giovedì 24 aprile 2014

New Report | TUBE CULT FEST Pescara - Orange & Maze 18/04/2014




TUBE CULT FEST
Pescara - Orange & Maze - 18/04/2014


Giunto alla sua sesta edizione, il Tube Cult Fest - la rassegna heavy, psych, stoner doom dell'Adriatico – risulta essere un'esperienza riuscita sotto tutti i punti di vista. L'affetto, il legame, la bellezza di condividere due serate insieme sono gli elementi che pubblico e gruppi hanno fatto emergere. Sotto, un'organizzazione precisa ha lavorato perfettamente stabilendo una serie di relazioni tra band di ogni parte del mondo, agenzie e gestori di locali. Il risultato è stato assistere a dodici performance di artisti dalla sensibilità diversa che ha portato il pubblico ad espandere la propria visione sul concetto di rock nell'anno domini 2014.

Si parte con due novità assolute nella giornata di venerdì 18: i Sons of Revolution, che raccolgono gli stralci lasciati da Johnfish Sparkle più addizioni classic rock, e i Naga, nati dalle ceneri dei Kill the Easter Rabbit passati nella cappa fuligginosa del post black doom. Mezz'ora l'uno e le barriere mentali sono rotte. Benvenuti nella terra di nessuno. Il mondo è dietro di noi. Davanti lo spazio infinito evocato dai Manthra Dei, che fanno della cavalcata intergalattica la loro ragione di vita. Se in Italia ha ancora senso trovare figli e figliocci dei favolosi Seventies, a loro va riconosciuta una dinastia di ferro. Che ha padri proto NWOBHM e nonni di nome Hawkwind. Rispetto al passato prossimo il bilanciamento tra gli strumenti risulta meglio dosato e questi giovani guardano al futuro con in braccio un album omonimo per la Nasoni Records. Il mondo è vostro. Di lato sentiamo urla belluine. È David Makò, singer degli ungheresi Haw ed ex voce degli Stereochrist, i primi ospiti stranieri ad essersi esibiti. Vi ricordate Skinner? Lottatore wrestling delle Everglades che arrivava sul ring sputando liquami neri dalla bocca? Beh, il loro concetto di musica è molto vicino a quest'idea di spettacolo. Weedeater e Bongzilla sugli scudi e rimasticazione di American roots nel cuore. Tutto ha senso nella ferocia rappresentata dai nostri. Anche un banjo stonato per voce sola che introduce il finale dello show. Veri redneck europei. Se cercate genuinità e violenza procuratevi i loro dischi. Troverete anche carezze melodiche.
Cosa può essere "peggio"? E soprattutto, al "peggio" c'è mai fine? Secondo gli Zolle no. Se gli Haw sono campagnoli, gli Zolle sono la vanga. Quella che ci viene data sui denti appena ci troviamo al cospetto di questi due lord. Lan, provenienza aliena targata Morkobot, ha un debole per la chitarra e si sente. Il batterista si diverte a distruggere tutto e si vede. Quando ti ghigna in faccia la sua deviazione sai che una valanga di chiodi è pronta a trafiggerti le carni. Uno e Due. Desiderio e Vendetta. Come un altro duo, i Mombu, sono la rivelazione del fest. L'attimo in cui tutto deraglia ma incredibilmente rimane in piedi. Eccezzziunale! A riportarci in condizione di poter provare ancora qualche emozione ci sono gli Zippo con formazione a quattro senza doppia chitarra. Il processo è virato verso la sintesi. Diremo magnificamente. La base ritmica risulta più affilata e la voce di Dave sfiora il filo della lama delicatamente. Sergente è concentratissimo. Ha in mano il riff che consegna puntuale a Stonino. Emergono visioni che contaminano Sleep e Jesus Lizard in maniera del tutto naturale. Tutti i pezzi dei tre album subiscono una disidratazione salutare. Le vene melodiche si esaltano e i conflitti tra cuore e cervello tacciono. A pensare ad un percorso evolutivo che consideri in egual modo hard, metal, stoner e doom, la strada non poteva essere migliore. Less is more e la prova ce l'abbiamo davanti. Buonanotte a tutti.

