mercoledì 26 novembre 2014

New Review | YAWNING SONS "Ceremony to the Sunset"


Voto
01. Ghostship - Deadwater
02. Tomahawk Watercress
03. Wetlands
04. Whales in Tar
05. Meadows
06. Garden Sessions III
07. Japanese Garden

Alone Records
2014
Website

YAWNING SONS - "Ceremony to the Sunset"

Gary Arce va amato incondizionatamente. Musicista genuino e appassionato, ha costruito la rete del desert sound da quasi trent'anni a questa parte. Se la sua creatura primigenia la conoscono tutti, i favolosi Yawning Man, non bisogna dimenticare la prolifica produzione laterale. A cominciare dai Dark Tooth Encounter in cui fa tutto lui, tranne che suonare la batteria. O i seminali Perfect Rat, che insieme ai Sort of Quartet risalgono al secolo scorso, quando il nostro cominciava a mettere i primi peli di barba. E numerose sono le collaborazioni a cui si dedica, come nel disco omonimo di Hotel Wrecking City Traders o le comparsate nel super gruppo Ten East, dove ritroviamo i suoi degni compari Mario Lalli e Bill Stinton. Per farla breve, Gary è un grande musicista senza arie da rock star a cui il mondo psichedelico americano deve molto. La sua più grande dote è avere uno stile unico, personalissimo. E non è un mistero che le sue produzioni siano tutte strumentali, o quasi. Come se volesse manifestare il fatto che la sua chitarra è talmente protagonista da viaggiare da sola. Anche se sussurrata. Anche se appena pizzicata.

Tutte caratteristiche che ritroviamo in "Ceremony to the Sunset" a nome Yawning Sons, edito nel 2009 e ristampato recentemente dai ragazzi della Alone Records, Spagna. Sin dal nome scelto, questa è la creatura più vicina agli Yawning Man, anche se qui il suono si fa leggermente più sognante, evocativo. L'idea è quella di rappresentare immagini oniriche che si aprono lentamente alla luce del sole, come nel dormiveglia, in cui lo stato di coscienza è labile eppure presente. E, sorpresa, ci sono tre pezzi cantati: l'introduttiva "Ghostship - Deadwater" con Wendy Rae Fowler, "Meadows" con il fedele Mario Lalli e "Garden Session III" con il mitico Scott Reeder. Ma come già detto il concept lo costruisce tutto la chitarra di Gary che tratteggia in punta di piedi le melodie. Il risultato finale è un altro splendido album di rock mutante, articolato nelle corde della musica del deserto ed aggregato organicamente nella visione della musica che il nostro sta costruendo da anni. Un brindisi a te fratello Gary.



Eugenio Di Giacomantonio

New review | WHITE HILLS "Glitter Glamour Atrocity"


Voto
01. Air Waves
02. Under Skin or by Name
03. Spirit of Exile
04. Distance
05. Somewhere Along the Way
06. Long Serve Remember
07. Passage
08. Glitter Glamour Atrocity

Thrill Jockey
2014
Website

WHITE HILLS - "Glitter Glamour Atrocity"

Riscoprire e riascoltare dopo 7 anni l'esordio dei White Hills lascia piacevolmente sbalorditi. Una navicella aliena ha invaso la terra con i suoi ritmi lenti, lo sciame di fuzz e il carburante atomico del basso. Una miscela che gli uni avvicinavano agli Hawkwind, ma gli altri, più attenti, evidenziavano robuste architetture "arty" che avrebbero donato una personalità (e una pericolosità) al combo di Brooklyn in maniera immutabile. Dopo una serie massiccia di uscite e altrettante collaborazioni sparse con i freak più disparati (The Heads, GNOD e Farflung tra gli altri) questo primo vagito suona ancora fresco. Conferma che i nostri hanno avuto, hanno e avranno una visione di come debba suonare la propria musica.

Una visione che assomiglia ad una vocazione/missione. Qui dentro c'è una mano lasciva che punta verso la Wave meno derivativa ("Spirit of Exile"), le sordide bordate heavy psych ("Under Skin or by Name", la title track), i passaggi atmosferici intrisi di astrattismo synth ("Distance", "Passage") e anche una rilassata "Somewhere Along the Way" per chitarra acustica e voglia di mollare i nervi. Guarda caso anche l'ultimissimo "So You Are... So You'll Be" suona come questo. Il ciclo continua. Over and over and over and over and over...



Eugenio Di Giacomantonio

New review | BONE MAN "Plastic Wasteland"


Voto
01. Plastic Wasteland
02. Wayfaring
03. Old Brew
04. Dry Habit
05. Graveyards
06. Flash Land
07. Undergrowth

Pink Tank Records
2014
Website

BONE MAN - "Plastic Wasteland"

Il nuovo album dei Bone Man è uno di quei dischi che non fanno prigionieri. Marian, Ötzi e Arne hanno fatto le cose per bene. Si sono lasciati alle spalle le influenze più dirette e sono andati avanti con le loro gambe. Il wall of sound che si ascolta mettendo la puntina sopra ai solchi del vinile è qualcosa di impressionante. Puro heavy psych con addizioni Seattle e voce romantica e ispirata. Proprio Marian, il cantante e chitarrista, sembra essere il punto focale. È lui che ha plasmato le canzoni con le espressioni più personali e direttamente collegate al suo mondo.
Più di una volta si rimane incantati a seguirlo nei ricami che tratteggia sopra il pandemonio del basso e batteria ("Plastic Wasteland"). Altre volte è la sua chitarra a tratteggiare arabeschi delicati, come in "Old Brew", pezzo che, per pathos e coinvolgimento, ricorda le cose migliori dei primi System of a Down. Ma non tutto è in punta di fioretto: "Dry Habit" è un cortocircuito fantastico, pezzo tankard che mira a distruggere i neuroni dell'ascoltatore, come "Flashback" che brutalizza il concetto di stop & go.
Alla fine dell'ascolto rimane una sensazione speciale. Un qualcosa è germogliato e splende nella sua bellezza. Anche a scapito del paesaggio metropolitano postapocalittico e distrutto che si contempla nella copertina. Ecco, la chiave di lettura è proprio nel contrasto che si ha quando due opposti si trovano vicini. I Bone Man lavorano proprio su questo concetto.



Eugenio Di Giacomantonio