing" e "Black Swan" offrono la possibilità di associare grandi pattern di diverso registro proprio per mettere in contrasto diverse e distanti reazioni emotive. A contrasto "Ancestral Silence" e "Inanis" sono gli unici due intervalli strumentali di breve durata che vogliono, per un attimo, trattenere il respiro prima di affondare il colpo, come quello definitivo e mortale di "That Day I Will Disappear Into the Sun" che tra dolci e amari mette fine alla maestosità del disco.
Parlare di influenze e di stile per i nostri è un peccato, tanta è l'originalità e la consapevolezza di Marco, Adriano, Marcello e Matteo di aver fatto une bel lavoro. Si sappia che chi affronterà "A Quiet Land of Fear" si troverà nelle stesse condizioni emotive provate durante l'ascolto di "Aenima" dei Tool, "Australasia" dei Pelican o "At Sun That Never Set" dei Neurosis: nuovi punti di riferimento per nuove concezioni musicali.



Eugenio Di Giacomantonio