venerdì 23 maggio 2014

New Review | FUNGUS "The Face of Evil"


Voto
01. The Face of Evil
02. Gentle Season
03. The Great Deceit
04. Rain
05. The Key of the Garden
06. Share Your Suicide Part III
07. Angel With No Pain
08. Better Than Jesus
09. Requiem
10. The Sun
11. BKK

BloodRock Records
2013
Website

FUNGUS - "The Face of Evil"

Musica atavica e sognante. Un cammino di ricerca dentro se stessi a cercare il significato delle cose più profonde. Il rapporto dato dalle giornate buie dell'esistenza per realizzare il proprio destino. Questa è la faccia del male, l'ombra della luce, nei dominii della preesistenza. Al terzo album i liguri Fungus si presentano con un lavoro che cerca di intraprendere il viaggio verso la mappa emotiva del'uomo del nostro tempo: "…una creatura meravigliosa che si è fermata a guardare una vetrina, ma che si sta rendendo conto che ha un appuntamento con se stesso" (dall'intervista esclusiva che potete leggere qui: http://athosenrile.blogspot.it/2013/09/fungus-face-of-evil.html). Il grado emozionale è altissimo e il coinvolgimento in queste trame oscure, eppur pacifiche, è dato soprattutto dalla bravura di Dorian, il cantante, che nella title track e in "The Great Deceit" impugna la materia heavy per ampliare il senso di profondità uditivo. E ci riesce benissimo. La band al seguito, bravissima, è attenta a ricamare arabeschi Canterbury nel pathos temporale floydiano. La distorsione, ad esempio, è dosata con tale parsimonia che intuiamo un atteggiamento di ricerca soprattutto nelle sospensioni piuttosto che premere sull'acceleratore.

Il dialogo esistente tra tastiere, chitarra e trame melodiche è costruito su equilibri dinamici e i ragazzi hanno assorbito talmente bene la materia rock che le contaminazioni tra hard, prog, folk e psych risultano prive di confini materici. "The Key of the Garden" è esemplare nel tramutare in oro hard seventies la paglia folk. La successiva "Share Your Suicide Part III" è quasi sigla da Twilght Zone (o meglio Ispettore Derrick, per quel theremin che riporta subito alla mente l'ignoto malato), mentre "Requiem" si abbevera dalla stessa fonte dei Witchcraft seppur con soddisfazione diversa. "The Sun", a sorpresa, non è epilogo a battito cardiaco lento, bensì nuovo inizio, una fenice in festa hammond e flauto che dopo un intro da ballad esplode nei colori del giardino dell'Eden. Mirabili, puntuali e precisi. Da sempre Black Widow è sinonimo di garazia. Blood Rock segue a ruota. Se aggiungiamo una vena DIY che scorre nelle nostre band in fase di registrazione, produzione e immagine coordinata, fra 30 anni si dovrà parlare per forza delle rock band italiane di questo periodo come noi parliamo oggi di PFM, Banco, Osanna, Orme, Rovescio della Medaglia e via di seguito. Di questo ne siamo sicuri.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE DALLAZ "Dirt Dealer"


Voto
01. Eye of the Wolf
02. Travellin' Blend
03. FurGone
04. Octopussy
05. Ridin' in My Mind
06. II – 29
07. Bringing Back the Dead
08. Demon Knight
09. I Do Nothing
10. I Want Speed
11. Losers

Self produced
2014
Website

THE DALLAZ - "Dirt Dealer"

Dopo la bella prova al Perkele Fest Vol.II al Sidro Club di Svignano sul Rubicone i The Dallaz tornano in scena con "Dirt Dealer", un concentrato di riff assassini e grandi melodie. A partire dalla copertina in stile american comics del grande Kabuto, i nostri hanno dedicato grande impegno alla realizzazione del progetto e questo risulta chiaro in ogni sfumatura: registrazione live in studio per preservare il feelin' good, produzione compatta e soprattutto una scrittura compositiva che abbraccia quella che comodamente è stata definita First Wave of Italian Stoner Rock. I riferimenti alle band americane ci sono e non sono celati anche se il tutto viene masticato e risputato da perfetti spacciatori di roba buona!
Qualche vecchia conoscenza del primo EP "Ozium Idol" rispunta fuori con una veste nuova, come la fumanchana "FurGone", strepitosa nel titolo e nello sbatterti in faccia tre minuti e mezzo di sintesi hard Seventies, e la conclusiva "Losers", post blues alla Roachpowder con tanto di chorus da corna al cielo. Nel mezzo troviamo riuscite evaporazioni del verbo Daredevil con "I Do Nothig", "Octopussy" e "Ridin' in My Mind" e ruspanti anthem carne e patate come "I Want Speed", "Eye of the Wolf" e "Bringing Back the Dead", dove risulta meglio allestita la nuova line-up della band e l'alternanza di voci tra un pezzo e l'altro funziona alla grande. Non solo. Ad accompagnare i nostri ci sono ospiti graditi e featuring speciali, come l'armonica più slide guitar nella southern cult "Travellin' Blend" e i samples vocali presi da film Sixties che danno uno bella patina di polvere al tutto.
Di fronte a lavori di questo calibro viene da chiedersi perché una band come i Dallaz non sia nel rooster di etichette come Small Stone, Tee Pee o Meteorcity, gente che ha speso più di una decade a pubblicare un suono heavy american roots con band come Atomic Bitchwax, Nebula, Karma to Burn e Unida. Ma noi, dalla bassa, ce ne fottiamo e facciamo nostro il motto di Mr. Frazzy: "Più rinfrescante del Tea Lipton, più indurente di una confezione famiglia di Viagra… The Dallaz!!". Uh yeah!



Eugenio Di Giacomantonio