venerdì 13 dicembre 2013

New Review | PLANKTON WAT "Drifter's Temple"


Voto
01. Toward the Golden City
02. Changing Winds
03. Klamath at Dusk
04. Nightfall
05. Empire Mines
06. Hash Smuggler's Blues
07. Dance of Lumeria
08. Western Lament
09. Bread of Dreams
10. Siskiyou Caverns

Thrill Jockey
2013
Website

PLANKTON WAT - "Drifter's Temple"

Come una carovana berbera ai confini del Sahara si muove "Drifter's Temple", progetto in solitaria di Dewey Mahood – già con Eternal Tapestry, heavy psych band da Portland. Plankton Wat porta con sé carichi di preziose partiture melodiche e conosce le strade meno comode per raggiungere oasi ed evitare orde di predoni. Con passo lento e sicuro si muove tra miraggi e antichi riti magici. Il progetto è simile, per alcuni versi, ad un'altra pubblicazione targata Thrill Jockey, i Kandodo di Simon Prince degli Heads, anche se qui emerge un'idea più ragionata di composizione, meno legata all'improvvisazione e ai loop. Suonando chitarre a 6 e 12 corde, lap steel, basso, organo e synth è ovvio che Dewey sia dovuto ricorrere alle sovraincisioni, ma ogni pattern è arricchito con dettagli preziosi e mai banali. Il suo approccio alla musica è una ricerca spirituale. Un viaggio a colloquio con gli dei vicino allo stile degli OM di Al Cisneros.
Segue armonie orientaleggianti simili ai Liquid Sound Company più eterei ("Nightfall" e "Hash Smuggler's Blues"). E non dimentica di andare a trovare il folk psichedelico negli stessi luoghi in cui Ben Chasny ha saputo rinnovargli l'orizzonte ("Klamath at Dusk", "Empire Mines", "Dance of Lumeria"). Per orecchie poco inclini alla stratificazione e sedimentazione del mood, l'ascolto potrebbe apparire a tratti autoindulgente, ma gli appassionati di musica sperimentale e accorata troveranno di che gioire. D'altra parte la musica più visionaria ed affascinante passa sempre attraverso l'ostilità dell'ascolto. Ma questo è sempre un bene.
For psycho head on ecstasy!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | AUSTRALASIA "Vertebra"


Voto
01. Aorta
02. Vostok
03. Zero
04. Aura
05. Antenna
06. Volume
07. Vertebra
08. Apnea
09. Deficit
10. Cinema

Immortal Frost Production
2013
Website

AUSTRALASIA - "Vertebra"

Gli Australasia sono un progetto enorme. Del grande album dei Pelican è rimasta solo una traccia, una confessione di appartenenza e nulla più. Il Sig. Gian Spalluto, l'unico personaggio che si cela dietro il moniker, ha fatto le cose in grande. Per capirlo basta procedere a ritroso, dall'ultima traccia, "Cinema", posta a chiusura di un album che riempie lo spazio tra barbarie proto black (soprattutto nel modo di suonare la batteria, quando compare) e illusioni ambientali. Cinema, si diceva. E sono proprio una dichiarazione d'amore al nitrato d'argento questi arpeggi delicati e rassicuranti, una specie di Nouvelle Vague soundtrack che potrebbe affiatarsi bene con registi del calibro di Paolo Sorrentino. Il disco procede in avanti dal punto in cui il precedente "Sin4tr4" aveva fatto disperdere le tracce. Di quel mini album ripropone due pezzi, "Antenna" ed "Apnea", e si capisce come l'idea di una miscela strumentale che metta in risalto le espressioni più personali dell'autore sia in nuce sin dai primi respiri degli Australasia.
La grande novità è rappresentata da un'incantevole vocalist che appare di tanto in tanto a smorzare l'enorme massa di suono, a ricordo di come tutto quello che stiamo percependo sia di umana natura. Una voce che apre ad un universo non tanto distante da quello di Björk: sperimentale ed evocativo. Come sperimentale appare l'uso di synth ("Vostock" e "Aura") che fa venire in mente cinematografie horror/b-movie prossime alle ispirazioni di Matt Hill (altrimenti conosciuto come Umberto). Ma qui si avverte qualcosa in più. Un'influenza Morriconiana indiscutibile. Soprattutto nella ricerca del tocco. Nello stile. Come al maestro anche al Sig. Spalluto importa mescolare i registri stilistici di diversa natura. E se un'incursione distorta e pesante à la Red Sparowes deve essere al fianco di un mood etereo non importa. La bellezza nasce soprattutto dai contrasti.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE BLUES AGAINST YOUTH "Trapped in the Country


Voto
01. On the Hill
02. Soul Mercenary Blues
03. A Dirtier Job
04. It's Been a Long Time, Mama
05. The Man Who Feels Trapped
06. Honey Don't
07. Dust Cloud
08. Gone With the Grill
09. I Dreamt of My Dog Last Night
10. Three Headed Demon
11. Light Bearer Song
12. Out of 2012

Off Label Records / Deer It Yourself Records
2013
Website

THE BLUES AGAINST YOUTH - "Trapped in the Country"

Ascoltare un disco di Gianni aka The Blues Against Youth è sempre un'esperienza divertente. Si ha la sensazione di andare a bere con un amico. Uno che ti racconta che la vita è uno schifo. Che le ragazze ti lasciano e il datore di lavoro ti paga poco e ti sfrutta. Ma davanti all'ultimo bicchiere ti ghigna in faccia che è meglio sfanculare tutti e bersi un altro goccio di bourbon. Dopo tutto, la vita ha sempre un modo per riconciliarsi con te. Per esempio, con la musica. Fedele e genuina come un cane in montagna. "Trapped in the Country" oltre ad essere fedele e genuino è pure ruspante. Il titolo vuole alludere, forse, alla condizione che vivono tutti i ragazzi della provincia. Quell'idea strisciante che il paese è una chiavica. Di là, oltre, c'è la città di Gaberiana memoria. Mille luci, mille colori. Si parte! Ma poi la casa è qua. E c'è sempre qualcosa di dolce che attira. Come la tromba di "Gone with the Grill", dal sapore Waitsiano, che ammalia e cattura come una bella mangiata nei giorni di festa. O il kazoo di "It's Been a Long Time, Mama" che fa scontrare frontalmente il country americano con quel buontempone di Joe Sarnataro.
C'è il tempo anche di ripercorrere le vie dei padri, con un pezzo di David Allan Coe "Honey Don't", datato 1979, vera e propria cowboy song con tanto di fischio e solo di banjo al fulmicotone a cura di Joost Dijkema. Altri ospiti compaiono di tanto in tanto ad arricchire un piatto già carico di sapori: Andrea "Merendina" Cruciani (ex The Orange Man Theory) che con la sua harp illumina "Light Bearer Song" e Guglielmo Nodali, lapsteel nella conclusiva e rassicurante "Out of 2012". Ma il focus dell'album ce l'ha in testa solo il nostro Gianni, vera e propria sound machine armata simultaneamente di chitarra, bassdrum, hi-hat, kazoo e l'invisibile Iron Snare 2.0. È lui che fa virare i pezzi verso la tensione, la calma di un sogno ("I Dreamt of My Dog Last Night") o il blues scarno e ultra virile di "Three Headed Demon". È a lui che va il merito di aver coltivato e sviluppato un progetto meraviglioso come The Blues Against Youth. Salute a te, vecchio brigante!



Eugenio Di Giacomantonio