domenica 16 febbraio 2014

New Review | THERE WILL BE BLOOD "Without"


Voto
01. Ain't No Places, No Matter
02. Twister
03. Kneel to Your Slave
04. My Face Carved in Stone
05. Souls Cart
06. Voodoo
07. Truck
08. Snout
09. Son of the Lightning
10. Swamp
11. Deepest Well
12. Moonshine
13. Back No More
14. Last March

Ghost Records
2013
Website

THERE WILL BE BLOOD - "Without"

Heavy Liquid. Sudore. Soprattutto sangue. E sperma. Liquidi come il whisky e heavy come una versione strong dei Black Keys. I There Will Be Blood confermano quanto di buono espresso con il precedente "Wherever You Go" e si autosorpassano in termini di ispirazione. Dal blues senza compromessi hanno abbracciato una varietà di stili ad ampio spettro. La musica del Diavolo rimane la quintessenza del sound ma spesso viene contaminata con sfumature freakbeat, hard Seventies e classic rock. Per chi ancora non lo sapesse il moniker scelto dai tre si riferisce al film omonimo di Paul Thomas Anderson datato 2007, tradotto in Italia come "Il Petroliere" e dai testi di Davide si scopre che i riferimenti cinematografici e letterari, soprattutto americani, sono dietro l'angolo – d'altronde l'ispirazione di base è Upton Sinclair.
Il nuovo disco "Without" vede la partecipazione del ragno Favero in sede di masterizzazione e si sente. "Truck" è schiacciasassi come se i Clutch avessero flirtato con i Five Horse Johnson. Il frutto dell'incesto è un genuino road/desert/blues basico ad alto dosaggio di watts. "Twister" contorce un riff dei Doors e lo riporta nel grembo della madre. Il noir appartiene ad un pezzo come "My Face Carved in Stone", dove l'ansia aumenta mano a mano che l'armonia viene asciugata. Ma i nostri, a parte i dovuti riferimenti, risultano originali nel momento in cui diventano ruspanti. "Souls Cart", "Swamp" e "Back No More" fanno battere mani e piedi come una festa di paese dove l'ubriaco che balla sei proprio tu. "Last March" apre a escursioni kraut mischiate con strani riti da santeria (passati in rassegna in "Voodoo") senza che il connubio si allontani troppo dai baffetti appuntiti di Mr. Devil. Come riescano a dare senso a tutto ciò, lo sanno solo loro.
Il consiglio è andare a vedere i There Will Be Blood dal vivo. Vi faranno partecipi del proprio fantastico e trascinante baccanale. E potreste essere incuriositi dagli strani aggeggi che si sono costruiti. Primo tra tutti il diddley bow. Andate a scoprire cos'è.



Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 5 febbraio 2014

New review | THE WHIRLINGS "Beyond the Eyelids"


Voto
01. Bhairab Pond
02. Calaca
03. Lagrange Points
04. Rosebud
05. Red Box
06. The Bagheeta
07. The Bees Are Dying

Self produced
2013
Website

THE WHIRLINGS - "Beyond the Eyelids"

Al di là delle palpebre troviamo quattro ragazzi in gamba. Andrea, Mattia, Diego e Giulio sono partiti da una città controversa come L'Aquila, per storia e fortuna, e sono arrivati nelle orecchie di appassionati heavy psych di tutto i mondo. La musica di The Whirlings riflette in pieno l'orizzonte della terra da cui provengono, un kò de mondo interiore più che una linea al di qua del mare. Un centro della terra per tanti versi. Con il secondo lavoro "Beyond the Eyelids" sono riusciti a mettere a fuoco maggiormente quello che nel precedente omonimo EP viveva di equilibri precari. L'accostamento di certo post rock evoluto e riff gonfi di seventies pathos ora non sono più solamente uno accanto all'altro ma si contaminano di reciproci caratteri. Anche all'interno di uno stesso pezzo. Anche nello sviluppo coerente dell'intero lavoro.
Iniziamo subito con qualche novità: la slide guitar assassina di "Calaca". Ansiogena e ammaliante come veleno. Si mette di traverso in un pattern di chitarre di natura perfettamente desert ad accaldare maggiormente l'idea motorik del pezzo. A ruota l'omaggio pinkfloydiano di "Lagrange Points" ammorbidisce con tocchi delicatissimi (tramortiti sul finale da un basso fetente) che introducono il seguito dolcissimo di "Rosebud". Qui succede qualcosa. Alcuni indizi ce lo avevano fatto presumere. Ora è evidente: i nostri stanno lavorando sui pieni e sui vuoti, sugli stop & go e sui contrasti. Fanno lo stesso campionato del Sig. Gian Spalluto (nome dietro al quale si cela il progetto Australasia, recensito qui in altri tempi) ma cambiano le sorti del gioco. Dove là regna un'idea ambient/post, qui c'è uno sviluppo hard/psichedelico. Ambedue progetti con un appeal fortemente cinematografico. Ambedue strumentali (tranne che per qualche episodio di Australasia).
Affascinante come le migliori espressioni della musica italiana underground di oggi passino attraverso l'assenza di lyrics. Come a voler dimostrare che se c'è voglia di esprimersi, la lingua può non essere propedeutica. Ce lo dimostra in pieno la conclusiva "The Bees Are Dying", sorta di introspezione al miele, per accoratezza e profondità, e riflessione sui possibili scenari che ci attendono. Tutto solo con l'aiuto della sola musica, of course.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PONTIAK "Innocence"


