mercoledì 24 dicembre 2014

New Review | BRAIN PYRAMID "Chasma Hideout"


Voto
01. Living in the Outer Space
02. Lazy
03. Landing on the Pyramind
04. Lucifer
05. Twin Headed Giant
06. Into the Lightspeed
07. Chasma Hideout

Acid Cosmonauts Records
2014
Website

BRAIN PYRAMID - "Chasma Hideout"

I Brain Pyramid sono un'autentica bomba. Sul filo elettrico che passa tra Radio Moscow, Blues Pills e i mai dimenticati Josiah, si piazzano loro, in perfetto equilibrio tra aggressività e classe. Come diceva qualcuno, "il tuo è culo, la mia è classe!" e la loro è quella classe simile ad un Bud Spencer, per rimanere in ambito cinematografico: non di forma, ma di assoluta sostanza. Di carne al fuoco ce n'è parecchia in "Chasma Hideout", sin dal trittico iniziale dove tra riff affilati con l'acido e base percussiva stile Gran Funk siamo di ritorno da Woodstock infangati e strafatti.

Tornano in mente i giorni in cui caricavamo il bong a ritmo di Orange Goblin, Nebula e Atomic Bitchwax. Gran bel pezzo di storia. Ma i nostri il bong lo hanno sicuramente caricato mentre partivano per la tangenziale con gli Sleep: "Lucifer" è doom, lenta e ipnotica come una buona erba. Ma è solo un passaggio, un momento di rilassamento dei nervi che ritornano tesi con "Into the Lightspeed" che come droga preferisce lo speed al THC: cavalcata su puledro indomabile ed incazzato.

La migliore qualità è data dall'uso modico della voce, mai sopra le righe, sempre in funzione del pezzo, e dall'arricchimento compositivo in fase di arrangiamento dei pezzi. In più di un'occasione emergono dal marasma fuzz/psych della chitarra e del basso un moog e delle keyboards che creano una dilatazione space meravigliosa.
Se avete in mente come possa suonare un gruppo di biker cresciuti a heavy psych piuttosto che a rockabilly, avete in mente cosa succede in casa Brain Pyramid. Scorpio Rising diceva qualcuno, il secolo scorso.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | JIBÓIA "Badlav"


Voto
01. Satya Yuga
02. Treta Yuga
03. Dvapara Yuga
04. Kali Yuga

Lovers & Lollypops / Shit Music for Shit People
2014
Website

JIBÓIA - "Badlav"

In pieno trip post Goat che ha fatto viaggiare tutti alle periferie musicali del terzo mondo, esce un interessante progetto chiamato Jibóia (nome di un boa constrictor), co-prodotto da Lovers & Lollypops e Shit Music for Shit People. Come indicano le note di presentazione, "Badlav" è un concept album sulle quattro età o ere dell'universo secondo l'Induismo. Dopo il perfetto Satya Yuga (età dell'oro) viene il Treta Yuga (età dell'argento) segnato da un declino. La terza era, il Dvapara Yuga (età del bronzo) porta un altro declino. Ed ecco l'oscuro Kali Yuga, un'età di perdizione in cui l'uomo uccide un altro uomo.

Autori di questa intrigante rappresentazione della vita, un duo: Óscar Silva che produce tutto, tra chitarre, loop, drum machine e Ana Miró che canta in perfetto stile bollywoodiano. Il risultato è ambivalente. Da un lato la musica produce un tappeto sonoro perfettamente psichedelico, teso a delineare con tratti robusti una visone sintetica alla maniera di molti one man/one loop station come Kandodoo e Plancton Wat; dall'altra la voce tende a riportare il tutto su registri etno/pop. I quattro momenti, intitolati come le quattro età dell'universo di cui sopra, si fondono tra di loro costituendo un unico flusso sonoro di una ventina minuti circa che sale tra le feste berbere di "Treta Yuga" e scende negli abissi ambientali di "Kali Yuga". Una festa per chi volesse partecipare.



Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 26 novembre 2014

New Review | YAWNING SONS "Ceremony to the Sunset"


Voto
01. Ghostship - Deadwater
02. Tomahawk Watercress
03. Wetlands
04. Whales in Tar
05. Meadows
06. Garden Sessions III
07. Japanese Garden

Alone Records
2014
Website

YAWNING SONS - "Ceremony to the Sunset"

Gary Arce va amato incondizionatamente. Musicista genuino e appassionato, ha costruito la rete del desert sound da quasi trent'anni a questa parte. Se la sua creatura primigenia la conoscono tutti, i favolosi Yawning Man, non bisogna dimenticare la prolifica produzione laterale. A cominciare dai Dark Tooth Encounter in cui fa tutto lui, tranne che suonare la batteria. O i seminali Perfect Rat, che insieme ai Sort of Quartet risalgono al secolo scorso, quando il nostro cominciava a mettere i primi peli di barba. E numerose sono le collaborazioni a cui si dedica, come nel disco omonimo di Hotel Wrecking City Traders o le comparsate nel super gruppo Ten East, dove ritroviamo i suoi degni compari Mario Lalli e Bill Stinton. Per farla breve, Gary è un grande musicista senza arie da rock star a cui il mondo psichedelico americano deve molto. La sua più grande dote è avere uno stile unico, personalissimo. E non è un mistero che le sue produzioni siano tutte strumentali, o quasi. Come se volesse manifestare il fatto che la sua chitarra è talmente protagonista da viaggiare da sola. Anche se sussurrata. Anche se appena pizzicata.

Tutte caratteristiche che ritroviamo in "Ceremony to the Sunset" a nome Yawning Sons, edito nel 2009 e ristampato recentemente dai ragazzi della Alone Records, Spagna. Sin dal nome scelto, questa è la creatura più vicina agli Yawning Man, anche se qui il suono si fa leggermente più sognante, evocativo. L'idea è quella di rappresentare immagini oniriche che si aprono lentamente alla luce del sole, come nel dormiveglia, in cui lo stato di coscienza è labile eppure presente. E, sorpresa, ci sono tre pezzi cantati: l'introduttiva "Ghostship - Deadwater" con Wendy Rae Fowler, "Meadows" con il fedele Mario Lalli e "Garden Session III" con il mitico Scott Reeder. Ma come già detto il concept lo costruisce tutto la chitarra di Gary che tratteggia in punta di piedi le melodie. Il risultato finale è un altro splendido album di rock mutante, articolato nelle corde della musica del deserto ed aggregato organicamente nella visione della musica che il nostro sta costruendo da anni. Un brindisi a te fratello Gary.



Eugenio Di Giacomantonio

New review | WHITE HILLS "Glitter Glamour Atrocity"


Voto
01. Air Waves
02. Under Skin or by Name
03. Spirit of Exile
04. Distance
05. Somewhere Along the Way
06. Long Serve Remember
07. Passage
08. Glitter Glamour Atrocity

Thrill Jockey
2014
Website

WHITE HILLS - "Glitter Glamour Atrocity"

Riscoprire e riascoltare dopo 7 anni l'esordio dei White Hills lascia piacevolmente sbalorditi. Una navicella aliena ha invaso la terra con i suoi ritmi lenti, lo sciame di fuzz e il carburante atomico del basso. Una miscela che gli uni avvicinavano agli Hawkwind, ma gli altri, più attenti, evidenziavano robuste architetture "arty" che avrebbero donato una personalità (e una pericolosità) al combo di Brooklyn in maniera immutabile. Dopo una serie massiccia di uscite e altrettante collaborazioni sparse con i freak più disparati (The Heads, GNOD e Farflung tra gli altri) questo primo vagito suona ancora fresco. Conferma che i nostri hanno avuto, hanno e avranno una visione di come debba suonare la propria musica.

Una visione che assomiglia ad una vocazione/missione. Qui dentro c'è una mano lasciva che punta verso la Wave meno derivativa ("Spirit of Exile"), le sordide bordate heavy psych ("Under Skin or by Name", la title track), i passaggi atmosferici intrisi di astrattismo synth ("Distance", "Passage") e anche una rilassata "Somewhere Along the Way" per chitarra acustica e voglia di mollare i nervi. Guarda caso anche l'ultimissimo "So You Are... So You'll Be" suona come questo. Il ciclo continua. Over and over and over and over and over...



