lunedì 20 gennaio 2014

New Review | IVY GARDEN OF THE DESERT "Trilogia dell'Edera"


Voto
01. Ivy
02. Hang Glider
03. Enchenting Odissey
04. I
05. Viscera
06. A Golden Rod for This Virgin
07. Weasel in Poultry Pen
08. Ghost Station
09. 1991
10. Glicine
11. Deeper Than Deep
12. I Ate of the Plant, and It Was Good!
13. Ohcysprotom
14. Hang Glider
15. Ivy (Part II)

Nasoni Records
2013
Website

IVY GARDEN OF THE DESERT - "Trilogia dell'Edera"

«Gli Ivy Garden of the Desert nascono nel dicembre 2008 per suonare musica propria, senza regole nè compromessi». Con questo comunicato radicale si presenta il combo di stanza a Montebelluna, nel Valdobbiadene, contea del Triveneto ricca di sapori (soprattutto alcolici!) e di panorami meravigliosi. "La Trilogia dell'Edera" è il nome evocativo che hanno dato a tre EP pensati, registrati e promossi nel triennio 2011-2013 che ha visto l'interesse attivo di una etichetta di culto come la Nasoni Records che ha creduto in Diego, Paolo ed Alessandro, concentrando i propri sforzi nella produzione di tre vinili 12" da far conoscere al mondo intero.
Il primo capitolo è "Docile", come il titolo che porta: quattro brani per circa tre quarti d'ora di musica dal passo lento e fiero che vive senza fretta il proprio decorso evolutivo e si presenta come frutto maturo. L'iniziale strumentale "Ivy" è la porta d'accesso al mondo dei nostri imbevuto di New Wave elegante, spirito introspettivo e heavy psichedelia pensante. C'è qualche tocco di grazia (il violino nell'acustica "Hang Glider"), una fuga esistenziale verso lidi immaginari ("Enchenting Odissey") e la presentazione del proprio ego: "I" finale riottoso, fermo e potente ed episodio prettamente stoner del lotto.
Il passo successivo è "Blood is Love", EP di lunga durata, dove il battito cardiaco accelera i tempi e diventa prepotente ed incazzato. "Viscera" è il biglietto per accedere al circo dei buffoni, delle starlette e dei saltimbanchi. Il treno Dozer/Lowrider/Demon Cleaner è passato di qua. C'è dono di sintesi e robusto hard Seventies che va a bussare alle porte di certo post noise sicopato ("A Golden Rod for This Virgin") e rappresenta uno sguardo sul fenomeno grunge alternative degli inizi Novanta ("1991", appunto), alla stessa maniera in cui i cugini Pater Nembrot hanno guardato le band protagoniste di quegli anni.
L'ultimo capitolo ("I Ate of the Plant, and It Was Good!", titolo che ricorda qualcosa/qualcuno…) presenta una novità significativa sin dalle primissime note: la maniera di cantare è diventata protagonista. Mentre nelle precedenti uscite le lyrics compaiono dopo che la musica ha costruito l'ambiente scenografico, qui sono protagoniste assolute. Segno che Diego ha avuto qualcosa di urgente da tirare fuori durante l'ideazione dell'epilogo della trilogia. Qualcosa cha ha l'aria di un urlo pacifico nello stile spirituale dei Tool (la title track) e vuole riappropriarsi di un rifferama post Kyuss ("Ohcysprotom") riuscendo a portare tutto a casa con la conclusiva "Ivy (Part II)". La vita è un cerchio. La musica pure. Gli Ivy Garden of the Desert continueranno a narrarci questo strano sogno che a tratti si manifesta in tutta la sua magniloquenza e a tratti sprofonda negli abissi più imperscrutabili.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | MOTHER PROPAGANDA "Perpetual"


Voto
01. Pilgrimage of the World
02. Tantra of Universe
03. Voice of Brahma
04. Baali Demon
05. Unknown Frontier

Self produced
2013
Website

MOTHER PROPAGANDA - "Perpetual"

