martedì 19 novembre 2013

Ex Discography @ Bandcamp!








 


New Review | BLACK RAINBOWS "Holy Moon"


Voto
01. Holy Moon
02. Monster of the Highway
03. Chakra Temple
04. The Hunter
05. If I Was a Bird
06. Black to Comm

Heavy Psych Sounds
2013
Website

BLACK RAINBOWS - "Holy Moon"

Inizia come un disco dei compianti 35007 il nuovo lavoro dei nostrani Black Rainbows a titolo "Holy Moon", ossia sample vocali catturati da un lancio spaziale NASA fusi con riff dal battito lento e circolare. La band romana è giunta al quarto disco con un'intenzione precisa: rispolverare il groove che, a cavallo tra i due millenni, tra il 1995 e il 2005, ha ispirato una serie di band dell'orbita heavy psych producendo una quantità di album evoluti soprattutto in direzione di contaminazione tra diversi stili. Dischi come "Los Sounds de Krauts" dei Color Haze, "Ciudad de Brahman" dei Natas e "To the Center" dei Nebula hanno avuto il merito di proseguire il discorso post Kyuss arricchendolo di personalità e classe cristallina. E in un certo senso l'evoluzione che ha ispirato il gruppo capitolino punta nella stessa direzione. Come dire, l'effervescenza giovanile ha lasciato spazio ad un bel frutto maturo.
È chiaro soprattutto in pezzi come "Chakra Temple", desertica e ammaliante, che sembra proprio una outtake del trio argentino nel momento in cui espandeva i propri orizzonti alla ricerca di corsari neri. Come è chiara l'ispirazione dietro "Black to Comm", una chiusura esemplare che tra saliscendi espressivi è il vero apice dell'intero progetto, facendo convergere il miglior hard rock con le sperimentazioni psichedeliche di tre decenni. Ottimo. Ma qualcosa parla ancora il linguaggio basico dei nostri: "Monster of the Highway" e "The Hunter" riportano l'adrenalinico power sound dei Grand Funk Raiload in avanti con l'orologio e l'episodio "If a Was a Bird" è una piacevole eccezione acustica nel classico timbro stilistico della band. Qualcosa è cambiato. Sicuramente la nuova lineup ha dato nuovi stimoli a Mr. Fiori, vero deus ex machina del progetto. E sicuramente questi nuovi stimoli porteranno una luce nuova sul prossimo full lenght del combo. D'altra parte la contaminazione risulta sempre essere meglio delle singole parti che la compongono.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | WOODEN SHJIPS "Back to Land"


Voto
01. Back to Land
02. Ruins
03. Ghouls
04. These Shadows
05. In the Roses
06. Other Stars
07. Servants
08. Everybody Knows

Thrill Jockey
2013
Website

WOODEN SHJIPS - "Back to Land"

Un processo d'evoluzione costante, per certi versi simile a quello dei Black Angels, rappresenta il percorso discografico dei Wooden Shjips che con "Back to Land" arrivano a pubblicare il quarto album, secondo sotto il beneplacito della Thrill Jockey, dopo il bellissimo "West". Evoluzione della scrittura fine sia chiaro, non di stile. Si intercetta il bisogno di "sgrossare" la materia primordiale del songwriting dei nostri con una lavorazione al dettaglio. Complice, forse, il trasferimento di Eric "Ripley" Johnson (voce e chitarra) e Omar Ahsanuddin (batteria) in Oregon, dove il clima più soleggiato ha favorito l'espressione più calda, mutuando l'idea primordiale di alchimia tra Doors, 13th Floor Elevators e Can in una rinvigorita idea di toxic rock à la Velvet Underground meets Crazy Horse. C'è qualcosa di prettamente americano, insomma.
"Ruins" e "These Shadows" potrebbero essere elette motion picture soundtracks di un remake di "Easy Rider" del 21° secolo. Il cerchio ipnotico si è arricchito di accessori graziosi, come chitarre acustiche e languidi (bellissimi e mai stucchevoli) pattern di chitarra a metà strada fra solos ed effetti. Affiora anche l'urgenza che ha reso il precedente disco il più nervoso della carriera dei nostri in pezzi come "In the Roses", "Other Stars" e "Sevants": soglie vicino alla galassia interstellare Hawkwind. E qui gli ammiratori dello spazio profondo possono giovarsi di familiarità assortite come phaser, delay, cosmic trip & space paranoid. Un trittico che riporta a galla la vera natura dei Wooden Shjips, felicemente freaky e drugs addicted. Tutto un attimo prima di congedarci con il finale semi acustico di "Everybody Knows" come richiamo a spiegare che la vera bellezza si svela nell'eterno ritorno al punto di partenza, con due accordi due e la voglia di cantarci sopra. Radicali e quindi senza tempo.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE LONE CROWS "The Lone Crows"


