lunedì 18 agosto 2014

New Review | DUNST "Archimedes Waffen"


Voto
01. Kincha King
02. Archimedes Waffen
03. We Can Try to Play Like or We Can Try
04. Dhimahi Prachodayat
05. Hammerhigh
06. Agathe & Saturnia

Electric Magic Records
2013
Website

DUNST - "Archimedes Waffen"

Se vi siete sentiti mancare alla notizia dello scioglimento dei Los Natas, i Dunst sono qui per colmare il vuoto interiore. Nel 2011 quattro ragazzacci tedeschi si dirigono al Big Snuff Studio di Berlino, con l'intento preciso di sghiacciare il clima nord-europeo con fiammeggianti iniezioni latin desert. Tre anni dopo il buon Chris della Electric Magic decide che il mondo deve sapere di loro e pubblica questo sei tracce strumentali donandoci, ancora una volta, il più genuino verbo heavy psych.
Sin dall'iniziale "Kincha King" si scopre che ai nostri piace lavorare sulla lunga distanza. Prendono i loro tempi. Scrivono senza rincorrersi, placidamente, aspettando che la musica stessa crei la trama dove dipanarsi. E in questo guardano da vicino ai lavori dei 35007 e ci si riconoscono. In più c'è quel tocco degli strumenti a corde che ricorda sia l'approssimazione che il calore di Sergio Chotsourian, Walter Broide e Gonzalo Villagra. Un miracolo come a migliaia di chilometri alcuni ragazzi, di età e cultura diverse, vibrino per le stesse emozioni. Potere della musica.
C'è anche una voglia di sperimentare con i suoni mantrici del medio oriente (nel bel mezzo di "Dhimahi Prachodayat") e non si retrocede quando bisogna tirare giù i muri con gli ampli ("Hammerhigh"). Ma in generale i toni sono quelli della ricerca, del sondare gli orizzonti perduti che non trovano mai. Un pugno di band, tra le quali molte con radici nel nostro Belpaese, stanno tentando la via psichedelica scegliendo la strada strumentale. Giù il cappello per il coraggio, la fantasia e la personalità che stanno dimostrando.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | TRANS AM "Volume X"


Voto
01. Anthropocene
02. Reevaluations
03. Night Shift
04. K Street
05. Backlash
06. Ice Fortress
07. Failure
08. I'll Never
09. Megastorm
10. Insufficiently Breathless

Thrill Jockey
2014
Website

TRANS AM - "Volume X"

I Trans Am sono un gruppo sospeso. Tra aggressività e dolcezze. Tra sussurra e grida. Tra avantgarde synth e chitarroni letali. Un gruppo libero lo sono sempre stato, ma quando il finale di "Reevalutations" ti traghetta in spazialità prog alla PFM di "Night Shift" pensi che la canzone dopo potrebbe essere hip hop. O un tango. O black metal. Oddio, "Blacklash" è proprio metal, con tanto di twin guitar in assolo. Fanno della perdita di riferimenti, il loro riferimento. E se i Daft Punk ci hanno martellato gli zebedei con i vocoder, vedete che fine gli fanno fare i nostri in "K Street" e "I'll Never". Roba da far impallidire Giorgio Moroder stesso. Stessa sorte tocca ai synth analogici che non sono proprio come le campane tubolari di Mike Oldfield, ma sono zozzi, sanguigni, sempre sporcate da un accidente casuale.

Ma tra tante casualità "Volume X" è un disco che suona puro. Compatto. Si sporca con scelte estetiche di pessimo gusto ma la musica serve per divertire, o no? Presumibilmente anche chi la fa e non solo chi la ascolta. Qui l'ago della bilancia è spostato verso di loro. A voi la scelta e per il momento, mentre decidiamo se ci stanno prendendo per il culo o meno, rilassiamoci nella conclusiva, strumentale e pinkfloydiana "Insufficiently Breathless" (parodia del titolo del secondo disco dei favolosi Captain Beyond, cult band hard psych dei Settanta), a dimostrazione che c'è un cuore roots in ogni testa stravagante.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE LONE CROWS "Dark Clouds"


Voto
01. Next Thing I Know
02. Anger
03. Out of Time
04. Dark Clouds
05. Speechless
06. The Dragon
07. Lonesome Road
08. Midnight Show
09. On That Day

World In Sound
2014
Website

THE LONE CROWS - "Dark Clouds"