Carlo e Tommaso sono come fratelli. Abbiamo diviso l'esperienza Mahatma (jam band psycho doom alla maniera degli Electric Wizard sotto sedativi) oltre che tempo e vizi. Ci siamo trovati a Bologna, per l'università. Io da Teramo, loro da Verona. Con lo stesso background di ascolti e sensibilità. Avevamo in mente di tramortire quel cielo bolognese perennemente bianco con liquide visioni quadricromatiche influenzate dall'acido. Il progetto dei Mother Propanga, al tempo dei nostri primi incontri, esisteva già, abbozzato in qualche decina di concerti e in equilibrio precario tra cover mascherate e pezzi originali. Un duo: chitarra baritona + batteria. Tommaso + Carlo. Dai primi ascolti emergeva qualcosa di unico: l'atteggiamento di Tommaso. Una ricerca. Tommaso prende la musica come uno strumento per decodificare l'uomo. Sia la natura emersa, sia la natura sommersa. Carlo è in questo equilibrio una controparte fondamentale. Istinto, forza e coraggio. Quindi passione nella maniera più primordiale possibile. Decidemmo di dedicarci ai Mahatma insieme e, per il momento, il progetto Mother Propaganda andava a riposo. In tre eravamo come cuspide infilata nel culo dell'universo. Ci trovavamo a suonare in festival punk core dove un nostro pezzo durava come tutto il set di due band messe insieme. Come dire: facciamo ciò che ci piace in tutti i contesti, anche quelli più borderline. Due album, anni passati insieme, scoperte, nutrimenti e piccole soddisfazioni. Poi la vita emerge con il suo carico di richieste (lavoro, famiglia, mangiare, dormire) e le distanze, soprattutto fisiche, mai spirituali, aumentano.
La fenice dei Mahatma ha riportato in superficie i Mother Propaganda che, ripercorrendo la strada a ritroso sui propri passi, pubblicano un cinque pezzi da paura a nome "Perpetual". Devo essere sincero: per la prima volta, la mia "deontologia professionale" di recensore, va a farsi fottere. Per me, ora, è impossibile ascoltare questo lavoro senza un alto tasso di coinvolgimento emotivo. Riconoscere la natura di Tommaso in una serie di fraseggi assassini, sempre ricercati, è quanto più vicino alla vera gioia. Come risentire quella scimmia depilata di Carlo fare "primitivismo" dietro le pelli! Comunque sia, eccoci qua.
"Pilgrimage of the Worlds" è puro Wino style. Quindi Black Sabbath meets Hellhounds doom band. Con un appeal verso l'occult rock più sornione, privo di tutte quelle cazzate sataniche. "Tantra of Universe" mette in risalto la passione di Tommaso per la musica prodotta dalle campane tibetane. Siamo dalle parti di una vera e propria preghiera. Bellissima e trascendentale. Sette minuti di saliscendi con un finale che tramortisce gli Ufomammut con lo stesso linguaggio. "Voice of Brahma" flippa da parecchio tempo nelle teste dei nostri e presenta un'altra particolarità: la voglia di sperimentarsi al canto di Carlo alla maniera OM. Echi di futuri primitivi. Echi di mondi lontani. Uno spirito di genuinità e di semplicità affiora tra le partiture di "Baali Demon", come se Brant Bjork avesse deciso di interpretare la sua musica alla maniera europea, impastata non più con deserti e dune ma con boschi e faggi. E sempre in ambito post Kyuss spinto, rimaniamo nel finale con "Unknown Frontier": fratelli miei fate una cosa, spedite sto pezzo a John Garcia che sta aspettando un riff così da quando il circo levò le tende! Mi permetto di darvi un consiglio: andate a cercare "Perpetual" in giro per gli squat, i centri occupati o chiedetelo direttamente agli autori. Passerete un mezz'oretta in loro compagnia e vi accorgerete che sono bravi e belli. Io, da par mio, posso solo che rallegrarmi. "Bentornati Carlo e Tommaso! Mi siete mancati!".



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ACTIVE HEED "Visions from Realities"


Voto
01. Flying Like a Fly
02. Awake?!
03. Now What?
04. Me, Five Seconds Before
05. With Joy
06. Melting of Realities
07. Forest and Joy
08. The Weakness of Our Spinning
09. Without Joy
10. Every Ten Seconds Before
11. F F F Flashing Fast Forward
12. If I Will Never Be
13. Me, One Second Before Johan Robeck
14. Usual Plays in Heaven / Be Kind and Talk to Me
15. Our Vast Emptiness

Self produced
2013
Website

ACTIVE HEED - "Visions from Realities"