Eugenio Di Giacomantonio

New review | BONE MAN "Plastic Wasteland"


Voto
01. Plastic Wasteland
02. Wayfaring
03. Old Brew
04. Dry Habit
05. Graveyards
06. Flash Land
07. Undergrowth

Pink Tank Records
2014
Website

BONE MAN - "Plastic Wasteland"

Il nuovo album dei Bone Man è uno di quei dischi che non fanno prigionieri. Marian, Ötzi e Arne hanno fatto le cose per bene. Si sono lasciati alle spalle le influenze più dirette e sono andati avanti con le loro gambe. Il wall of sound che si ascolta mettendo la puntina sopra ai solchi del vinile è qualcosa di impressionante. Puro heavy psych con addizioni Seattle e voce romantica e ispirata. Proprio Marian, il cantante e chitarrista, sembra essere il punto focale. È lui che ha plasmato le canzoni con le espressioni più personali e direttamente collegate al suo mondo.
Più di una volta si rimane incantati a seguirlo nei ricami che tratteggia sopra il pandemonio del basso e batteria ("Plastic Wasteland"). Altre volte è la sua chitarra a tratteggiare arabeschi delicati, come in "Old Brew", pezzo che, per pathos e coinvolgimento, ricorda le cose migliori dei primi System of a Down. Ma non tutto è in punta di fioretto: "Dry Habit" è un cortocircuito fantastico, pezzo tankard che mira a distruggere i neuroni dell'ascoltatore, come "Flashback" che brutalizza il concetto di stop & go.
Alla fine dell'ascolto rimane una sensazione speciale. Un qualcosa è germogliato e splende nella sua bellezza. Anche a scapito del paesaggio metropolitano postapocalittico e distrutto che si contempla nella copertina. Ecco, la chiave di lettura è proprio nel contrasto che si ha quando due opposti si trovano vicini. I Bone Man lavorano proprio su questo concetto.



Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 29 ottobre 2014

New Review | THE JANITORS "Evil Doings of an Evil Kind"


Voto
01. Greed
02. Black Wheel
03. Here They Come
04. There Will Be Blood

Bad Afro Records
2014
Website

THE JANITORS - "Evil Doings of an Evil Kind"

The Janitors sono una band atipica per il catalogo Bad Afro. Abituati alla loro uscite flower power (su tutti i grandissimi Baby Woodrose, ma non bisogna dimenticare eccellenze come On Trial, Dolly Rocker Movement, The Setting Son e tante altre), il suono che propone questo quintetto svedese è fuori dall'idea peace and love. Incandescente, ipnotico, pesante. Se dovessimo pensare a degli Spaceman III o a dei Loop di oggi, A.D. 2014, penseremmo proprio a loro. Qualcosa ricorda la psichedelia texana di band come The Black Angels ("Black Wheel") ma in loro non c'è consolazione. Come moderni Anton Newcombe, sono dei born losers. E in più aleggia lo spettro dark di Ian Curtis nel canto. Capiamo che una cosa così non è propriamente "splendente". Le chitarre straziano in "Here They Come" e i tamburi richiamano il voodoo come potevano fare i Cure degli anni d'oro di "The Handing Garden". Prossimi, ma non proprio vicini, i compagni di etichetta Telstar Sound Drone. Ecco: il drone è la parola d'ordine per i Janitors. Con questo EP di quattro tracce emerge il monolitico fragore del sound ipnotico. Per palati fini. E tossici, of course.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ELECTRIC TAURUS + PREHISTORIC PIGS "Split"


Voto
01. Electric Taurus -­ Behind the Sun
02. Prehistoric Pigs -­ The Perfection of Wisdom
03. Prehistoric Pigs - ­79360 Sila­Nunam

Go Down Records
2014
Website

ELECTRIC TAURUS + PREHISTORIC PIGS - "Split"

Oltre cinque minuti di guitar effects per introdurre uno dei riff più schiacciassi e arcigni mai ascoltato. Loro sono gli Electric Taurus, band di Dublino con all'attivo il bell'album "Veneralia". La loro "Behind the Sun", nulla a che vedere con il pezzo omonimo dei Black Sabbath, è puro mesmerismo psichedelico. Non un attimo di tregua, non un ammosciamento, non un calo di pressione. Pura evocazione panica. Un quarto d'ora di saliscendi emotivo all'insegna dei contrasti puro/impuro, dolce/acido e piano/forte. Trova spazio anche un solo di batteria, tanto per capire dove stanno rivolgendo lo sguardo i nostri. Tra heavy occulto e jam a base d'oppio. Ospite alla voce Barbara Allen della band Crafty Fuzz, anch'essa di stanza a Dublino.

Se la bravura è la caratteristica degli Electric Taurus, i Prehistoric Pigs non sono da meno. Più Pink Floyd, meno Pentagram potremmo sintetizzare in rapporto con i compagni di split. Più maliziosi. La loro idea strumentale ha del coraggio e lo dimostra in due composizioni affini e contigue. "The Perfection of Wisdom" è, come il titolo suggerisce, la perfetta descrizione della pace interiore. Hanno la maturità artistico/stilistica per poter soggiornare nell'olimpo dei grandi e seppur la seguente "79360 Sila Nunam" sia un pelo più didascalica nel rinverdire la vecchia passione del blues del pianeta rosso, non sminuisce minimamente la caratura dei nostri.
La Go Down Records nel giro di un pugno di mesi ha pubblicato due split tra i più belli che si possano ascoltare quest'anno. Fatso Jetson, Herba Mate, Electric Taurus e Prehistoric Pigs. Due di queste quattro band sono italiane. Scusate se è poco.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | HEAT LEISURE "III & IV"


Voto
01. III
02. IV

Thrill Jockey
2014
Website

HEAT LEISURE - "III & IV"

Sapevamo che la fiamma che arde dentro ai cuori dei fratelli Carney splende di una luce squisitamente sperimentale. Ne sono dimostrazione gli ultimi lavori dei Pontiak dove, a trame hard/psychedelic, si interlacciano sconfinamenti in territori "altri". Poi, se si è proprietari di una fattoria in Virginia isolata dal mondo sia fisicamente che concettualmente, è facile chiamare gli amici dei Guardian Alien più qualche altro junkie e dare fuoco alle idee più freaky. Tutto questo risponde al nome di Heat Leisure. Che come stranezza non ha niente da invidiare a nessuno. Si manifesta al mondo con "I & II", voi direte primo album. Sbagliato. "I & II" è un video (da guardare su: http://vimeo.com/51020183) girato in un giorno, dal pomeriggio alla sera, al di fuori della fattoria dei nostri, e si presenta come prima pubblicazione a tutti gli effetti. Si montano gli strumenti e alè via di jam spassionata. Mitici.

Segue questo "III & IV", album vero e proprio sotto l'ala benevola della sempremerita Thrill Jockey. Due pezzi. "III" è un monologo di Ken Babbs che introduce alla spettinata di watt e ampli tipica dei Pontiak in forma piena. "IV" è più dolce, riflessiva. Più kraut. Voci femminili ed effetti a bobine analogici con tutto il corredo di malfunzionamenti, difetti ed accidenti vari. Molto piacevole. Simile, alla fine, ad un'invocazione sciamanica. Cosa succederà in futuro? Nessuno lo può sapere. I nostri affermano che la successiva manifestazione degli Heat Leisure può andare su pittura, scultura e Dio so sa cos'altro. Rimaniamo sempre all'erta. Sostanze alla mano.



Eugenio Di Giacomantonio

venerdì 3 ottobre 2014

New Review | BLACK GREMLIN "Rock and Raw"


Voto
01. The Lich
02. Entropy Death Squad
03. O)))ptimism
04. Shot of Rock
05. Black Gremlin
06. 6.6.6.
07. Bongoloid

Retro-Vox Records
2014
Website

BLACK GREMLIN - "Rock and Raw"

I Black Gremlin sono dei gran simpaticoni. A cominciare dal nome del gruppo, dai titoli delle canzoni ("Bongoloid" vince il premio di titolo più bello dell'anno ma anche "O)))ptimism" non scherza per niente) e dalla copertina dirty, tutto è più che esplicito nella loro idea di rock band. Messa su la puntina – ah, i bei tempi! – veniamo travolti da ruggiti hardcore di ottima fattura, ma non solo. C'è l'idea che la migliore band del mondo siano stati i Black Flag, però ci si è fatti le ossa anche con Fu Manchu, Sleep e compagnia stonata.