Voto
01. Lone Crow
02. Can't Go Home Again
03. Heard You Call
04. You Got Nothing
05. Moonshine
06. The Ghost
07. When I Move On
08. The Crawl
09. Runnin' Through My Head

World in Sound
2013
Website

THE LONE CROWS - "The Lone Crows"

Una bella botta adrenalinica è il primo disco omonimo dei The Lone Crows. Sembra di ascoltare una heavy psych band colorata nello sleazy listening nordeuropeo di Hellacopters, Turbonegro e Free Fall. Un approccio che si nutre di antico e moderno risultando fuori dal tempo. Il concept è quello di una jam band fine Sessanta: heavy, soul, funk e hard mescolato insieme in una pozione che ricorda quella bevuta da Santana, Cactus, Humble Pie e Led Zeppelin. Come dire, hard applicato alla voglia di divertirsi. La World in Sound è andata a scovare dall'altra parte del pianeta una band che soddisfacesse in pieno la voglia di ruspante rock'n'roll e sembra aver trovato quello che cercava in questi ragazzi del Minnesota. L'iniziale omonimo pezzo è la presentazione del combo: roccioso stoner rock che sembra uscito dritto dritto da "Daredevil" dei Fu Manchu. L'attimo dopo è subito una quieta declinazione blues che si accompagna alla seguente "Heard You Call", momento riflessivo che mette in luce il tocco melodico del chitarrista Julian Manzara.
La dolcezza può essere il momento giusto per far risaltare l'aggressività. Infatti il brano successivo, "You Get Nothing", si nutre delle stesse ambizioni del giovane Jimmy Page infatuato del delta blues fine 50. Da "The Ghost" in poi sembra di assistere a Woodstock: improvvisazione, partecipazione, ritmi lenti e caldi come sieri velenosi. Ed anche un finale da 12 battute piene piene di "Runnin' Through My Head" che riporta tutta a casa del blues elettrico alla Cream, Steppenwolf e Groundhogs: gente che ha stuprato la musica del diavolo con quintali di watt. C'è una serie di band che in un modo o nell'altro risultano classici e moderni allo stesso tempo, come The Muggs, Blues Pills e Radio Moscow. Finchè ci saranno loro, c'è speranza.



Eugenio Di Giacomantonio

venerdì 1 novembre 2013

GOD SAVE LORENZO WOODROSE

Lorenzo è un omone simpatico. L’ho visto davanti al Sidro Club di Savignano sul Rubicone, in mezzo al nulla della campagna romagnola, dopo un live da brividi con la sua band: i Baby Woodrose. Aveva l’aria contenta, del rocker di razza, che a quasi 50 anni va nei club di tutto il mondo e suona per 100 persone. Portando avanti quell’idea che se la vita ti fa nascere perdente devi vivere per vincere. E la sua storia è da manuale: una continua evoluzione verso la bellezza.

Si legge da qualche parte che sul finire degli anni 90 Lorenzo è in piena crisi. Donne che lo abbandonano. Lavoro che manca. Frustrazioni permanenti. In piena vertigine emotiva, ingerisce i semi della Argyreia Nervosa Bojer, liana perenne della famiglia Convolvulaceae nativa del subcontinente indiano, detta anche, appunto, Hawaiian Baby Woodrose. Dopo quasi un ora Lorenzo percepisce “il suono di 1000 canzoni simultaneamente”. Lui suona negli On Trial, band psichedelica danese con un cantante simile a Michael Stipe, attiva dal 1988. Ma il ruolo di gregario non gli si addice. Lui vuole concentrare la passione per il sixties sounds di Seeds, 13th Floor Elevators, Love, Stooges, Captain Beefheart con qualcosa dall’alto fascino psichedelico. Non sa ancora dove cercarlo. E forse il principio attivo dell’ergina dei semi di quel fiore gli indicano dove andare a trovarlo. Una miscela di flower power, hippie scanzonati, amore universale e delirio freak beat: nella sua testa le visioni in technicolor mutuano lentamente in riff micidiali, space effects e drop out sounds.