Un progetto solare che esplora mondi fantastici è Active Heed di Umberto Pagnini che giunge alla prima uscita discografica con "Visions from Realities". Come recitano le note di copertina, Umberto "crede nella collaborazione creativa e con Active Heed vorrebbe raggiungere tale obiettivo" e dopo l'ascolto bisogna prendere atto che l'obiettivo è stato addirittura superato, in termini di fantasia e creatività. Si scopre un'idea unitaria di composizione e una visione a lungo respiro, ma quello che più colpisce è il suono: una massa compatta ed omogenea come se una vera band avesse registrato live in studio. In realtà il merito va ad Alberto Callegari, nominato per l'occasione 'Einstein', che produce, mixa e masterizza in sala di regia tutte quelle idee che nel corso del tempo hanno attraversato l'immaginario di Umberto e che hanno trovato effettiva realizzazione insieme a compagni di strada come Lorenzo 'Il Magnifico' Poli, Pellek, Giovanni Giorni, Marit Borresen e Mark Colton.
Idee che spaziano da un vago odore pop di "Forest and Joy" (inno alla gioia di riappropriarsi della parte naturalistica dell'uomo) al metal evoluto di "Every Ten Second Before" (vero e proprio anthem che non farebbe dispiacere ai fan dei Judas Priest dei Seventies) al progressive tout court di molti episodi che hanno il merito di divincolarsi dal prog rock stucchevole e tentano un 'progressione' tra generi che ha la stessa efficacia di contaminazione e combinazione di stili diversi. Emerge una visione della musica complessa ad articolata che si nutre di oltre tre decenni di storia e vuole fare focus sulla grazia della composizione e sulla delicatezza del tocco, cose non proprio comuni a tutte le band in circolazione. Chissà quali altri mondi creerà il nostro Umberto in futuro. L'importante è seguirlo nelle sue creazioni con la giusta voglia di lasciarsi andare. Con "attenzione attiva" per la precisione.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PLUTONIUM BABY "Welcome to the Weird World"


Voto
01. Fist of Zen
02. Waiting Room
03. Adelina
04. Blue
05. Takabam Goes the Beat!
06. Love Love Love
07. Paralyzed
08. The Twilight Zone
09. Big Mouth Girl
10. Russian Spy
11. I Feel Lonely
12. Supercycle
13. Anger 0

Vida Loca Records
2013
Website

PLUTONIUM BABY - "Welcome to the Weird World"

Due note leggere leggere di tasterina acida introducono "Welcome to the Weird World" dei nostrani Plutonium Baby, 13 pezzi di giostra in technicolor di sgangherato weird fuzz garage punk. Dopo aver girato l'Italia club by club e aver consolidato la formazione con l'altro ex Cactus Feith dietro le pelli, Fil Sharp e Black Guitarra hanno pensato a lungo e realizzato in breve il loro primo full-length dopo le bellissime prime pubblicazioni a nome Welcome in the Shit Records (cassettina in 69 esemplari) e Ghost Highway Recordings (sette pollici diviso con l'altra sbullonata Margaret Doll Rod che nell'occasione regala una cover di "Psycho" che farebbe arrizzare l'irraddrizzabile). Il succo è presto detto: polpa adrenalinica ricca di proteine e spezie aromatizzate che deviano il sapore originale verso qualcos'altro.
"Paralyzed" si fissa in un riff ansiogeno, immobile ed immutabile, che vuole il verso di Fil ripetere il nome della band come introduzione al male (per chi non lo sapesse "Plutonium Baby" è il nome di un bruttissimo film del 1987 diretto da Ray Hirschman e William Szarka). Altro rimando b-movie heroes è "Twilight Zone" che scarabocchia il tema della serie televisiva per permettere a Daniela di ululare alla luna. È questo il mondo dei nostri. Deviati, perdenti, malati: qualcosa di assolutamente indispensabile ed affascinante. Chissà chi è "Adelina" tirata in causa con il riff più bello del lotto. O la "Russian Spy" che alimenta strane infatuazioni sci-fi. "Love Love Love" ripetono insieme i nostri facendoci ripensare alla verdoniana Isabella De Bernardi quando cercava di spiegare il senso della vita. Altre cose viaggiano in gran turismo come "Blue" che sorpassa a destra i Black Lips e l'accoppiata "Supercycle" e "Fist of Zen", prolungamenti del Cactus pensiero. Infine c'è spazio per una chicchetta totalmente sperimentale a nome "Anger 0": gli alieni sono tra noi? Con i Plutonium Baby decisamente sì.



Eugenio Di Giacomantonio