La citata "O)))ptimism" sembra una outtakes di "Holy Mountain" degli Sleep anche se l'acceleratore è pronto a sbuffare. Ecco, in questo ricordano un gruppo ottimo e semisconosciuto a nome C/Average che sul finire dei Novanta triturava "Interstellar Overdrive" e "Beer Drinkers and Hellraisers" come una punk band. Loro fanno alla stessa maniera e in questo sono fratelli ai contemporanei losangelini The Shrine, Zig Zags o ai The Decline Effects di Lousville. Come dire: calore e soulful Seventies stuprato dalla tossicità proto punk. Nei primi Ottanta succedeva questo. Oggi pure.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DOT LEGACY "Dot Legacy"


Voto
01. Kennedy
02. Think of a Name
03. Days of the Weak
04. The Passage
05. Pyramid
06. Gorilla Train Station
07. Rumbera
08. The Midnight Weirdos
09. 3am

Setalight Records
2014
Website

DOT LEGACY - "Dot Legacy"

I Dot Legacy sono quattro ruspanti giovanotti della capitale francese che hanno voglia di fare quello che vogliono con il rock 'n roll. Sono cresciuti con l'hard nordeuropeo e si sente. Sarà per quei fraseggi di chitarra stile Glucifer/Hellacopters/Hives ma l'influenza del sound made in Sweden è maggiore di quello made in UK. Inoltre, hanno dimostrato di essere interessati alla musica indipendente degli ultimi vent'anni, quella che si affaccia al davanzale maistream di Faith No More, Red Hot Chili Peppers, System of a Down (soprattutto nell'amalgama chitarrina arpeggiata e vocalizzo "romantico") e questo dona al primo omonimo disco una melodia di facile suggestione.

Alcune volte Damien, il cantante e bassista, si lancia in emulazioni alla Anthony Kiedis ("Pyramid") fuori tempo massimo per risultare efficaci, ma nel contempo sa usare la voce in diversi registri e questo dona una freschezza all'esecuzione generale. Le cose migliori si avvertono quando il tempo rallenta e si vedono i primi miraggi desertici fuori l'orizzonte metropolitano ("Gorilla Train Station": titolo spettacolare!) o quando le parti strumentali si lanciano in jam dissociate come in "The Midnight Weirdos". Altre volte forzature come stop-and-go e accelerazioni metal, come nell'iniziale "Kennedy", o cori Spanish funzionano meno alla pace interiore dell'ascoltatore, ma alla fine della fiera i conti tornano a loro favore. D'altra parte che male fanno questi quattro ruspanti giovanotti che hanno voglia fare quello che vogliono con il rock 'n roll? Assolutamente nulla.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | FATSO JETSON + HERBA MATE "Early Shapes"


Voto
01. Fatso Jetson - Living All Over You
02. Fatso Jetson - Long Deep Breath
03. Fatso Jetson - Nyquilt
04. Herba Mate - Desert Inn I
05. Herba Mate - Dance Dance Dance
06. Herba Mate - Way Down
07. Herba Mate - Desert Inn II

Go Down Records
2014
Website

FATSO JETSON + HERBA MATE - "Early Shapes"

La Go Down fa le cose per bene. Innamorati (e chi non lo è?) della Lalli's Family, Leo e Max piazzano questo split nuovo di zecca che vuole dimostrare come l'esplorazione sia la componente principale del mondo musicale del nostro Marione. Tornati a casa dopo il tour italiano che li ha visti partecipare alla sesta edizione del Maximun Fest di Treviso, i Fatso Jetson si sono chiusi in studio a Los Angeles sotto l'occhio amorevole dell'amico Mathias Schneeberger (già con loro in "Cruel & Delicious" del 2002, ma anche presente in diverse Desert Sessions e in cabina di regia con QOTSA, Mondo Generator, Masters of Reality e Mark Lanegan: in una parola il suono dello stoner rock americano!) ed hanno forgiato 3 pezzoni micidiali. Riflessvi. Dondolanti. Evocativi come canti di sirene. Abbandonando, per un attimo, la componente hard/surf/blues, si sono lasciati cullare nel mare calmo del THC. Ed hanno chiamato alla festa lo stesso Mathias con il suo Rhodes Paino, Adam Harding e la sua chitarra e una (sorpresa!) voce femminile di Abby Travis in "Long Deep Breath". Il risultato è un continuum spazio temporale che in quarto d'ora ci fa viaggiare alle porte di Orione. Imbattibili. Genuini e garanzia di qualità.

I nostrani Herba Mate non sfigurano per niente al confronto. Diciamo che sono più ortodossi e che il loro kyussismo, pur non essendo brillante come i Los Natas o jazzato come i Color Haze, risulta piacevole all'ascolto. Quei suoni sono legge e quando vengono introdotti in "Desert Inn I" tutti i die hard kids si ritroveranno i benvenuti nella Sky Valley. Alessandro è bravissimo con la voce, calda e abrasiva, che ricorda proprio quella di Marione nello stile sussurrato. Ermes ed Andrea fanno un lavoro eccellente. Hanno passione, tecnica e cultura dell'argomento. Come quando ti piazzano una versione fulminante di "Way Down" dei Core (chi li ricorda? Progetto che ha dato i natali ai più famosi Atomic Bitchwax) che è una dichiarazione di appartenenza netta. Tutto un attimo prima di sfumare nel vento caldo del secondo episodio di "Desert Inn", che ci lascia con gli occhi semichiusi e la mente rapita da chissà cosa.

Lontani eppur vicini. Quando la germinazione è buona i frutti sono sempre dolcissimi. A scapito di cultura, società, estrazione sociale e scarto generazionale. Good Vibrations is the law!



Eugenio Di Giacomantonio

lunedì 18 agosto 2014

New Review | DUNST "Archimedes Waffen"


Voto
01. Kincha King
02. Archimedes Waffen
03. We Can Try to Play Like or We Can Try
04. Dhimahi Prachodayat
05. Hammerhigh
06. Agathe & Saturnia

Electric Magic Records
2013
Website

DUNST - "Archimedes Waffen"

Se vi siete sentiti mancare alla notizia dello scioglimento dei Los Natas, i Dunst sono qui per colmare il vuoto interiore. Nel 2011 quattro ragazzacci tedeschi si dirigono al Big Snuff Studio di Berlino, con l'intento preciso di sghiacciare il clima nord-europeo con fiammeggianti iniezioni latin desert. Tre anni dopo il buon Chris della Electric Magic decide che il mondo deve sapere di loro e pubblica questo sei tracce strumentali donandoci, ancora una volta, il più genuino verbo heavy psych.
Sin dall'iniziale "Kincha King" si scopre che ai nostri piace lavorare sulla lunga distanza. Prendono i loro tempi. Scrivono senza rincorrersi, placidamente, aspettando che la musica stessa crei la trama dove dipanarsi. E in questo guardano da vicino ai lavori dei 35007 e ci si riconoscono. In più c'è quel tocco degli strumenti a corde che ricorda sia l'approssimazione che il calore di Sergio Chotsourian, Walter Broide e Gonzalo Villagra. Un miracolo come a migliaia di chilometri alcuni ragazzi, di età e cultura diverse, vibrino per le stesse emozioni. Potere della musica.
C'è anche una voglia di sperimentare con i suoni mantrici del medio oriente (nel bel mezzo di "Dhimahi Prachodayat") e non si retrocede quando bisogna tirare giù i muri con gli ampli ("Hammerhigh"). Ma in generale i toni sono quelli della ricerca, del sondare gli orizzonti perduti che non trovano mai. Un pugno di band, tra le quali molte con radici nel nostro Belpaese, stanno tentando la via psichedelica scegliendo la strada strumentale. Giù il cappello per il coraggio, la fantasia e la personalità che stanno dimostrando.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | TRANS AM "Volume X"


Voto
01. Anthropocene
02. Reevaluations
03. Night Shift
04. K Street
05. Backlash
06. Ice Fortress
07. Failure
08. I'll Never
09. Megastorm
10. Insufficiently Breathless

Thrill Jockey
2014
Website

TRANS AM - "Volume X"

I Trans Am sono un gruppo sospeso. Tra aggressività e dolcezze. Tra sussurra e grida. Tra avantgarde synth e chitarroni letali. Un gruppo libero lo sono sempre stato, ma quando il finale di "Reevalutations" ti traghetta in spazialità prog alla PFM di "Night Shift" pensi che la canzone dopo potrebbe essere hip hop. O un tango. O black metal. Oddio, "Blacklash" è proprio metal, con tanto di twin guitar in assolo. Fanno della perdita di riferimenti, il loro riferimento. E se i Daft Punk ci hanno martellato gli zebedei con i vocoder, vedete che fine gli fanno fare i nostri in "K Street" e "I'll Never". Roba da far impallidire Giorgio Moroder stesso. Stessa sorte tocca ai synth analogici che non sono proprio come le campane tubolari di Mike Oldfield, ma sono zozzi, sanguigni, sempre sporcate da un accidente casuale.