Sin dall’iniziale “Blows Your Minds” si intuiscono le intenzioni del nostro: concentrare in 2/3 minuti la potenza del garage americano con un groove genuinamente hard. Ma qualcosa è ancora acerbo. Lorenzo fa tutto da solo. Suona, produce e mixa. Il fiore non è ancora sbocciato. Allora decide che il progetto deve nutrirsi di altre creatività. Assoda due compagni di viaggio: lo spacciatore Fuzz Daddy dietro le pelli e The Mudy Guru al cuore pulsante del basso. Il risultato si chiama “Money For Soul”. Un granito. Qualche appassionato stoner li infilerà dentro la corrente filo Monster Magnet, ma questa è un’inesattezza. Ci sono i singoli. C’è l’urgenza e il testosterone della giovinezza. C’è il trio. La perfezione. Raggiunta l’alchimia, la formula continua a mutare pur rimanendo sempre se stessa. E via di seguito con i bellissimi “Loves Come Down” (un’esagerazione di flower beat con diamanti come “Lighta Are Changing”, “Born To Lose” e “Christine”) “Chasing Rainbows” (un respiro unico allargato verso episodi raga) il disco omonimo del 2009 (una hit dietro l’altra, forse il disco più bello) e l’ultimo “Third Eye Surgery”, visionario e caleidoscopico. Inoltre, come interruzioni della discografia ufficiale, pubblicano un album di sole cover “Dropout!” che omaggia The Savages, Painted Faces, The Lollipop Shoppe, The West Coast Pop Art Experimental, Captain Beefheart & His Magic Band, The 13th Floor Elevators, Love, The Stooges, The Sonics e The Saints in una botta sola e “Mindblowing Seeds and Disconnected Flowers” che rispolvera i primissimi demo.

Ma la vena artistica di Lorenzo non è ancora sazia. C’è un lato oscuro da esplorare. E le intuizioni space non hanno ancora trovato una dilatazione tale da diventare compiute. E c’è dentro qualcosa che muove verso la sperimentazione tout court che vuole mischiare l’elettrico, l’acustico e la manipolazione in studio come si combinavano nei dischi della metà dei sessanta, da Sgt. Peppers in poi, per intenderci. Per rispondere a queste esigenze inizia tre rispettivi progetti.

I Pandemonica sono il lato “satanico” di Lorenzo. Con un’iconografia prossima ai dischi dei Venom, pubblica tre dischi, a tiratura limitata, di acid rock con pesanti influenze occult dark. Non è solo un passatempo. E’ un controcanto alla pulita delizia che si ascolta nei Baby Woodrose. Qui c’è del marcio. Del brutto. Registrato male e lo-fi. Qualcosa di necessario, comunque.

Dragontears è il nome dell’animale space voodoo. Ipnotico, profondo, fantastico. C’è un vero e proprio collettivo dietro. Una serie di musicisti che prestano la loro arte a seconda delle indicazioni di Lorenzo. I tre album pubblicati, per indicazione dell’autore, affermano che il progetto è compiuto. Dalla nostra, speriamo di ascoltare ancora qualcos’altro di così intimamente coinvolgente sparato tra feedback, phaser, wah wah, groove immobili e drug addiction. Se vogliamo ritrovare la sostanza degli Hawkwind in una band moderna non si può fare a meno dei Dragontears. Imprescindibili.

Gli ultimissimi a pubblicare un disco sono gli Spids Nøgenhat, altro progetto sperimentale che con “Kommer Med Fred” (siamo venuti in pace, nella lingua madre dei nostri, il danese) ripubblicano un lavoro dopo ben 12 anni dal primo “En Maerkelig Kop Te”. Qui Lorenzo si abbandona di più alle influenze degli altri membri e si respira un’aria tra amici, che si incontrano per jammare, bere e fumare. Rivedere gli altri membri degli On Trial, gente che ha mosso i primi passi insieme a te, è per Lorenzo un ritorno in famiglia, un riconoscimento implicito del ciclo naturale del “tutto ritorna al principio”, al punto esatto da dove era partito. E a ribadire il concetto ci pensa “Vand Brod Og Te” versione in lingua madre di un pezzo dei Baby Woodrose interpretato come la Incredibile String Band. Contaminazione è arricchimento: perfetto.

