giovedì 29 ottobre 2015

New Review | FATSO JETSON / FARFLUNG "Split"



Voto
01. Fatso Jetson - Taking Off Her Head
02. Fatso Jetson - Flesh Trap Blues
03. Farflung - Jettisoned in the Rushes... Phase One
04. Farflung - Igneous Spire

Heavy Psych Sounds Records
2015
Website

FATSO JETSON / FARFLUNG - "Split"

È l'umiltà la qualità migliore dell'individuo. Con umiltà Mario Lalli ha costruito una carriera lunga circa trent'anni. Dagli Across the River fino a Fatso Jetson e Yawning Man, il buon Mario ha prestato il suo talento in maniera silenziosa, costruendo, di fatto, le fondamenta del desert sound. Poi qualcuno ne ha goduto e ci si è arricchito. Non Mario e compagni. Loro continuano a scrivere belle canzoni e a lavorare nel ristorante di famiglia, inaugurato nel 1952. Del resto, di tutto il resto, non gliene può fregare di meno. È ora di tornare in pista con i Fatso con un album nuovo? Bene, ci si chiude in sala e si sfornano 10 pezzi uno più bello dell'altro ("Archaic Volumes", 2010). Moltissime band da tutte le parti del mondo ci invitano per uno split? No problem. Non ci si dà arie da padre fondatori e si dividono i solchi con ammiratori e fratelli di sangue (Fireball Ministry, Herba Mate, Oak's Mary, Yawning Man).

Ultimo in ordine di tempo è questo split con altri born loser eccellenti come i Farflung, band seminale nel dare senso alle parole space rock americano. Due pezzi per band, un lato per ognuno ed il gioco è fatto. "Taking Off Her Head" è di una bellezza incantevole. Un riff à la Brant Bjork (dobbiamo ammetterlo: anche fuori dalle pelli il buon Brant ha il suo stile unico) introduce un pezzo che gronda Desert Sessions e incroci di chitarre micidiali. Mario si mostra incantatore. Sia con la chitarra, sia con la sua voce, che nei ritornelli raggiungono uno spleen che appartiene solo ai Fatso. L'altra gemma, "Flesh Trap Blues", ha un titolo ingannatorio perché col blues ha davvero poco a che fare. Sempre la chitarra è il sound generator. Qui assume fraseggi dark/occult/prog velenosi. Se vi dicessero che è un'outtake dei Sir Lord Baltimore del 1971 ci credereste. Anche se poi, alla fine, tutto brilla nella luce emanata dai Lalli's Brothers, come nel delirio finale.

I Farflung percorrono i loro solchi nella maniera più congeniale: prendi gli Hawkwind e fottili dentro una camera iperbarica kraut. Stavolta la copula è più dolce, ammantata da piccoli tocchi di piano nella prima parte di "Jettisoned in the Rushes... Phase One" e sprofondata nell'hard psych nero ed impenetrabile di "Igneous Spire", dove i motori tornano a ruggire e sembra di sentire in lontananza l'eco di Nik Turner. Good. Dicevamo di come l'umiltà sia la qualità migliore dell'individuo. In senso allargato è l'elemento indispensabile per costruire una reputazione di ferro, soprattutto nel rock. Fanculo a tutti i marchettari da pose social e fisici asciutti. La buona musica si scrive in silenzio, lontano dai riflettori.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PASSOVER "Il lustro del palazzo"


Voto
01. Magnitudo
02. Echo e Delay
03. Tenia
04. Elettrosantopertini (Superfuzz)
05. Cilicio
06. Machete
07. Sail (Bonus Track)

Falena Dischi
2014
Website

PASSOVER - "Il lustro del palazzo"

I Passover sono impregnati fino al midollo della lezione underground/indie italiana dei Novanta. Non quella più longeva di Afterhours e Marlene Kuntz, ma quella più sommersa e prelibata di Fluxus e Six Minute War Madness. Il cantato, in italiano, è ricercato: sonda e trova un buon mix di contenuti e melodie. I sette pezzi di questo primo album edito da Falena Dischi scorrono compatti. Le cose più riuscite sembrano le dilatazioni e i rallentamenti di "Echo e Delay" e "Sail" (in lingua inglese), ma in generale si nota una costruzione della canzone in maniera ortodossa. Riff, ritornello e ponte is the law.