Ma tra tante casualità "Volume X" è un disco che suona puro. Compatto. Si sporca con scelte estetiche di pessimo gusto ma la musica serve per divertire, o no? Presumibilmente anche chi la fa e non solo chi la ascolta. Qui l'ago della bilancia è spostato verso di loro. A voi la scelta e per il momento, mentre decidiamo se ci stanno prendendo per il culo o meno, rilassiamoci nella conclusiva, strumentale e pinkfloydiana "Insufficiently Breathless" (parodia del titolo del secondo disco dei favolosi Captain Beyond, cult band hard psych dei Settanta), a dimostrazione che c'è un cuore roots in ogni testa stravagante.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE LONE CROWS "Dark Clouds"


Voto
01. Next Thing I Know
02. Anger
03. Out of Time
04. Dark Clouds
05. Speechless
06. The Dragon
07. Lonesome Road
08. Midnight Show
09. On That Day

World In Sound
2014
Website

THE LONE CROWS - "Dark Clouds"

Le nuvole nere evocate dal titolo del secondo album dei The Lone Crows sono fuorvianti. Qui splende il sole. Un sole southern classic rock. O forse il titolo si riferisce alla musica nera, soul & funk, che spesso viene a sporcare il cielo hard dipinto soprattutto dalla limpida chitarra di Julian Manzara. Prendiamo "Anger": se vi dicessero che è un outtakes di Santana del periodo "Abraxas" ci credereste. E "Out of Time" è squisito Steppenwolf sound portato nel Rio Grande a bagnarsi tra quei barbuti degli ZZ Top. Non è puro citazionismo. I quattro di Minneapolis hanno fatto un semplice ragionamento: "Se dobbiamo fare rock, facciamolo al meglio". E da quarant'anni a questa parte riconosciamo le perle che questa musica ha generato. Indiscutibilmente.
I Lone Crows vogliono continuare la tradizione. Scrivere belle canzoni che facciano da colonna sonora a ragazze che si spogliano ("On That Day"), per dondolarsi sopra un'amaca con le budella piene di tacos e cerveza ("Dark Clouds"), per premere il pedale dell'acceleratore come se non ci fosse un domani ("Next Thing I Know"). Seguono la scia di entità moderne come The Muggs, bravissimi ed esemplari nel preservare la tradizione arricchendola, e Natural Child che prendono le infatuazioni rollistoniane del blues e ne fanno cosa propria. Nel triangolo il vertice più cool & dirty lo riempiono proprio i Lone Crows con i ritmi più densi, più lenti, più legati ad Isaac Hayes che una band rock possa mutuare. Nell'estate che verrà non mancate di farvi un paio di cannoni con questo disco. Le nuvole nere se ne andranno.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ANUSEYE "Essay On a Drunken Cloud"


Voto
01. Thirst for a Fix
02. JR
03. Earthquake
04. Demon Pulse
05. Sue Ellen
06. Push Magic Button
07. Cursed Pills
08. S.S. Abyss
09. Wrong Blues

Vincebus Eruptum
2014
Website

ANUSEYE - "Essay On a Drunken Cloud"

Ubi maior minor cessat. Quando escono dischi come "Essay On a Drunken Cloud" il mondo, almeno il mio mondo, magicamente si ferma per ammirare tanta bellezza. Non è una questione puramente musicale. È un'appartenenza, un segno del destino, una visone. Tre quarti d'ora che riconsegnano la gioia di vivere nell'accezione più pura e disincantata possibile. Con un nome che lega basso e alto, sacro e profano, occhio e culo, gli Anuseye consegnano, via Vincebus Eruptum, un album sornione e amabile. Un giro di giostra sul guitar rock (strumento consegnato nelle mani di mr. Claudio Colaianni, santo subito!) di quattro decenni: non solo quindi Seventies o Sixteen, ma anche e soprattutto primi Novanta, sotto il sole latteo di Seattle. Come il bel riff di "Thirst for a Fix" (vecchia conoscenza per i più attenti) che rivuole i Soundgarden di "Badmotorfinger" qui e adesso.

La band è ormai un power trio definitivo di puro flowered rock che ha affinato i propri mezzi espressivi nella direzione della sintesi. Micidiale in questo senso sono "JR" e "Demon Pulse" che in tre minuti tre ti sbattono in faccia cavalcate da aspiratori di bong professionisti, mescolando dune Fatso Jetson a panorami del Tavoliere delle Puglie. Eccellente. E l'effetto dell'inalazioni si fa sentire nelle vene attraverso gli umori dolci di "Earthquake" e "Sue Ellen" (viene il dubbio che i nostri si siano sparati l'intera serie di Dallas tra una pausa e l'altra in sala di registrazione), ballate sfatte dove il tempo rallenta e il sorriso in faccia diventa smaliziato. C'è anche lo spazio per lo scanzonato divertissment di "Push Magic Button", strumentale e selvaggia, per fare l'omaggio al germoglio di tutta la musica rock, il blues, nel finale di "Wrong Blues" e per ricordare chi eravamo con "S.S. Abyss", che tra le composizioni è quella che richiama maggiormente lo stile dei That's All Folks!

C'è chi è in cerca della scena heavy psych italiana a tutti i costi. C'è chi smarca le etichette ed abbraccia genuinamente il proprio strumento per scrivere grandi album. Esistono grandi band che amiamo e che fanno dono all'umanità del proprio talento. Gli Anuseye sono qui per questo.



Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 16 luglio 2014

New Review | THEE ELEPHANT "Thee Elephant"


Voto
01. In Love Again
02. The Fool
03. Orpheus
04. Hole in the Road
05. I'm a Loser
06. That's Beyond the Pale
07. Go to Spain
08. Here for You
09. Home
10. Summerwind

Bomba Dischi
2014
Website

THEE ELEPHANT - "Thee Elephant"

Barba e capelli signori. Non è l'incipit di un coiffeur, ma l'elemento principale dei Thee Elephant. Tanta barba e tanti capelli. Tanta West Coast e tanta erba da fumare. Il loro violent surf è più Beach Boys sound mescolato ad aromi prettamente British, che Phantom Surfers. I Blur con metanfetamina in corpo, per capirci. Bomba Dischi pubblica questo esordio che conferma i propositi dell'etichetta: puntare dritto verso un rock para-mainstream e paraculo. Senza perdere un'oncia di qualità.
I nostri hanno ascolti ad ampio raggio. Si sentono echi di Beatles nella coda di "Orpheus" (bella l'idea di stratificazione delle voci) e accenni New Wave da confine americano nella seguente "Hole in the Road". Sono bravi e sanno maneggiare la materia. E dimostrano una cura per gli arrangiamenti molto particolare. Quando la battuta scende e il bicchiere si riempie ("I'm a Loser", "Here for You", "Summerwind") non diventano stucchevoli. Anzi. L'ambiente si riscalda maggiormente e le donne ve la mostreranno. L'importante è colpire prima che il ritmo torni violent come nel riff kravitziano di "In Love Again" o sinuoso come serpe tra l'erba alta di "Go to Spain", Sixties e benefica.
Facciamo come da loro consiglio: abbandoniamo l'amore, abbandoniamo l'innocenza e la purezza, abbandoniamo la semplicità. E lasciamoci cullare in questo mare.