Non sappiamo quali saranno i progetti di Mr. Woodrose nell’immediato futuro. Sappiamo solo che qualsiasi cosa uscirà dalla sua mano sarà sinonimo di genuinità e bellezza. Veri doni che si possono fare a questa disastrata umanità. Che Dio ti salvi veramente, caro Lorenzo.

Articolo pubblicato su MIMETICS n.8

GOD SAVE BARE WIRES

Ogni volta che lo danno per morto, il rock and roll resuscita e mena le mani. E le dà di santa ragione a chi si è perduto tra dream pop, stoner, gothic, post, noise, garage e Dio solo sa quale altra stronzata propinata in 60 anni dalla sua nascita. Il Rock, il duro, legato al suo doppio "sleazy", il Roll, viene dalla combustione dello spirito con la carne; dall'ode al Signore e dall'evocazione del Diavolo; dalla voce dei neri e dal culo dei bianchi. Come ogni cosa che porta in seno la propria duale natura è simbolo di perfezione.

A ricordarcelo sono stati i Bare Wires, gruppo americano, di Oakland, che nell'arco di pochi anni hanno fatto bruciare il sacro fuoco del rock 'n roll in tre album ufficiali, uno postumo e una manciata di singoli. Un power trio. Perfetto. Basso, chitarra, batteria. Perfetto. Baffoni a manubrio e bici parcheggiate in salotto. Perfetto. Live Fast DIe Young. Perfetto. Ma fino ad un certo punto. Perche' Matthew Melton ha fatto morire i Bare Wires proprio sul finire dell'anno scorso e lui si guarda bene dal fare la stessa fine. Anzi. Sta mettendo sù un altro progetto. Perche' oltre non si poteva proprio andare. Come nel video di "I Love You Tonite": si suona sul dordo del precipizio, ma con quel sorriso in faccia di chi sta facendo la cosa giusta, al momento giusto, nel posto giusto.

Tre album, tre capolavori. "Artificial Clouds", 2009, masterizzato dalla buon'anima Jay Reatard, con formazione allargata al gentil sesso. I pezzi difficilmente arrivano ai due minuti, figuriamoci se interessa che le pop song sono perfette al terzo minuto e mezzo. Cazzate. All'esordio c'e' anche una certa eccitazione sci-fi, chissa' perche' poi del tutto abbandonata. "Are You Taking Her Home" manda affanculo i Weezer per sempre e meno male. Ma e' solo l'inizio.

Qualcosa e' ancora perfettibile e "Seeking Love", di un anno piu giovane, e' li a dimostrarlo. Pura combinazione di melodia e ricerca dell'amore, per l'appunto. Il tema, facile intuirlo, sono le ragazze. O, meglio, il dono che madre natura le ha fatto per renderle tali. "Young Love" frenetica gioia di consumare l'amplesso. "Dancing on a Dime" vero urlo primitivo. "Romantic Girl" non proprio qualcosa legato alla dichiarazione poetica. Dieci pezzi e l'argomento e' risolto con buona pace di chi sta passando una vita a cercare metodi e indicazioni precise.

"Chea Perfume" e' lo stato di grazia. E' la serie di Happy Days che non finisce mai guardata dal set di Star Trek. E' il primo bacio dato alla ragazza piu' bella del mondo. E' la prima volta che da ragazzino mangi le Big Babol mentre vedi Goldrake. E' giri di coltello, sigarette, alchool e pazzie represse. Ramones con la line up delle New York Dolls. Il piacere del sesso. Un Miracolo insomma. Tutti i pezzi sono uguali nel dire sempre una cosa diversa. La title track e' teenage punk piu' rozzo e semplice da fare e da ascoltare; "Don't Ever Change" sa di pruriginose abitudini tra brufoli e decadenza; "Back on the Road" una deliziosa corsa verso l'immortalita'. Ogni volta che parte il solo di chitarra sembra che il tempo non esista piu'. Woodstock e CBGB sessions registrati da Greg Shaw. Uno zenith sotto tutti i punti di vista.

Anche l'ultimissimo "Idle Dreams" segue gli splendori del precedente 10 pollici. Si riaffacciano qualche infezione death surf su "One More Hour of Love" e "Idle Dreams"; c'e' l'urgenza di dire qualcosa molto in fretta in "Chasing Time" e "Psychic Wind" e, come recita profeticamente il titolo dell'ultimo pezzo "School Days Are Over", c'e' la consapevolezza che la gioventu' e' persa definitivamente.