Ancora non si spegne il fischio nelle orecchie che siamo a sabato 19 e già ci ritroviamo al Maze per farci massaggiare dagli aquilani The Whirlings. A differenza dei Manthra Dei, strumentali come loro, i nostri sanno cosa vuol dire farsi un bagno nel miele. La dolcezza, le sospensioni, il tocco magico sono termini del loro vocabolario. Qualche concessione di troppo ad un elegante post rock imbolsisce una platea che dal fest vuole viuuulenza, ma chi ha pazienza e pace interiore trova cibo per il proprio palato fine. "Beyond the Eyelids" è il loro ultimo album e lo stanno promuovendo egregiamente. Suonano come in studio e questo è sinonimo di passione e accuratezza. Appresso i Caronte vincono ma non convinco. O forse il contrario. Ciò che nei loro album brilla di riflessi Goatsnake, dal vivo si appanna di Electrci Wizard. Che non è poco, direte voi. Ma i ragazzi sanno colpire meglio e più a fondo con le armi che hanno in mano. Non è un'occasione mancata. Tuttavia, forse a causa della voce provata di Dorian Bones, il drappo nero non ci ammanta. E questo da una band super doom non è poco.
Come imparai ad amare i giocattoli per poi distruggerli, ovvero i Mombu. Il duo romano è degno di un film di Fellini tanta è la romanità che trasporta il loro corpo taurino. Solidi come colonne d'ercole. Matti come cavalli pazzi. Partono da un coriandolo, un suono di sax amplificato. Da lì non fanno nessun passo avanti. Come scienziati osservano il fenomeno musica davanti a loro e lo sezionano. Poi l'onda dell'incastro. Si procede a piccoli passi. Un riff viene mandato in ridondanza. Ci si incastra letteralmente. Prima un'unghia, poi un dito, poi una mano. Infine si arriva a stare come dentro ai denti di un pettine. Che succede? Si scardina tutto e si ha quello strano fenomeno della trascendenza. Nel vero senso della parola. Complici i ritmi tribali/africani/primitivi di Antonio Zitarrelli, si ha la sensazione di far parte di un trattato antropologico sulla nascita del suono attraverso il colpire qualcosa volontariamente. I Mombu hanno di fianco mostri come John Coltrane e John Zorn. Ma anche amici di bevute come Black Sabbath e Morphine. E discepoli svogliati come Al Doum and the Faryds. La mitologia è completa. Riprendersi da tanta ciccia al fuoco fa colpevolmente perdere di vista gli australiani Whitehorse, sludge doom da Melbourne che gli astanti dicono aver fatto sanguinare le orecchie. Cosa che non fanno i Glitter Wizard, gli esseri più brutti e improponibili per mettere su una band. Ma che band! Ossessivi, scapigliati e scalmanati, fanno partire il pogo tanto atteso da due giorni. E il tastierista si offende perché la tastiera va giù. Ti capisco, uomo. Ma il rock è anche coinvolgimento e accerchiamento. E i ragazzi italiani sono caldi, si sa. Tanto caldi che non si risparmiano sui pezzi di questo gruppo che mischia evanescenze Witchcraft (e quindi Pentagram) con un'idea di rock glitterato. Non gluma, proprio glitterato. Come le unghie dei New York Dolls e le labbra di Marc Bolan. Un mix di epico, melodico e duro. Hanno un immaginario di piramidi e unicorni e copertine in cui sono vestiti da uomini delle caverne, ma funzionano alla grande. Gli americani hanno questo appeal che fa innamorare gli europei incondizionatamente. Noi per primi.
La lunga carovana volge all'arrivo. I Samsara Blues Experiment hanno il compito di chiudere due giorni in cui la realtà ci è apparsa in technicolor e lo fanno con le sempreverdi strutture blues. Certo, iperamplificato. Certo, aggiornato. Ma altrettanto certo che si tratta di puro e semplice blues bianco, come quello che rivoltò la testa dei giovani Eric Clapton, Keith Richards e Rory Gallagher nei mid Sixties. E proprio in questi anni sembrano traghettarci i nostri, tanta è la riuscita commistione di psichedelia e hard rock. La battuta lenta è più una scelta di buon gusto che un fine vero e proprio e questo permette di rallentare il battito cardiaco e farci ammantare da una vena acid rock che soprattutto lo stile di Chris sembra affermare. I pezzi si svolgono in un continnum senza interruzioni simile ad una struttura mantrica di meditazione trascendentale. Il loro ultimo album "Waiting for the Flood" per molti versi è un concept sulla vita e sulla sua finalità e la stessa percezione abbiamo al cospetto della band che sta suonando stasera. Sono dei ricercatori nella terra dell'Eldorado, a caccia dello scopo stesso di questa missione. E noi con loro. Fuori facce contente e sorrisi luminosi. Le band sono pronte per ripartire ma non risparmiano commenti gioiosi e abbracci fraterni. D'altra parte la musica heavy psych è anche questo: ritrovarsi su un terreno comune e condividerlo. Al prossimo anno. Con la pinta piena e i sensi aperti. Tube Cult Fest. Peace.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | MINDWARP "Mindwarp"