D'altra parte il rock è sempre divertimento e Giorgio, Federico e Daniele hanno scelto la formula migliore per divertirsi: il power trio. Hanno voluto fare le cose per bene, producendosi DIY e coinvolgendo attorno a loro amici e sostenitori. Perfetto. Potrebbero ambire (e crediamo che lo stiano puntando) ad un pubblico rock ad ampio raggio, che coinvolga freak, stonati, metal contaminati e indie rockers di ogni genere. Una volta si poteva dire che il pubblico perfetto per loro era quello di Arezzo Wave, tanto per avere un'idea dell'aria che si respira tra questi solchi, anche se "Machete" è puro stoner Queens of the Stone Age. Menzione speciale per titolo e canzone "Elettrosantopertini (Superfuzz)" e alla santa valvola che vibra nel retrocopertina. Chapeau!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | FROZEN PLANET....1969 "Lost Traveller Chronicles - Volume Two"


Voto
01. The Long Journey Home (Through Glitter, Dust and Debris)
02. Silver-Lined Cloud Lounge
03. Drifting Gently Backwards in Slow Motion While Staring Out Over a Suspended Streaming Mass of Colour
04. No Sight Quite Like Omega Centauri
05. Distant Star Island
06. Corvus to Centaurus
07. Aerial Burial
08. Contact with Control Tower 7 / Where the Brains Are Bigger

Pepper Shaker Records
2015
Website

FROZEN PLANET....1969 - "Lost Traveller Chronicles - Volume Two"

Frozen Planet....1969 sono un trio di stanza tra Sydney e Canberra che ci delizia il palato con questa mezzora abbondante di heavy psych meets instrumental stoner space jam. Difficile dire qualcosa di nuovo a proposito che non sappia di autoreferenzialità o, peggio ancora, di citazionismo, ma i nostri riescono a metterci dentro qualcosa di caratteristico. Sarà quel guizzo assassino della chitarra, sempre in primo piano, sempre killer, sempre modulata tra effetti che la rendono irriconoscibile a tutti gli effetti (!).

I 4 lunghi brani, inframezzati con altrettanti siparietti più brevi, riescono a modulare l'onda lunga di band come 35007, Oresound Space Collective, Colour Haze e Los Natas senza calare nel solco del già sentito. Non c'è quella stratificazione del suono che parte da alcuni elementi per crescere ed arricchirsi nello svolgimento della composizione. Si parte subito dal nocciolo (e questo è un bene) nei pezzi più massivi, ma anche in quelli più riflessivi (e questo è un male). Nel momento in cui si drizzano i peli della schiena nel viaggio cosmico interstellare, il dito brutale del fonico porta a zero i volumi del mixer. Non si capisce bene perché abbiano accostato questi due elementi in contrasto. Forse perché la sintesi è sempre la via migliore per sfuggire al rompimento di balle.

Comunque sia, Lachlan, Paul e Frank ci sanno fare e danno esempio lampante di come debba suonare un trio dedito al sacro culto della jam. Dal vivo, supponiamo, faranno scintille à la Earthless. See you in Italy soon, dudes!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DAVE HEUMANN "Here in the Deep"


Voto
01. Switchback
02. Cloud Mind
03. Ides of Summer
04. Morning Remnants
05. Here in the Deep
06. Greenwood Side
07. Leaves Underfoot
08. Holly King on a Hill
09. Ends of the Earth
10. By Jove

Thrill Jockey Records
2015
Website

DAVE HEUMANN - "Here in the Deep"