Invidio sinceramente chi non li ha ancora ascoltati perche' vorrei rivivere l'emozione di sentirli per la prima volta. E invidio anche chi li ha visti dal vivo con camicie sbottonate fino all'ombellico e pantaloni di velluto a zampa d'elefante, cosa che in quell'attimo e con quella formazione non ricapitera' piu'. Purtroppo la perfezione e' sempre qualcosa di assolutamente effimero e di breve durata. Devo farmene una ragione.

Articolo apparso su MIMETICS n.6

GOD SAVE JOSH HEISENBERG

In occasione della presentazione del bel video dei Singing Dogs "The true sound of liberty" all'Host(eria) abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l'autore, Josh Heisenberg. Ecco cosa ci siamo detti.

Iniziamo dal nome. Josh Heisenberg. E' un omaggio alla stagione sessanta e settanta del cinema italiano, quando i protagonisti sceglievano un nome inglese per avere un appeal piu' "esotico"?

Sinceramente avere un appeal più ''esotico'' non mi interessa, la scelta di uno pseudonimo è dovuta al fatto che non mi piace il mio vero nome, Josh è un sopranome che mi fu dato da piccolo da un mio amico, e non me ne sono più liberato. Per quanto riguarda la scelta del cognome guardatevi Breaking Bad... 

Nel videoclip dei Singing Dogs c'e' un'atmosfera che evidenzia una passione per il genere Noir/Horror. Parlaci di questa passione e quali sono i film che ti hanno maggiormente influenzato?

Ho sempre amato il cinema horror sopratutto quello degli anni settanta e ottanta, quindi registi come Tobe Hopper, Wes craven, George Romero, Lucio Fulci, Ruggero Deodato, Mario Bava, solo per citarne alcuni. La lista dei film che mi hanno influenzato sarebbe infinita quindi citerò pochi titoli: "Venerdì 13", "Halloween", "La cosa", "Evil dead", "Reazione a catena", "Cannibal holocaust". Attualmente la scena horror è in mano ai francesi. Hanno sfornato parecchi lavori di buon livello come "Martyrs", "Frontiers", "Alta tensione", "A l'interieur", mentre invece non posso dire lo stesso dei lavori nostrani che personalmente sono molto deludenti e spesso sopravalutati dalle riviste specializzate. 

Videoclip: cinema ma soprattutto musica. Che musica stai ascoltando recentemente? Hai suonato con qualche band?

Ho suonato per parecchi anni la chitarra con diverse band della mia zona, ma ora ho mollato e sto dedicando tutto il mio tempo ai videoclip e ad un cortometraggio. Io e Fabio Careddu, il mio collega/amico che si è occupato della fotografia nei videoclip, siamo in fase di preproduzione e se tutto andrà bene a giugno inizieremo le riprese. Ultimamente sto ascoltando parecchie colonne sonore dei film, in particolare le musiche di Carpenter e gli ultimi lavori di Ennio Morricone nei film di Tarantino.

Spike Jonze, Chris Cunningam, Michel Gondry. Artisti che hanno reso grande il videoclip. Chi ti ha maggiormente colpito ultimamente?

Le mie influenze vengono principalmente dal cinema e non dai videoclip. Naturalmente apprezzo molto Chris Cunningam e Spike Jonze, anche se tra i miei preferiti c'è Samuel Bayer che si è cimentato diversi anni fa nell' ottimo remake di "Nightmare".

Com'è nata la collaborazione con i Singing Dogs e cosa stai preparando di nuovo?

Conosco i Singing Dogs da parecchio tempo ed ho suonato con Frank Fucile per diversi anni. Loro volevano fare il loro primo videoclip e io mi sono offerto visto che, oltre all'amicizia che ci lega, apprezzo anche la loro musica. Come ho accennato nella risposta precedente stiamo organizzando un cortometraggio, che in fondo è quello che più mi piace, e dovremo girare altri due videoclip nei prossimi due mesi, uno dei quali con i Laika Vendetta per i quali ho già girato il primo videoclip.