Eugenio Di Giacomantonio

New review | DOME LA MUERTE AND THE DIGGERS "Supersadobabi"


Voto
01. Nice Family
02. If You Fight
03. Woman in Trouble
04. Sell Out
05. Little Doll
06. Your Favourite Obsession
07. Screamin' at the Wind
08. Broken Chains
09. The Shape of Things to Come
10. Bad Trip Blues Again
11. We'll Ride Until the End

Go Down Records
2014
Website

DOME LA MUERTE AND THE DIGGERS - "Supersadobabi"

Dalla parte dei caveman. Sempre e per sempre. Dome la Muerte è il nostro Link Protudi. Ma anche qualcosa di più. È il nostro Sky Saxon, Iggy Pop, Mick Jagger. Rocker di razza che nella vita sanno fare una cosa sola: rock'n'roll. Con i suoi Diggers nel 2014 sforna un altro album (il centocinquantottesimo della sua carriera, se non sbaglio) improponibile, pieno di tutti quei sottogeneri hard che noi born loser conosciamo bene. Eppure "Supersadobabi" suona da paura. Completo e perfetto nella sua magniloquenza. Partiamo dalla fine: "We'll Ride Untile the End" è proprio come il titolo, una cavalcata surf strumentale appassionata che mischia Dick Dale, Ventures e Animals alla grande.
"If You Fight" è Turbonegro al 100% con carica depravata al seguito. "Your Favourite Obsession" è proprio la nostra voglia di scapocciare sul ritornello street glam e birra in mano. Slide guitar a riportare tutto in southern comfort. Sullo stesso registro biblico risuona "Woman in Trouble" che si pone interrogativi arcaici. Visioni liquide all'LSD tra Vibravoid e Liquid Sound Company è la sorprendente "Broken Chains", che rispolvera il sopito amore per il Sixties sound drug addicted tra code wah-wah e phaser supersonici. Ma ogni viaggio in acido vuole il ritorno, così ci pensa il "Bad Trip Blues Again" che tra sferragli di treno merci ed accordi ruspanti riporta tutto a casa, alle radici blues. C'è anche il tempo di omaggiare un paio di band amate con due cover ad hoc: "Little Doll" che se non sapete a chi appartiene, questa recensione non fa per voi e "The Shape of Things to Come" di Barry Mann & Cynthia Weil, sconosciuto duo compositivo, sempre dei Sessanta.
Se volete un disco per i party rock di quest'estate che tarda ad arrivare, munitevi di "Supersadobabi" e solo di quello. Le ragazze vi cadranno tra le braccia. Lunga vita a Dome!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ØRESUND SPACE COLLECTIVE WITH DAMO SUZUKI "Damo Susuki møder ØSC"


Voto
01. Damo's Første ØSC Flyvtur
02. Energisk Reaktion 1
03. Energisk Reaktion 2
04. Jeg kan ikke vokse op
05. Dit Glimtende Øje
06. Datid, Nutid, og Fremtid

Space Rock Productions
2014
Website

ØRESUND SPACE COLLECTIVE WITH DAMO SUZUKI - "Damo Susuki møder ØSC"

Flutti di maree acide e orizzonte oltre la quarta dimensione. Con una discografia prossima a quella dell'opera omnia di Arturo Toscanini (ma a pensarci bene anche a degli Acid Mothers Temple, per dire) torna l'ensemble Øresund Space Collective in combutta con Damo Suzuki. Irriducibili freak innamorati di Can (gruppo d'origine del buon Damo agli inizi degli anni Settanta), Neu, Faust, Guru Guru i primi, sperimentatore d'avanguardia il secondo. Dall'incesto nascono frutti polposi come l'iniziale "Damo's første ØSC Flyvtur", ventitre minuti ventitre che forse neanche l'ultimo album completo degli Off! dura tanto. Ma neanche le seguenti canzoni scendono sotto al numero venti di minutaggio, tranne in un paio d'occasioni in cui i nostri "sintetizzano" il "Damo's første ØSC Flyvtur" in due episodi da circa un quarto d'ora ognuno. D'altra parte non si possono imprigionare i flussi di coscienza dentro scatole da tre minuti e mezzo, quindi avanti, si parte per un viaggio che ci porta fuori dal nostro corpo. Evidente è che mr. Suzuki è un predicatore. Una sorta di Allen Ginsberg allenato al potere della parola, usata come alimento dell'anima, che si manifesta in corso d'opera, in evoluzione, in continua compartecipazione di quello che succede ora.
La vocalità, lo strumento che può trascendere dal significato perché appartiene propriamente all'uomo e in quanto tale lo rende riconoscibile, crea il vertice emotivo delle composizioni. Di fianco e non sotto, i musicisti improvvisano. Di fianco e non sopra, Damo improvvisa. Ascoltiamo ciò che i nostri hanno fatto il giorno di San Valentino del 2013, salendo sopra un palco, suonando il proprio strumento. Precisamente in quell'ordine. Esattamente nel modo in cui quello che hanno appena prodotto influenzerà quello che deve venire. E così saliamo e scendiamo con le pulsazioni di basso, strumento in bell'evidenza, e tentenniamo nelle sospensioni generate da ciò che Dik Mik degli Hawkwind chiamava Audio Generator and Elettronics. La chitarra (in molte circostanze c'è Nicklas dei jazz/prog/psych masters Papir) è talmente elegante che non spezza mai il continuum del parlato, ma l'incoraggia e lo rafforza. Altra curiosità è che nei centoventiquattro minuti totali dell'album (triplo vinile su Clearspot e Shappire Records) gli elementi della band ruotano in modo tale da non escludere nessuno dal giardino dell'Eden creato da Damo. E lui, un giapponese di sessantatre anni, sempre lì, fisso, un monolite a disposizione del verbo, involto dentro una nube di vocals deelay e riverberi. Sarà forse per la giornata particolare ma eventi come questo sono veri e propri atti d'amore verso lo spirito primigenio della musica: consolare gli inconsolabili. Peace.



Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 25 giugno 2014

New Review | GLEEMEN "Oltre... lontano, lontano"


Voto
01. Anima di gomma
02. La grande carovana
03. Canzone dei cuori semplici
04. Skizoid Blues
05. Il venditore di palloni
06. In una stanza
07. Stelle di vetro
08. Nel mio cortile
09. Solo amore
10. Oltre… lontano, lontano

Black Widow Records
2013
Website

GLEEMEN - "Oltre... lontano, lontano"

Fa un certo effetto sfogliare le fotografie interne del booklet di questo "Oltre… lontano, lontano" dei Gleemen, dove ammiriamo quattro giovani freak lungocriniti con lo sguardo dolce e tante aspettative nel cuore. È il 1970, anno d'oro per la musica hard & heavy, e i nostri, dopo il singolo "Lady Madonna", escono con il primo LP omonimo di lunga durata e di lì a poco cambiano denominazione diventando Garybaldi e focalizzando il loro suono verso un prog tout court. Riprendendo i fili recisi dalla storia i fondatori dei Gleemen recuperano, con l'aiuto di giovani musicisti (formando un ensamble di ben 14 elementi!) le trame abbandonate in quegli anni mettendo insieme 10 pezzi pensati a lungo e realizzati oggi.
Tutto è un continuum, una voglia di non dimenticare chi siamo e cosa abbiamo fatto: persino la copertina ricalca il mostro fantastico divoratore di belle arti, contro cui si battono i nostri. Il sapore espressivo che ne esce fuori è puro flower power ("Canzone dei cuori semplici") mescolato a un suon hard/blues di matrice Santana/Hendrix con una spensieratezza nei testi (…e un orologiaio è di buon umore / e regala a tutti il tempo per fare all'amore da "Il venditore di palloni") simile all'allegro squadrone beat che percorreva l'Italia nei mid Sixties con la voglia di cambiare le regole del gioco. Certo il suono si è fatto più ciccione e la produzione gode (?) dei progressi del tempo, ma la sensazione che trasuda ogni nota delle composizioni è pura genuinità.
È vero che quando Bambi Fossati imbraccia la sei corde si ha un'ispessimento ulteriore ("Skizoid Blues" e "In una stanza"), ma il mood generale del disco è compatto anche quando gli episodi virano verso l'acustico ("Il venditore di palloni") e si arricchiscono di archi e violini caldi come miele colato. Alla fine dell'ascolto si percepisce esattamente che lavori come questi sono qualcosa in più di semplici incisioni su vinile: sono veri e propri atti d'amore, verso una comunità, un modo di sentire, un modo di esprimersi. Come recitano le parole poste a chiusura del booklet: "Tutti coloro che amano, sono geni" (Evgenij Evtusenko). Lunga vita ai Gleemen e a tutti gli eroi senza patria e senza bandiere.