A Dave Heumann affiderei il destino dell'intera musica rock dell'avvenire. Il suo tocco speciale, la genuinità dell'artista e non ultimo il suo contributo con gli Arboretum, hanno contribuito a definire una nuova sensibilità espressiva a quello che oggi viene genericamente definito come rock di classe. Attenzione non solo Seventies rock o psychedelic rock, bensì rock a cui hanno dato un'anima e non soltanto ormoni. "Coming Out the Fog", l'ultima fatica degli Arboretum, ci ha portato fuori dalla foschia del bosco, verso le rilassanti rive di un fiume pacifico. Da lì abbiamo rimirato il sole, la luna, le stelle. E nella stessa direzione procede "Here in the Deep": una bucolica contemplazione della natura e del destino degli esseri umani.

La chitarra acustica è l'elemento predominante dell'intero mood del disco e, alla stessa maniera di Jason Simon, titolare dell'emerita ditta Dead Meadow, Dave ha dato voce alle composizioni che in un modo o nell'altro uscivano dal binario della band madre. Nelle punte più alte del disco si ha la sensazione di trovarsi al cospetto di Donovan, tanto è dolce il miele che viene profuso. La strumentale "Leave Underfoot" non è tanto distante dal primo Angelo Branduardi, per esempio. Ma il nostro è cresciuto anche con una valanga di distorsione nell'amplificatore: l'opener "Switchback", insieme a "Ends of the Heart" e "Greenwood Side", ribadisce che le radici non sono state dimenticate, seppur ammorbidite. Qualcosa del genere aveva fatto capolino nella discografia degli Arboretum nelle uscite a lato: "Covered in Leaves" e "A Gourd of Gold" esaltavano la vocazione di Dave a ricercare qualcosa di non convenzionale e ricco di pathos. Il resto naviga verso lidi finora inesplorati.

"Holly King on a Hill" si tinge della porpora mediorientale con quel suo incedere stonato e ammaliante. Molte volte si sentono arrangiamenti che utilizzano synth vintage, di ottantiana memoria, insieme a clarini e archi, come nella leggerissima "Cloud Mind" che sfiora i sensi senza appannarli. Tutto è omogeno, amalgamato ed organico. Per chi ama gli Arboretum, "Here in the Deep" è vivamente consigliato per arricchire la propria discografia nella sezione smoke one joint and relax. Per chi ha bisogno di adrenalina e cafonaggine, tenersi alla larga. Il nostro Dave potrebbe sembrare un vecchio zio rincoglionito.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | SUN RIDER "Fuzz Mountain"


 

Voto
01. Heart of the Sun
02. High Priestess of the Moon
03. Sun Worshipper
04. Free Ride
05. Deep Space Blues
06. Roadking
07. Escape to Fuzz Mountain

Electric Valley Records
2014
Website

SUN RIDER - "Fuzz Mountain"

I Sun Rider da Dordrecht, Olanda, sono un perfetto e riuscito connubio tra l'heavy metal psichedelico degli Orange Goblin e il songwriting Seventies di gruppi come Radio Moscow, Blues Pills e gli ormai defunti Prisma Circus. I sette pezzi di questo "Fuzz Mountain" macinano riff su riff senza cedimenti. Hanno un qualcosa di classico che potrebbe riportare alla mente (e ai gradimenti diffusi) Wolfmother e Rival Sons, se non fosse per l'ugola infuocata di mr. Philippo (!) che con ferocia non fa concessioni alla melodia. I primi tre pezzi sono letteralmente infuocati.