Voto
01. Innocence
02. Lack Lustre Rush
03. Ghosts
04. It's the Greatest
05. Noble Heads
06. Wildfires
07. Surrounded by Diamonds
08. Beings of the Rarest
09. Shining
10. Darkness is Coming
11. We've Got it Wrong

Thrill Jockey
2014
Website

PONTIAK - "Innocence"

Un urlo primordiale introduce il nuovo album dei fratelli Carney. Un urlo che ricorda l'iguana del primitivismo Stooges. Riff micidiale e voglia di trasgressione, come in "Lack Lustre Rush", sorta di rimasticamento del concept "TV Eye". Certi amori non muoiono mai. Così come la passione verso i Fab Four (soprattutto verso lo stile di Lennon) in "Wildfires" e "Darkness is Coming". Poco male. Se questi sono gli ingredienti della pozione "Innocence", è piacevole pagare il dazio al già sentito e ingollare d'un fiato il sesto lavoro dei Pontiak. Andrà giù che è una meraviglia.
Tra voglie campestri e pastorali di "Noble Heads" e riff intergalattici extracorporei della title track, assistiamo ad un rinnovamento del songwriting prossimo alle escursioni di Jason Simon dei Dead Meadow. Intimità e lirismo della chitarra acustica più chalet di montagna. Come se dopo aver scritto i più bei riff di heavy psych dell'ultimo decennio si senta la voglia di fermarsi davanti al fuoco, con un cannone in bocca e voglia di decompressione. La maturità dell'introspezione, potremmo ipotizzare. E quando il vissuto di una band si incrocia col vissuto famigliare di tre fratelli (a proposito, ma come ci riescono?) la sovrapposizione tra empatia, corrispondenze ed espressione artistica è perfetta.
Quando poi si ricordano di essere un power trio con ascendenze verso la psichedelia il caos sembra prendere forma coerente. La tripletta "Surrounded by Diamonds", "Beings of the Rarest", "Shining" (quest'ultima sembra avere proprio la luccicanza del piccolo Danny Torrance) sbanca in termini space/stoner/hypno. Viene aggiunto un tassello avantgarde di matrice Hawkwind che non va a contrastare i momenti rilassati del lavoro. Stranamente i punti più distanti e agli antipodi sembrano, nell'universo dei Pontiak, trovare legittimazione e spessore artistico. Lode a questi tre barbuti delle Blue Ridge Mountains!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DAVID LENCI & THE STARMAKERS "David Lenci & The Starmakers"


Voto
01. Refugee
02. Heartattack
03. Old Guys Never Die
04. Carlo
05. Beating Hearts
06. A Matter of Choise
07. Sailing to a Dream
08. The Faraway Son
09. The Circle Game
10. The Train Has Gone

Go Down Records
2013
Website

DAVID LENCI & THE STARMAKERS - "David Lenci & The Starmakers"

David Lenci. Quante volte abbiamo avuto modo di vedere questo nome seguire la dicitura Engineered, Recorded, Mixed, Mastered, Produced by nelle note di copertina di dischi importanti della scena italiana underground? A considerare la pletora di band che hanno soggiornato nel RedHouse Studio di Senigallia, Ancona, sede operativa del nostro che ha visto passare il genio del male Steve Albini, possiamo rispondere che questo è il nome attraverso cui sono passate (e passano ancora oggi) molti gruppi che vanno alla ricerca di un suono, di un carattere, di una cultura. Cultura che in molti paesi hanno definito post rock, ma non solo. Gang, Vortice Cremisi, Song:ohia, Bartok, Ray Daytona, Alix, Dot Allison e Dead Elephant sono artisti che nel ribollito "post" non sono coerentemente a loro agio e che hanno avuto, nelle mani di Mr. Lenci, la possibilità di avere un suono riconoscibile.
Dopo anni passati dietro la cabina di regia il nostro si è deciso a formare un gruppo, semplicemente David Lenci & The Starmakers, e di dare alle stampe un primo disco omonimo via Go Down Records, anno domini 2013. I quaranta minuti del lavoro sono introdotti da "Refugee" e "Heartattack" e si intuisce l'intento di riscoprire da subito un certo classicismo americano anni Novanta. La melodia e la bella scrittura sono predominanti alla maniera dei primi Screaming Trees e si paga qualche tributo allo stile di Mark Lanegan; emerge anche una vena dissonante simile agli Shellac post "At Action Park". Su questi umori predominanti seguono gli altri pezzi, andando a lambire malinconie elettriche ("Carlo", "A Matter of Choice"), punte grezze di diamante rock ("Beatine Hearts") e festeggiamenti ledzeppeliniani ("Sailing to a Dream", scelta come singolo apripista dell'intero lavoro).
Al termine dell'ascolto rimane l'impressione di un lavoro fatto con molta cura e dedizione insieme agli amici con i quali dividere più di una passione. Che sia al di qua o al di là del mixer David Lenci dimostra di possedere una naturale inclinazione a dare forma compiuta e dignità artistica a quella massa misteriosa che si aggira nell'aria chiamata musica.



Eugenio Di Giacomantonio