martedì 22 ottobre 2013

New Review | THE DECLINE EFFECT "The Decline Effect"


Voto
01. Swine
02. Divide & Conquer
03. Serpent to Slay
04. Bulletproof
05. Superstructure
06. Drone
07. Sleeping Giant
08. I.N.S.
09. Bodies

28:48 Records
2013
Website

THE DECLINE EFFECT - "The Decline Effect"

Una interessantissima unione di feeling blues, spirito hardcore e cuore stoner è il primo disco omonimo di The Decline Effect, nuovissima band di Dirty Dave dei Glasspack in combutta con i fratelli Abromavage agli strumenti a corda e con Jae Brown alla batteria e percussioni. Sin dalle prime note si intuisce che saranno letteralmente mazzate sui denti. Niente fronzoli, niente ellissi psichedeliche, niente ripensamenti. Solo duro e crudo rock'n'roll. Avevamo lasciato il vecchio Dirty Dave in compagnia di Jim Beam and Good Green, ma stavolta il dolce sciacquabudella è in proporzioni raddoppiate. Tanta è la rabbia e l'energia sparata fuori dalle casse che per tensione e spirito antagonista vengono in mente Sick of It All, Black Flag e Suicidal Tendecies, tutto filtrato attraverso un cottura southern al sole di Louisville. Inoltre, emerge quella cura nel trattare la materia rock con pesanti addizioni blues che fa pensare a band come Five Horse Johnson, Clucth e Dixie Witch.
L'uno/due iniziale di "Swine" e "Divide & Conquer" ricorda l'esordio degli Off!, altro gruppo che vede nella formazione menti psichedeliche virate alla straight opposition. "Serpent to Stay" e "I.N.S." (quest'ultima va a cercare gli Iron Maiden di Paul di Anno) flirtano con un riff metal così come lo si poteva forgiare a metà anni Settanta. Vengono chiamati in causa anche i padri fondatori di tutta la musica heavy da 40 anni a questa parte, i Black Sabbath, con "Sleeping Giant" ma è solo un accenno poiché l'album è talmente compatto e ricco di suggestioni che i tributi devono durare il battito di una canzone. 30 minuti di musica per 9 canzoni determinano una sintesi perfetta. Onore alla neonata 28:48 Records di Tom Haile che ha avuto il merito di pubblicare un disco bello e radicale investendo in produzione e distribuzione. DIY is the law!



Eugenio Di Giacomantonio

martedì 15 ottobre 2013

New Review | MAD CHICKENS "Kill, Hermit!"


Voto
01. Kill Hermit! Gun in My Head
02. Mr. Harvey (Lights a Candle for the Glory)
03. Horses Enchantress
04. Black Magic Black Allergic
05. Jack '69
06. Fell in Love
07. Bed Never Bed
08. Extremely Reflexed in Your Mirror
09. Broken
10. The Tin Man
11. Liar Dog Pt I
12. Liar Dog Pt II

Self produced
2012
Website

MAD CHICKENS - "Kill, Hermit!"

Come dice un vecchio adagio, i giovani hanno sempre ragione. Come hanno ragione le Mad Chickens mettendo su una band che si nutre di tutti quei generi che da adolescenti si amano. Post punk, riot girl, crossover e post rock. La rabbia deve trovare uno sfogo. E Valeria, Laura, Maria Teresa e Nicola lo riversano dentro "Kill, Hermit!", album ben composto, ben suonato, ben prodotto. C'è più di una conversione verso le Hole (Courtney Love deve essere un vero e proprio riferimento soprattutto per Valeria, nel modo di cantare) nei contrasti tra piano/forte e tra la dolcezza della strofa con l'urto del ritornello. Ma emerge anche una volontà di trovare una propria strada nei suoni, con keyboards e effetti.
Si respira a pieni polmoni l'aria che girava attorno a Smashing Pumpkins, Green River, Nirvana, Screaming Trees, Soundgarden, Stone Temple Pilots e a tutte le altre band che a cavallo tra Ottanta e Novanta, dimenticando l'heavy metal, si riappropriavano di un guitar sound dei seventies mescolandolo a quel totem di confusione sexy dei Sonic Youth. Qualcosa va in direzione basica, come la ballad "Fell in Love" in chiave acustica e qualcosa ripropone riff pescati da un sentito tutto italiano ("Extremely Reflexed in Your Mirror" è "Morire" dei CCCP assorbita e risputata fuori al ralenti ben 30 anni dopo, segno che alcune intuizioni cavalcano il tempo senza perdere un grammo in espressività). Altro tende verso la spigolosità dei white noise come l'uno/due iniziale di "Kill, Hermit! Gun in My Head" e "Mr. Harvey (Lights a Candle for the Glory)", ma il tutto viaggia verso una sintesi compatta tra grunge e post rock. Giovani donne crescono. Rimanere sintonizzati, please.



Eugenio Di Giacomantonio

New review | PATER NEMBROT "Extended Pyramid"


Voto
01. Extended Prayer
02. Solace When I Think I Live in a Post Post-Modern Era
03. Exile

Go Down Records
2013
Website

PATER NEMBROT - "Extended Pyramid"

Con un calore emotivo prossimo alla stagione unplugged di metà anni Novanta si presenta "Extended Pyramid" dei romagnoli Pater Nembrot. Un rumore catturato in sala studio, una chitarra acustica e una voce lenta come lava hanno la stessa disperata dolcezza vista negli occhi di Layne Staley. Partire così è come fare una confessione a cuore aperto. O come mostrare la famiglia da cui si discende. In ogni caso, una dichiarazione di genuinità. Philip Leonardi (chitarre, voce, flauto, synth), Jack Pasghin (basso) e Alfredo "Big J" Casoni (batteria) hanno voluto rappresentare il loro ideale di perfezione mescolando influenze che valicano i confini di tre decenni. E ci sono riusciti sintetizzando Mad Season, Los Natas, Melvins, Pink Floyd, Cream e Blue Cheer in appena 18 minuti.
L'iniziale minisuite composta da "Extended Prayer" e "Solace When I Think I Live in a Post Post-Modern Era" fa scontrare frontalmente le principali dottrine underground della fine del secolo scorso, grunge vs stoner, sorpassando di lato quel mostro a nome Motorpsycho. Le discese ardite e le risalite. Il dolce e il piccante. Lo schiaffo amoroso. Eccellente. Appresso "Exile" è la dolce vita. Come prima, meglio di prima, il battito lento della batteria viene tumulato nel granito delle chitarra. Qualcosina in più emerge: uno stile fatto di chiaroscuri che vuole andare a trovare il blues proprio dove l'avevano lasciato le rock band degli anni 70 come Leaf Hound, Black Cat Bones e Cactus. Calore bianco come si leggeva da qualche parte. Calore italiano come si potrebbe ipotizzare oggi. Sempre meglio questi Pater. Sempre meglio.



Eugenio Di Giacomantonio