Voto
01. Haarko - Haari
02. Adrenochrome
03. Excuse Me, I Have to Go to Space Now
04. Iramocram

Acid Cosmonaut Records
2014
Website

MINDWARP - "Mindwarp"

Uno flusso candido di basso, batteria e leggeri accordi di chitarra introducono l'omonimo EP dei Mindwarp, band brindisina che colleziona un 4 pezzi straordinario in combutta con Acid Cosmonaut Records, vero faro dell'heavy psych nostrano. La band nasce con l'idea di lasciarsi andare al flusso sonoro del momento, nell'improvvisazione costante, ognuno concentrato sul proprio strumento e con le orecchie tese verso il mood dei compagni, facendo saltare il concetto di canzone a favore di una struttura allargata. L'estetica è quella dei viaggi cosmico-interstellari à la 35007, ma ciò sembra essere il punto di partenza e non quello d'arrivo. Si ha questa percezione verso la fine di "Haarko - Haari", dove qualche reminiscenza Tool traghetta il brano verso un finale inaspettato funky smaccatamente Settanta. Come il riff di chitarra rubato a chissà chi (!) di "Adrenochrome" riporta a combinazioni saltate e a prevedibilità disattese, così il blues jammato del finale, con tanto di ficcanti guitar solos, risalta per curiosità e bellezza.
Mentre la cosa prettamente anni Novanta risulta essere "Excuse Me, I Have to Go to Space Now", pezzo faro dei Mindwarp, immagine statica e dinamica allo stesso tempo, che rimanda a certo crossover sapientemente miscelato con liquidità stoner. "Iramocram" è determinante nel citare il rifframa di Adam Jones senza appoggiarsi a questo status per mero plagio. Anzi. Nell'intero lavoro la citazione viene usata per identificare uno stato espressivo e farlo proprio con operazioni di contaminazione e arricchimento, anziché come pretesto per mascherare una mancanza di idee. E i nostri ne hanno tante da mettere in pentola. Tanto che alla fine di questa mezz'oretta strumentale si ha la sensazione di aver trovato un nuovo pianeta oltre la linea di confine del nostro orizzonte.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ELEVATORS TO THE GRATEFUL SKY "Cloud Eye"


Voto
01. Ridernaut
02. Sonic Bloom
03. Red Mud
04. Turn in My Head
05. Mirador
06. Handful of Sand
07. Upside
08. Sirocco
09. The Moon Digger
10. Xandergroove
11. Cloud Eye
12. Stone Wall

Transubstans Records
2013
Website

ELEVATORS TO THE GRATEFUL SKY - "Cloud Eye"

La bellezza di un disco come "Cloud Eye" dei palermitani Elevators to the Grateful Sky va cercata nei dettagli. L'armonica che fende il riff mortale di "Ridernaut", i tromboni sgonfiati di "Red Mud" e lo stacco reggae/dub della title track, sono la prova evidente che ai nostri piace lavorare sulla materia fine. Dopo l'omonimo EP d'esordio del 2012, la svedese Transubstans Records (nel rooster pezzi da novanta come Siena Root e Burning Saviours) offre al gruppo la possibilità di far uscire il primo album sotto la propria ala protettiva. Il risultato è ciò che la band andava cercando: una visibilità oltre i confini del Belpaese e una distribuzione mondiale. Al netto dell'ascolto dell'album si può tranquillamente affermare che gli Elevators giocano la stessa partita di Dozer, Lowrider, 7Zuma7, i fantastici Thumlock (chi se li ricorda?), fermandosi un pochino prima che il post Kyuss diventasse altro, come hanno dimostrato Colur Haze e Los Natas.
In "Turn in My Eyes" c'è l'urgenza degli Slo Burn quando psicanalizzavano la propria identità con botte da tre minuti al posto di space caravan da cervelli fatti. E lo stesso si può dire di un pezzo come "Upside Up": vero pugno tra i denti che lascia agonizzanti. Ma la Sicilia è anche sabbia e dune, e proprio il suo paesaggio sembrano evocare le sensuali "Mirador" e "Stone Wall". I quattro suonano con un piglio circolare e compatto; c'è un'intesa immediata ed emerge chiaro lo stile del bravo Giorgio, il chitarrista, che distribuisce equamente il suo talento tra la ricerca di riff originali ("Turn in My Head" paga un po' troppo il pegno ai QOTSA, come "Sirocco" lo paga al Bjork solista, attenzione!) e assolo puntuali e mai ridondanti. Tutto questo al fine di divertirsi, sia chiaro. Come indicano loro stessi: "It's only a storm in a teacup. Ride your way, look at the sun and fun with Elevators to the Grateful Sky!".