Eugenio Di Giacomantonio

venerdì 23 maggio 2014

New Review | FUNGUS "The Face of Evil"


Voto
01. The Face of Evil
02. Gentle Season
03. The Great Deceit
04. Rain
05. The Key of the Garden
06. Share Your Suicide Part III
07. Angel With No Pain
08. Better Than Jesus
09. Requiem
10. The Sun
11. BKK

BloodRock Records
2013
Website

FUNGUS - "The Face of Evil"

Musica atavica e sognante. Un cammino di ricerca dentro se stessi a cercare il significato delle cose più profonde. Il rapporto dato dalle giornate buie dell'esistenza per realizzare il proprio destino. Questa è la faccia del male, l'ombra della luce, nei dominii della preesistenza. Al terzo album i liguri Fungus si presentano con un lavoro che cerca di intraprendere il viaggio verso la mappa emotiva del'uomo del nostro tempo: "…una creatura meravigliosa che si è fermata a guardare una vetrina, ma che si sta rendendo conto che ha un appuntamento con se stesso" (dall'intervista esclusiva che potete leggere qui: http://athosenrile.blogspot.it/2013/09/fungus-face-of-evil.html). Il grado emozionale è altissimo e il coinvolgimento in queste trame oscure, eppur pacifiche, è dato soprattutto dalla bravura di Dorian, il cantante, che nella title track e in "The Great Deceit" impugna la materia heavy per ampliare il senso di profondità uditivo. E ci riesce benissimo. La band al seguito, bravissima, è attenta a ricamare arabeschi Canterbury nel pathos temporale floydiano. La distorsione, ad esempio, è dosata con tale parsimonia che intuiamo un atteggiamento di ricerca soprattutto nelle sospensioni piuttosto che premere sull'acceleratore.

Il dialogo esistente tra tastiere, chitarra e trame melodiche è costruito su equilibri dinamici e i ragazzi hanno assorbito talmente bene la materia rock che le contaminazioni tra hard, prog, folk e psych risultano prive di confini materici. "The Key of the Garden" è esemplare nel tramutare in oro hard seventies la paglia folk. La successiva "Share Your Suicide Part III" è quasi sigla da Twilght Zone (o meglio Ispettore Derrick, per quel theremin che riporta subito alla mente l'ignoto malato), mentre "Requiem" si abbevera dalla stessa fonte dei Witchcraft seppur con soddisfazione diversa. "The Sun", a sorpresa, non è epilogo a battito cardiaco lento, bensì nuovo inizio, una fenice in festa hammond e flauto che dopo un intro da ballad esplode nei colori del giardino dell'Eden. Mirabili, puntuali e precisi. Da sempre Black Widow è sinonimo di garazia. Blood Rock segue a ruota. Se aggiungiamo una vena DIY che scorre nelle nostre band in fase di registrazione, produzione e immagine coordinata, fra 30 anni si dovrà parlare per forza delle rock band italiane di questo periodo come noi parliamo oggi di PFM, Banco, Osanna, Orme, Rovescio della Medaglia e via di seguito. Di questo ne siamo sicuri.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE DALLAZ "Dirt Dealer"


Voto
01. Eye of the Wolf
02. Travellin' Blend
03. FurGone
04. Octopussy
05. Ridin' in My Mind
06. II – 29
07. Bringing Back the Dead
08. Demon Knight
09. I Do Nothing
10. I Want Speed
11. Losers

Self produced
2014
Website

THE DALLAZ - "Dirt Dealer"

Dopo la bella prova al Perkele Fest Vol.II al Sidro Club di Svignano sul Rubicone i The Dallaz tornano in scena con "Dirt Dealer", un concentrato di riff assassini e grandi melodie. A partire dalla copertina in stile american comics del grande Kabuto, i nostri hanno dedicato grande impegno alla realizzazione del progetto e questo risulta chiaro in ogni sfumatura: registrazione live in studio per preservare il feelin' good, produzione compatta e soprattutto una scrittura compositiva che abbraccia quella che comodamente è stata definita First Wave of Italian Stoner Rock. I riferimenti alle band americane ci sono e non sono celati anche se il tutto viene masticato e risputato da perfetti spacciatori di roba buona!
Qualche vecchia conoscenza del primo EP "Ozium Idol" rispunta fuori con una veste nuova, come la fumanchana "FurGone", strepitosa nel titolo e nello sbatterti in faccia tre minuti e mezzo di sintesi hard Seventies, e la conclusiva "Losers", post blues alla Roachpowder con tanto di chorus da corna al cielo. Nel mezzo troviamo riuscite evaporazioni del verbo Daredevil con "I Do Nothig", "Octopussy" e "Ridin' in My Mind" e ruspanti anthem carne e patate come "I Want Speed", "Eye of the Wolf" e "Bringing Back the Dead", dove risulta meglio allestita la nuova line-up della band e l'alternanza di voci tra un pezzo e l'altro funziona alla grande. Non solo. Ad accompagnare i nostri ci sono ospiti graditi e featuring speciali, come l'armonica più slide guitar nella southern cult "Travellin' Blend" e i samples vocali presi da film Sixties che danno uno bella patina di polvere al tutto.
Di fronte a lavori di questo calibro viene da chiedersi perché una band come i Dallaz non sia nel rooster di etichette come Small Stone, Tee Pee o Meteorcity, gente che ha speso più di una decade a pubblicare un suono heavy american roots con band come Atomic Bitchwax, Nebula, Karma to Burn e Unida. Ma noi, dalla bassa, ce ne fottiamo e facciamo nostro il motto di Mr. Frazzy: "Più rinfrescante del Tea Lipton, più indurente di una confezione famiglia di Viagra… The Dallaz!!". Uh yeah!



Eugenio Di Giacomantonio

giovedì 24 aprile 2014

New Report | TUBE CULT FEST Pescara - Orange & Maze 18/04/2014




TUBE CULT FEST
Pescara - Orange & Maze - 18/04/2014


Giunto alla sua sesta edizione, il Tube Cult Fest - la rassegna heavy, psych, stoner doom dell'Adriatico – risulta essere un'esperienza riuscita sotto tutti i punti di vista. L'affetto, il legame, la bellezza di condividere due serate insieme sono gli elementi che pubblico e gruppi hanno fatto emergere. Sotto, un'organizzazione precisa ha lavorato perfettamente stabilendo una serie di relazioni tra band di ogni parte del mondo, agenzie e gestori di locali. Il risultato è stato assistere a dodici performance di artisti dalla sensibilità diversa che ha portato il pubblico ad espandere la propria visione sul concetto di rock nell'anno domini 2014.

Si parte con due novità assolute nella giornata di venerdì 18: i Sons of Revolution, che raccolgono gli stralci lasciati da Johnfish Sparkle più addizioni classic rock, e i Naga, nati dalle ceneri dei Kill the Easter Rabbit passati nella cappa fuligginosa del post black doom. Mezz'ora l'uno e le barriere mentali sono rotte. Benvenuti nella terra di nessuno. Il mondo è dietro di noi. Davanti lo spazio infinito evocato dai Manthra Dei, che fanno della cavalcata intergalattica la loro ragione di vita. Se in Italia ha ancora senso trovare figli e figliocci dei favolosi Seventies, a loro va riconosciuta una dinastia di ferro. Che ha padri proto NWOBHM e nonni di nome Hawkwind. Rispetto al passato prossimo il bilanciamento tra gli strumenti risulta meglio dosato e questi giovani guardano al futuro con in braccio un album omonimo per la Nasoni Records. Il mondo è vostro. Di lato sentiamo urla belluine. È David Makò, singer degli ungheresi Haw ed ex voce degli Stereochrist, i primi ospiti stranieri ad essersi esibiti. Vi ricordate Skinner? Lottatore wrestling delle Everglades che arrivava sul ring sputando liquami neri dalla bocca? Beh, il loro concetto di musica è molto vicino a quest'idea di spettacolo. Weedeater e Bongzilla sugli scudi e rimasticazione di American roots nel cuore. Tutto ha senso nella ferocia rappresentata dai nostri. Anche un banjo stonato per voce sola che introduce il finale dello show. Veri redneck europei. Se cercate genuinità e violenza procuratevi i loro dischi. Troverete anche carezze melodiche.
Cosa può essere "peggio"? E soprattutto, al "peggio" c'è mai fine? Secondo gli Zolle no. Se gli Haw sono campagnoli, gli Zolle sono la vanga. Quella che ci viene data sui denti appena ci troviamo al cospetto di questi due lord. Lan, provenienza aliena targata Morkobot, ha un debole per la chitarra e si sente. Il batterista si diverte a distruggere tutto e si vede. Quando ti ghigna in faccia la sua deviazione sai che una valanga di chiodi è pronta a trafiggerti le carni. Uno e Due. Desiderio e Vendetta. Come un altro duo, i Mombu, sono la rivelazione del fest. L'attimo in cui tutto deraglia ma incredibilmente rimane in piedi. Eccezzziunale! A riportarci in condizione di poter provare ancora qualche emozione ci sono gli Zippo con formazione a quattro senza doppia chitarra. Il processo è virato verso la sintesi. Diremo magnificamente. La base ritmica risulta più affilata e la voce di Dave sfiora il filo della lama delicatamente. Sergente è concentratissimo. Ha in mano il riff che consegna puntuale a Stonino. Emergono visioni che contaminano Sleep e Jesus Lizard in maniera del tutto naturale. Tutti i pezzi dei tre album subiscono una disidratazione salutare. Le vene melodiche si esaltano e i conflitti tra cuore e cervello tacciono. A pensare ad un percorso evolutivo che consideri in egual modo hard, metal, stoner e doom, la strada non poteva essere migliore. Less is more e la prova ce l'abbiamo davanti. Buonanotte a tutti.