Articolo apparso su MIMETICS n.7

GOD SAVE COMPLESSO DEGLI ILLUMINATI

C’e’ sempre uno spiraglio di luce nel momento più buio della notte. Se in questi giorni soffrite di uno stato permanente di insoddisfazione, se non riuscite più a campare perché questa crisi vi sta letteralmente strozzando e se non riuscite a farvelo venire dritto per le becere proposte musicali a cui siete sottoposti, bhè, allora è giunto il momento di guardare oltre. “Prendi la chitarra e prega” è il consiglio degli Illuminati. A voi basta mettere sul piatto il disco edito dalla Hit Bit Records nel 2008 e fare richiesta di amore. Ve ne verrà dato a profusione. “Communio” vi stordirà beatamente e non potrete fare a meno di muovere testa e culo; con “Eli Eli Lamma Sabactani” vi si gonfiarà il petto di evangelica illuminazione;  “La Notte del Mondo” sarà poesia intimista. Inoltre, come ogni rinnovata tradizione che deve avere una visione avanti e uno sguardo indietro, conoscerete le gesta di chi negli anni passati si è confrontato con il messaggio del Signore come Franco I/Franco IV, Gli Amici e Squali 66. A quadratura del cerchio, nel finale, una “My Generation” spostera’ il vostro focus dai vostri vizi al vostro Dio: il percorso di redenzione sarà così completato.
Non chiedete loro se ci sono o ci fanno. La domanda è profondamente inesatta. Loro sono le lucciole che stanno nelle tenebre. E così sia. A tal proposito facciamo due chiacchiere con Pierpaolo De Iulis, voce e verbo di questo “momento di svago e di raccoglimento”.

1. Il primo disco è enorme! Beat e Garage a braccetto con Catechesi ed Evangelizzazione! Presentaci il nuovo disco: è in preparazione?

Il prossimo album, in uscita ad ottobre insieme ad un lussuoso cofanetto contenente la versione cd ed un documentario sulle messe beat degli anni 60, sarà realizzato in vinile oro per l'etichetta Pater Nostri, una label che si sta sforzando di riportare al centro del mondo giovanile la musica ispirata ai valori della Tradizione. Si tratta di un compromesso da parte nostra, che non amiamo particolarmente i fondamentalisti cattolici, facendo riferimento ad una visione post-conciliare, umanista e universalista. Per quanto riguarda il sound, ci sarà una virata verso sonorità freak beat. D'altronde siamo nel 1968, e non possiamo più suonare come nel 1965. Giusto?

2. Giustissimo. Qualche aneddoto curioso sulla storia degli Illuminati: quali sono i rapporti con la Santa Sede?

Gli Illuminati hanno da tempo rapporti organici con il movimento missionario (in particolare i Padri Comboniani) con i quali abbiamo più volte collaborato per progetti legati alla raccolta fondi per la costruzione di opere di bene in Africa. Dall'iniziale diffidenza, abbiamo stabilito una relazione importante che presto ci vedrà impegnati in diverse altre prove. A settembre, infatti, partiremo per un tour tra Burkina Faso e Mali. Un esperienza dall'intenso valore umano.

3. Il cantato in italiano è concepito come omaggio alla tradizione della musica popolare o come legittima continuazione della lingua liturgica?

Il cantato in italiano è la naturale forma di comunicazione che riteniamo di dover perseguire per parlare ai ragazzi. Abbiamo anche dei brani in latino, che eseguiamo solo in occasioni religiose....temo che il pubblico dei pub non capirebbe....

4. Gli Illuminati sono una risposta alla decadenza del mondo! Come possiamo redimerci padre?

Credo che provare la via del martirio attraverso droghe e alcool sia un ottimo mezzo per liberarsi dai peccati. Abusarne sino a quasi morire, questo è il cammino che consigliamo per potersi immedesimare nella vita di nostro Signore. Solo chi cade a terra può capire come sia importante risollevarsi (Matteo, Primo Testamento).

5. Cinque dischi senza i quali gli Illuminati sarebbero una cosa diversa. Marcello Giombini o Stryper?

Marcello Giombini è il nostro ispiratore, a lui dobbiamo la nostra voglia di suonare. Se dovessi citare alcuni dischi che ci hanno ispirato, direi 'La Messa dei Giovani', 'La Cantata del Terzo Mondo', 'Messa Alleluia', 'Natale Beat' e lp dei Metamorfosi, 'L'inferno'... che a dispetto del titolo è un disco pieno di valori positivi. Alleluja fratelli, Padre Paolo vi benedice tutti!