Eugenio Di Giacomantonio

New review | ANTONELLO RECANATINI "Abruzzo Invented Punk"


Voto
01. Intro
02. AIP
03. Old Synthax
04. Broadway 39
05. Space Lovers
06. Old Buddy
07. Miriam
08. Gloomy Steam
09. Glinting
10. Life Keeps on Calling Me from Space
11. Geodesia
12. The Fall of the Central Galaxy

Nova Feedback Records
2014
Website

ANTONELLO RECANATINI - "Abruzzo Invented Punk"

"Magari!", verrebbe da rispondere d'acchito. Da abruzzese di 100 generazioni sarei perennemente con un sorriso stampato in faccia a pensare ai Ramones da Civitella del Tronto, i Sex Pistols da Ceppagatti, i Clash da Pianella e i Damned da Lanciano. In realtà, andando a guardare sotto il velo della provocazione e ipotizzando il punk più come cultura e attitudine che come genere strettamente musicale, l'affermazione risulta più verace di quello che ognuno può pensare. Ogni abruzzese è punk sotto questo punto di vista, per mille diverse ragioni, e non è poi tanto un paradosso, anzi.
"Abruzzo Invented Punk" è un manifesto nato nella mente del nostro Antonello Recanatini che misura perfettamente l'approccio dei ragazzi di questa regione (al netto della provincia teramana) alla materia chiamata musica, riuscendo a raccogliere menti e poetiche di gente come Digos Goat, Starlugs, Wide Hips 69, Delawater, Amelie Tritesse, Tre Tigri Contro, Singing Dogs ed altri ancora, in una maniera del tutto coerente al logaritmo punk.

Partiamo dalla materia. Il CD si presenta in una veste molto curata, con un gioco di coperture che portano a scoprire l'oggetto del desiderio pian piano. La neonata Novafeedback Records, moniker dietro al quale si manifesta il progetto editoriale di Danilo 'Felix' Di Feliciantonio, tiene a farci presente che ama fare le cose con cura e che la manualità è alla base dei processi produttivi. Bene. Inserito il disco, il quarto a nome proprio, Antonello si introduce strumentalmente, con accordi dolcissimi. È una presentazione di uno spaccato intimo e riservato alla compagnia di alcuni compagni di viaggio, amici di una vita, affini in una ricerca, in musica, spirituale. Anche l'ambiente di registrazione non è uno studio, bensì un luogo di incontri culturali, il Chaikhana. E qui, dopo concerti, presentazioni, bevute e chiacchiere si incontrano sei ragazzi ed una ragazza e fanno la loro cosa, in punta di piedi. Anche quando il ritmo accelera e il motore si scalda (la title track, "Broadway 39", "Glinting") si ha la sensazione di ascoltare musicisti in punta di fioretto. Le incursioni di tromba nel trittico "Abruzzo Invented Punk", "Old Synthax" e "Broadway 39" aprono a contaminazioni jazz riuscite. Così come la chitarra elettrica arricchisce, con arpeggi circolari a tenuta stagna, di significati espressivi il climax delle composizioni.
Altre volte brevi stralci di synth e rumori d'ambiente evidenziano il lato provvisorio della musica, disturbandola con accidenti naturali. E, sopra a tutto, una scrittura elegante e raffinata di versi mai banali con una propensione verso lo stile beat generation curiosamente contaminato con la fantascienza di Philip K. Dick ed Isaak Asimov, soprattutto nei titoli. A spiegazione di ciò Antonello ci viene incontro: «Io e quelli della mia età abbiamo avuto il "culo" di essere nati in quel particolare periodo storico (fine anni Sessanta, nda), con una TV che trasmetteva programmi bellissimi, serie sci-fi ("A come Andromeda", "Gamma", "I sopravvissuti"): il televisore in sé era qualcosa di futuristico e magico, analogico, come lo definiamo ora, che impiegava tantissimo tempo ad accendersi, e da un puntino denso come un buco nero appariva la bellezza. Non è abbastanza science fiction?».
Sci-fi, folk, beat e punk. Abruzzo Invented Punk.



Eugenio Di Giacomantonio