Ancora non si spegne il fischio nelle orecchie che siamo a sabato 19 e già ci ritroviamo al Maze per farci massaggiare dagli aquilani The Whirlings. A differenza dei Manthra Dei, strumentali come loro, i nostri sanno cosa vuol dire farsi un bagno nel miele. La dolcezza, le sospensioni, il tocco magico sono termini del loro vocabolario. Qualche concessione di troppo ad un elegante post rock imbolsisce una platea che dal fest vuole viuuulenza, ma chi ha pazienza e pace interiore trova cibo per il proprio palato fine. "Beyond the Eyelids" è il loro ultimo album e lo stanno promuovendo egregiamente. Suonano come in studio e questo è sinonimo di passione e accuratezza. Appresso i Caronte vincono ma non convinco. O forse il contrario. Ciò che nei loro album brilla di riflessi Goatsnake, dal vivo si appanna di Electrci Wizard. Che non è poco, direte voi. Ma i ragazzi sanno colpire meglio e più a fondo con le armi che hanno in mano. Non è un'occasione mancata. Tuttavia, forse a causa della voce provata di Dorian Bones, il drappo nero non ci ammanta. E questo da una band super doom non è poco.
Come imparai ad amare i giocattoli per poi distruggerli, ovvero i Mombu. Il duo romano è degno di un film di Fellini tanta è la romanità che trasporta il loro corpo taurino. Solidi come colonne d'ercole. Matti come cavalli pazzi. Partono da un coriandolo, un suono di sax amplificato. Da lì non fanno nessun passo avanti. Come scienziati osservano il fenomeno musica davanti a loro e lo sezionano. Poi l'onda dell'incastro. Si procede a piccoli passi. Un riff viene mandato in ridondanza. Ci si incastra letteralmente. Prima un'unghia, poi un dito, poi una mano. Infine si arriva a stare come dentro ai denti di un pettine. Che succede? Si scardina tutto e si ha quello strano fenomeno della trascendenza. Nel vero senso della parola. Complici i ritmi tribali/africani/primitivi di Antonio Zitarrelli, si ha la sensazione di far parte di un trattato antropologico sulla nascita del suono attraverso il colpire qualcosa volontariamente. I Mombu hanno di fianco mostri come John Coltrane e John Zorn. Ma anche amici di bevute come Black Sabbath e Morphine. E discepoli svogliati come Al Doum and the Faryds. La mitologia è completa. Riprendersi da tanta ciccia al fuoco fa colpevolmente perdere di vista gli australiani Whitehorse, sludge doom da Melbourne che gli astanti dicono aver fatto sanguinare le orecchie. Cosa che non fanno i Glitter Wizard, gli esseri più brutti e improponibili per mettere su una band. Ma che band! Ossessivi, scapigliati e scalmanati, fanno partire il pogo tanto atteso da due giorni. E il tastierista si offende perché la tastiera va giù. Ti capisco, uomo. Ma il rock è anche coinvolgimento e accerchiamento. E i ragazzi italiani sono caldi, si sa. Tanto caldi che non si risparmiano sui pezzi di questo gruppo che mischia evanescenze Witchcraft (e quindi Pentagram) con un'idea di rock glitterato. Non gluma, proprio glitterato. Come le unghie dei New York Dolls e le labbra di Marc Bolan. Un mix di epico, melodico e duro. Hanno un immaginario di piramidi e unicorni e copertine in cui sono vestiti da uomini delle caverne, ma funzionano alla grande. Gli americani hanno questo appeal che fa innamorare gli europei incondizionatamente. Noi per primi.
La lunga carovana volge all'arrivo. I Samsara Blues Experiment hanno il compito di chiudere due giorni in cui la realtà ci è apparsa in technicolor e lo fanno con le sempreverdi strutture blues. Certo, iperamplificato. Certo, aggiornato. Ma altrettanto certo che si tratta di puro e semplice blues bianco, come quello che rivoltò la testa dei giovani Eric Clapton, Keith Richards e Rory Gallagher nei mid Sixties. E proprio in questi anni sembrano traghettarci i nostri, tanta è la riuscita commistione di psichedelia e hard rock. La battuta lenta è più una scelta di buon gusto che un fine vero e proprio e questo permette di rallentare il battito cardiaco e farci ammantare da una vena acid rock che soprattutto lo stile di Chris sembra affermare. I pezzi si svolgono in un continnum senza interruzioni simile ad una struttura mantrica di meditazione trascendentale. Il loro ultimo album "Waiting for the Flood" per molti versi è un concept sulla vita e sulla sua finalità e la stessa percezione abbiamo al cospetto della band che sta suonando stasera. Sono dei ricercatori nella terra dell'Eldorado, a caccia dello scopo stesso di questa missione. E noi con loro. Fuori facce contente e sorrisi luminosi. Le band sono pronte per ripartire ma non risparmiano commenti gioiosi e abbracci fraterni. D'altra parte la musica heavy psych è anche questo: ritrovarsi su un terreno comune e condividerlo. Al prossimo anno. Con la pinta piena e i sensi aperti. Tube Cult Fest. Peace.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | MINDWARP "Mindwarp"


Voto
01. Haarko - Haari
02. Adrenochrome
03. Excuse Me, I Have to Go to Space Now
04. Iramocram

Acid Cosmonaut Records
2014
Website

MINDWARP - "Mindwarp"

Uno flusso candido di basso, batteria e leggeri accordi di chitarra introducono l'omonimo EP dei Mindwarp, band brindisina che colleziona un 4 pezzi straordinario in combutta con Acid Cosmonaut Records, vero faro dell'heavy psych nostrano. La band nasce con l'idea di lasciarsi andare al flusso sonoro del momento, nell'improvvisazione costante, ognuno concentrato sul proprio strumento e con le orecchie tese verso il mood dei compagni, facendo saltare il concetto di canzone a favore di una struttura allargata. L'estetica è quella dei viaggi cosmico-interstellari à la 35007, ma ciò sembra essere il punto di partenza e non quello d'arrivo. Si ha questa percezione verso la fine di "Haarko - Haari", dove qualche reminiscenza Tool traghetta il brano verso un finale inaspettato funky smaccatamente Settanta. Come il riff di chitarra rubato a chissà chi (!) di "Adrenochrome" riporta a combinazioni saltate e a prevedibilità disattese, così il blues jammato del finale, con tanto di ficcanti guitar solos, risalta per curiosità e bellezza.
Mentre la cosa prettamente anni Novanta risulta essere "Excuse Me, I Have to Go to Space Now", pezzo faro dei Mindwarp, immagine statica e dinamica allo stesso tempo, che rimanda a certo crossover sapientemente miscelato con liquidità stoner. "Iramocram" è determinante nel citare il rifframa di Adam Jones senza appoggiarsi a questo status per mero plagio. Anzi. Nell'intero lavoro la citazione viene usata per identificare uno stato espressivo e farlo proprio con operazioni di contaminazione e arricchimento, anziché come pretesto per mascherare una mancanza di idee. E i nostri ne hanno tante da mettere in pentola. Tanto che alla fine di questa mezz'oretta strumentale si ha la sensazione di aver trovato un nuovo pianeta oltre la linea di confine del nostro orizzonte.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ELEVATORS TO THE GRATEFUL SKY "Cloud Eye"


Voto
01. Ridernaut
02. Sonic Bloom
03. Red Mud
04. Turn in My Head
05. Mirador
06. Handful of Sand
07. Upside
08. Sirocco
09. The Moon Digger
10. Xandergroove
11. Cloud Eye
12. Stone Wall

Transubstans Records
2013
Website

ELEVATORS TO THE GRATEFUL SKY - "Cloud Eye"