Articolo apparso su MIMETICS n.5

GOD SAVE DAN SARTAIN

Che abbia qualche conto in sospeso con la vita, il nostro giovane Dan, lo si capisce dalle prime due copertine dei suoi album ufficiali: impiccato ad una corda in "Dan Sartain Vs the Serpientes" e pronto a farsi saltare la testa nell'altro "Join Dain Sartain", usciti entrambi per la Swami Records tra il 2005 e il 2006. Tratto distintivo: un' urgenza espressiva prossima alla nevrosi che genera frustate a forma di canzoni e ritmi cafoni a cui non si può' resistere. A guardare la sua faccia pasoliniana non diresti mai che questo ragazzo di Birmingham, Alabama, potrebbe piantarti un coltello tra capo e collo ma, credetemi, e' quello che potrebbe fare ad uno dei suoi live se sfortunatamente gli capitaste a tiro. Benvenuti nel depravato mondo di mr. Sartain dove le ossessioni si mescolano al più' sudicio rock and roll e dove, felicemente. potreste travate il vostro paradiso.

Un passo indietro.
Dan e' un commesso di un negozio di giocattoli e fumetti. Vede i mostri. Non sono poi così' brutti come la gente li descrive. Sono quasi teneri. Umani. Nell'adolescenza ognuno privilegia alcune amicizie piuttosto che altre e Dan sembra a suo agio circondato dai mostri. Questo crea in lui una forte passione per la cultura underground a cui mischia, presumibilmente, una quantità' di ascolti che vanno dai Cramps ai Fuzztones, dai Birds ai Sonics, passando attraverso le combriccole mariachi che sfiorano la sua zona e una leggera influenza roots rock a la Johnny Cash mescolata alle sincopi tex mex. I primi due dischi, in vinile, se li produce da solo tra il 2001 e il 2002. Sono sporchi, urgenti, slabbrati. Qualche appassionato del lo-fi ultima generazione potrebbe trovarli anche carini, ma quando Dan li registra vuole assomigliare a tutto fuorché' ad una cosa graziosa. E' un bisogno dello stomaco prima. E del culo poi. Un pezzo come  "Cobras pt. 2" e' veramente una cosa da spostato vero (altra ossessione: i cobra e i serpenti; tornano sempre in qualche pezzo di ogni suo album), ma qualcosa brilla anche di melodia propria. "Good Night" svela l'anima dolce di Dan. Anche i monomaniaci possono innamorarsi, insomma. Inizia a girare l'America con i concerti. "Sartain Family Legacy 1981-1998" e' il dischetto che si trova nel suo merchandising al termine dei suoi live e racchiude i due album autoprodotti più' altro materiale.

Gira e suona, suona e gira, Jonn Reis, altro spostato vero, lo scrittura per due album per la sua Swami Records. Due capolavori, senza mezzi termini. Il cocktail e' sempre quello: furioso "garage rurale" alternato a canzoni con la sola chitarra acustica che incantano le donne al chiaro di luna. "Walk Among the Cobras, pt.1" ribadisce le sue nevrosi, "Try to Say" conferma che quattro accordi quattro cambieranno il mondo e "Drama Queen" e' una corsa di rodeo su un cavallo selvaggio. Inutile citare altri pezzi. I due dischi in poco più' di mezz'ora ognuno regalano vertigini e bellezze da capogiro. Fatevi un regalo: accattateveli. Sentirete gli angeli urlare e i demoni gracchiare. Meglio in vinile così' potreste vedere come Dan si diletta nelle illustrazioni. L'ultima sua uscita discografica e' del 2010 e dopo quattro anni di silenzio afferma "Dan Lives".

Cosa sia successo in questo lasso di tempo non e' dato saperlo. Fatto sta che il nostro si e' un po' ammorbidito, perdendo un po' della sua carica radicale a favore di un rilassamento dei toni e di, speriamo per lui, una ritrovata pace con se stesso. Forse si e' sposato a giudicare dalla copertina che lo ritrae abbracciato ad una donna. Anche l'etichetta cambia. Stavolta e' la più' "morigerata" One Little Indian a dare alle stampe l'album. E' sempre un bellissimo disco, ma la gioventù' e' passata e Dan si presenta come un uomo nuovo, più' attento a non bruciarsi troppo e troppo in fretta. Il futuro si presenta felice. Forse passera' per l'Italia prima o poi. Immaginiamo con una Rolls anni 60 con due corna sul davanti e una famigliola felice nel posteriore. Ma noi che lo conosciamo bene, noi che non lo abbiamo conosciuto mai, pensiamo che da un momento all'altro potrebbe saltarci alla gola oppure offrirci da bere. Staremo a vedere.

Articolo apparso su MIMETICS n.3