Le nuvole nere evocate dal titolo del secondo album dei The Lone Crows sono fuorvianti. Qui splende il sole. Un sole southern classic rock. O forse il titolo si riferisce alla musica nera, soul & funk, che spesso viene a sporcare il cielo hard dipinto soprattutto dalla limpida chitarra di Julian Manzara. Prendiamo "Anger": se vi dicessero che è un outtakes di Santana del periodo "Abraxas" ci credereste. E "Out of Time" è squisito Steppenwolf sound portato nel Rio Grande a bagnarsi tra quei barbuti degli ZZ Top. Non è puro citazionismo. I quattro di Minneapolis hanno fatto un semplice ragionamento: "Se dobbiamo fare rock, facciamolo al meglio". E da quarant'anni a questa parte riconosciamo le perle che questa musica ha generato. Indiscutibilmente.
I Lone Crows vogliono continuare la tradizione. Scrivere belle canzoni che facciano da colonna sonora a ragazze che si spogliano ("On That Day"), per dondolarsi sopra un'amaca con le budella piene di tacos e cerveza ("Dark Clouds"), per premere il pedale dell'acceleratore come se non ci fosse un domani ("Next Thing I Know"). Seguono la scia di entità moderne come The Muggs, bravissimi ed esemplari nel preservare la tradizione arricchendola, e Natural Child che prendono le infatuazioni rollistoniane del blues e ne fanno cosa propria. Nel triangolo il vertice più cool & dirty lo riempiono proprio i Lone Crows con i ritmi più densi, più lenti, più legati ad Isaac Hayes che una band rock possa mutuare. Nell'estate che verrà non mancate di farvi un paio di cannoni con questo disco. Le nuvole nere se ne andranno.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ANUSEYE "Essay On a Drunken Cloud"


Voto
01. Thirst for a Fix
02. JR
03. Earthquake
04. Demon Pulse
05. Sue Ellen
06. Push Magic Button
07. Cursed Pills
08. S.S. Abyss
09. Wrong Blues

Vincebus Eruptum
2014
Website

ANUSEYE - "Essay On a Drunken Cloud"

Ubi maior minor cessat. Quando escono dischi come "Essay On a Drunken Cloud" il mondo, almeno il mio mondo, magicamente si ferma per ammirare tanta bellezza. Non è una questione puramente musicale. È un'appartenenza, un segno del destino, una visone. Tre quarti d'ora che riconsegnano la gioia di vivere nell'accezione più pura e disincantata possibile. Con un nome che lega basso e alto, sacro e profano, occhio e culo, gli Anuseye consegnano, via Vincebus Eruptum, un album sornione e amabile. Un giro di giostra sul guitar rock (strumento consegnato nelle mani di mr. Claudio Colaianni, santo subito!) di quattro decenni: non solo quindi Seventies o Sixteen, ma anche e soprattutto primi Novanta, sotto il sole latteo di Seattle. Come il bel riff di "Thirst for a Fix" (vecchia conoscenza per i più attenti) che rivuole i Soundgarden di "Badmotorfinger" qui e adesso.

La band è ormai un power trio definitivo di puro flowered rock che ha affinato i propri mezzi espressivi nella direzione della sintesi. Micidiale in questo senso sono "JR" e "Demon Pulse" che in tre minuti tre ti sbattono in faccia cavalcate da aspiratori di bong professionisti, mescolando dune Fatso Jetson a panorami del Tavoliere delle Puglie. Eccellente. E l'effetto dell'inalazioni si fa sentire nelle vene attraverso gli umori dolci di "Earthquake" e "Sue Ellen" (viene il dubbio che i nostri si siano sparati l'intera serie di Dallas tra una pausa e l'altra in sala di registrazione), ballate sfatte dove il tempo rallenta e il sorriso in faccia diventa smaliziato. C'è anche lo spazio per lo scanzonato divertissment di "Push Magic Button", strumentale e selvaggia, per fare l'omaggio al germoglio di tutta la musica rock, il blues, nel finale di "Wrong Blues" e per ricordare chi eravamo con "S.S. Abyss", che tra le composizioni è quella che richiama maggiormente lo stile dei That's All Folks!

C'è chi è in cerca della scena heavy psych italiana a tutti i costi. C'è chi smarca le etichette ed abbraccia genuinamente il proprio strumento per scrivere grandi album. Esistono grandi band che amiamo e che fanno dono all'umanità del proprio talento. Gli Anuseye sono qui per questo.



Eugenio Di Giacomantonio