La bellezza di un disco come "Cloud Eye" dei palermitani Elevators to the Grateful Sky va cercata nei dettagli. L'armonica che fende il riff mortale di "Ridernaut", i tromboni sgonfiati di "Red Mud" e lo stacco reggae/dub della title track, sono la prova evidente che ai nostri piace lavorare sulla materia fine. Dopo l'omonimo EP d'esordio del 2012, la svedese Transubstans Records (nel rooster pezzi da novanta come Siena Root e Burning Saviours) offre al gruppo la possibilità di far uscire il primo album sotto la propria ala protettiva. Il risultato è ciò che la band andava cercando: una visibilità oltre i confini del Belpaese e una distribuzione mondiale. Al netto dell'ascolto dell'album si può tranquillamente affermare che gli Elevators giocano la stessa partita di Dozer, Lowrider, 7Zuma7, i fantastici Thumlock (chi se li ricorda?), fermandosi un pochino prima che il post Kyuss diventasse altro, come hanno dimostrato Colur Haze e Los Natas.
In "Turn in My Eyes" c'è l'urgenza degli Slo Burn quando psicanalizzavano la propria identità con botte da tre minuti al posto di space caravan da cervelli fatti. E lo stesso si può dire di un pezzo come "Upside Up": vero pugno tra i denti che lascia agonizzanti. Ma la Sicilia è anche sabbia e dune, e proprio il suo paesaggio sembrano evocare le sensuali "Mirador" e "Stone Wall". I quattro suonano con un piglio circolare e compatto; c'è un'intesa immediata ed emerge chiaro lo stile del bravo Giorgio, il chitarrista, che distribuisce equamente il suo talento tra la ricerca di riff originali ("Turn in My Head" paga un po' troppo il pegno ai QOTSA, come "Sirocco" lo paga al Bjork solista, attenzione!) e assolo puntuali e mai ridondanti. Tutto questo al fine di divertirsi, sia chiaro. Come indicano loro stessi: "It's only a storm in a teacup. Ride your way, look at the sun and fun with Elevators to the Grateful Sky!".



Eugenio Di Giacomantonio

New review | ANTONELLO RECANATINI "Abruzzo Invented Punk"


Voto
01. Intro
02. AIP
03. Old Synthax
04. Broadway 39
05. Space Lovers
06. Old Buddy
07. Miriam
08. Gloomy Steam
09. Glinting
10. Life Keeps on Calling Me from Space
11. Geodesia
12. The Fall of the Central Galaxy

Nova Feedback Records
2014
Website

ANTONELLO RECANATINI - "Abruzzo Invented Punk"

"Magari!", verrebbe da rispondere d'acchito. Da abruzzese di 100 generazioni sarei perennemente con un sorriso stampato in faccia a pensare ai Ramones da Civitella del Tronto, i Sex Pistols da Ceppagatti, i Clash da Pianella e i Damned da Lanciano. In realtà, andando a guardare sotto il velo della provocazione e ipotizzando il punk più come cultura e attitudine che come genere strettamente musicale, l'affermazione risulta più verace di quello che ognuno può pensare. Ogni abruzzese è punk sotto questo punto di vista, per mille diverse ragioni, e non è poi tanto un paradosso, anzi.
"Abruzzo Invented Punk" è un manifesto nato nella mente del nostro Antonello Recanatini che misura perfettamente l'approccio dei ragazzi di questa regione (al netto della provincia teramana) alla materia chiamata musica, riuscendo a raccogliere menti e poetiche di gente come Digos Goat, Starlugs, Wide Hips 69, Delawater, Amelie Tritesse, Tre Tigri Contro, Singing Dogs ed altri ancora, in una maniera del tutto coerente al logaritmo punk.

Partiamo dalla materia. Il CD si presenta in una veste molto curata, con un gioco di coperture che portano a scoprire l'oggetto del desiderio pian piano. La neonata Novafeedback Records, moniker dietro al quale si manifesta il progetto editoriale di Danilo 'Felix' Di Feliciantonio, tiene a farci presente che ama fare le cose con cura e che la manualità è alla base dei processi produttivi. Bene. Inserito il disco, il quarto a nome proprio, Antonello si introduce strumentalmente, con accordi dolcissimi. È una presentazione di uno spaccato intimo e riservato alla compagnia di alcuni compagni di viaggio, amici di una vita, affini in una ricerca, in musica, spirituale. Anche l'ambiente di registrazione non è uno studio, bensì un luogo di incontri culturali, il Chaikhana. E qui, dopo concerti, presentazioni, bevute e chiacchiere si incontrano sei ragazzi ed una ragazza e fanno la loro cosa, in punta di piedi. Anche quando il ritmo accelera e il motore si scalda (la title track, "Broadway 39", "Glinting") si ha la sensazione di ascoltare musicisti in punta di fioretto. Le incursioni di tromba nel trittico "Abruzzo Invented Punk", "Old Synthax" e "Broadway 39" aprono a contaminazioni jazz riuscite. Così come la chitarra elettrica arricchisce, con arpeggi circolari a tenuta stagna, di significati espressivi il climax delle composizioni.
Altre volte brevi stralci di synth e rumori d'ambiente evidenziano il lato provvisorio della musica, disturbandola con accidenti naturali. E, sopra a tutto, una scrittura elegante e raffinata di versi mai banali con una propensione verso lo stile beat generation curiosamente contaminato con la fantascienza di Philip K. Dick ed Isaak Asimov, soprattutto nei titoli. A spiegazione di ciò Antonello ci viene incontro: «Io e quelli della mia età abbiamo avuto il "culo" di essere nati in quel particolare periodo storico (fine anni Sessanta, nda), con una TV che trasmetteva programmi bellissimi, serie sci-fi ("A come Andromeda", "Gamma", "I sopravvissuti"): il televisore in sé era qualcosa di futuristico e magico, analogico, come lo definiamo ora, che impiegava tantissimo tempo ad accendersi, e da un puntino denso come un buco nero appariva la bellezza. Non è abbastanza science fiction?».
Sci-fi, folk, beat e punk. Abruzzo Invented Punk.



Eugenio Di Giacomantonio

giovedì 27 marzo 2014

New Rewiev | FATSO JETSON "Live at Maximum Festival"


Voto
01. Tutta Dorma
02. Orgy Porgy
03. Bored Stiff
04. Flesh Trap Blues
05. Nightmares Are Essential
06. Salt Chunk Mary
07. Too Many Skulls
08. Magma (encore)

Go Down Records
2014
Website

FATSO JETSON - "Live at Maximum Festival"

I Fatso Jetson in Italia si sentono a casa. Sarà il richiamo del sangue (Mario Lalli è un'accoppiata nome e cognome che non lascia dubbi sulla provenienza anagrafica) o sarà l'atmosfera giusta e il cibo buono a fare la differenza. Fatto sta che i sentiti ringraziamenti e le battute tra un pezzo e l'altro sono sintomi che la band è a proprio agio al Maximum Festival organizzato a Treviso da Max degli OJM in una edizione, la sesta del 2013, che insieme ai Fatso ha visto protagonisti i cugini Yawning Man e i Vibravoid.
La natura di jam band è evidente sin dalle prime note: dilatando e contaminando un primordiale blues elettrico con panorami desert e rifferama psichedelico i Fatso guardano alla musica con gioia e divertimento. Fosse un mondo più giusto dovrebbero avere il conto in banca del signor Josh Homme. Ma i nostri hanno scelto un'altra strada, quella di essere servi solo della propria espressione artistica. Punto. E dal vivo i risultati si sentono. Eccome. Riescono a dare vitalità a pattern meccanici e volutamente robotici con una sana dose di cazzeggio vocale e con chitarre assassine sempre sul filo di saltarti addosso ("Flesh Trap Blues").
Anche nei momenti più pacati riescono a essere sinuosi come serpenti ("Bored Stiff") e ad ammaliarti come una bella donna. Sanno essere psicotici e aggressivi ("Nightmares Are Essential", "Too Many Skulls") sia nello strumentale che non, e riescono a materializzare l'orgia di watt a cui i Queens of the Stone Age devono restituire più di un debito ("Salt Chunk Mary", "Orgy Porgy" e "Magma", bis che chiama in causa un altro gigante a nome Masters of Reality). Gli otto pezzi che troviamo nel disco vengono pescati da tutto il loro repertorio discografico ricordandoci che la loro prima apparizione risale al 1995 con l'album "Stinky Little Gods", edito dalla sempremerita SST Records.
Come dire: siamo nati grandi e resteremo tali. Per sempre. Tutta Forza signor Lalli!



Eugenio Di Giacomantonio