Avete presente la mina che vi è scoppiata in testa al primo ascolto di "Frequencies from Planet Ten"? Bene, i Sun Rider riescono a riproporci la stessa magia. E con "High Priestess of the Moon" ritroviamo un calore ZZ Top a grana fine. Le corde si allentano verso "Deep Space Blues" che, come suggerisce il titolo stesso, è un viaggio al termine dell'universo in bassa battuta. Il finale di "Roadking" e "Escape to Fuzz Mountain" prevede l'ultimo sprazzo di urla ferine e il rituale magico dell'abbandono. Sitar e incenso introducono l'ultima galoppata in perfetto stile chitarristico di Josh Homme e il rito acclamatorio verso la fuzz mountain è concluso. Forse è un po' esagerato ma è coerente che, come dicono le loro note introduttive, Sun Rider actually brings something new to the table.



Eugenio Di Giacomantonio

lunedì 27 luglio 2015

New Review | SOUL RACERS "Kill All Hipsters"


Voto
01. She's Gone
02. Brown Song
03. Hot'N'Ready
04. Open
05. We Are Leaving
06. Space Line

Self Produced
2015
Website

SOUL RACERS - "Kill All Hipsters"

I venticinque minuti che ci propongono i Soul Racers con "Kill All Hipsters" (titolo che da solo vale l'encomio!) sono piacevolissimi. Un hard rock spensierato che si macchia amabilmente di stoner e psichedelia alla maniera di band nordeuropee come Dozer, Lowrider e primi Spiritual Beggars, a cui il nostro Vincenzo sembra ispirarsi, per il naturale timbro di voce alla Spice. Al suo fianco la sezione ritmica pesta che è un piacere: due giovanotti dediti a frantumarvi i neuroni.

Il power trio, si sa, è la formula perfetta per non lasciare prigionieri. Ce ne accorgiamo in pezzi come la strumentale "Brown Song" che tra entrate a gamba tesa e falli di mano, porta a casa il risultato. Più articolato diventa il discorso nelle belle "Open" e "Space Line", dove il minutaggio si allunga e i colori della tavolozza espressiva si ampliano. La prima non perde un'oncia di cattiveria e cafonaggine con il riff in levare e polvere del deserto da mandare giù; la seconda, nel finale, è più riflessiva, come potrebbe essere riflessivo un mal di testa post sbronza. Alla fine vien voglia di continuare l'ascolto, ma ci dobbiamo accontentare. Come diceva un vecchio pezzo dei Velvet Underground, bisogna saper aspettare...



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DOMMENGANG "Everybody's Boogie"


Voto
01. Everybody's Boogie
02. Hats Off to Magic
03. Slow Hat
04. Her Blues
05. Wild in the Street Blues
06. Extra Slim Boogie
07. Burning Off the Years
08. Have Luck Will Travel
09. CC
10. Lost My Way

Thrill Jockey
2015
Website

DOMMENGANG - "Everybody's Boogie"

I Dommengang rappresentano la punta di diamante dello squadrone d'attacco heavy psych della Thrill Jockey. Insieme a Pontiak, Arbouretum e White Hills, stanno riscrivendo i paradigmi della musica espansa del 21° secolo. Si ha qualcosa di prettamente ludico, come nei Freak, band all stars nata per esaudire i desideri di indipendenza e libera espressione. Così, sia nel suono che nel concetto, i Dommengang liberano la loro musica nella maniera più naturale possibile. Ce ne accorgiamo in "Hats Off to Magic", stomp blues al fulmicotone che spezza la quiete introdotta dall'iniziale titletrack. La voce, quando c'è, è indolente alla maniera di un Jim Morrison in acido. Quindi East Coast anni Sessanta e viaggioni a non finire.

Anche se l'aspetto blues riemerge prepotentemente in più occasioni: "Her Blues" – che se vi dicessero uscita dalla penna di Dave Heuman degli Arbouretum ci credereste – e "CC", un dodici battute al valium nella stessa maniera con cui i Killing Joke avrebbero potuto concepire un omaggio ai padri fonadatori del rock'n'roll. Al contempo troviamo una leggera brezza del deserto proveniente da Palm Springs (l'uno/due di "Extra Slim Boogie" e "Burning Off the Years" è di spiazzante bellezza) che si intreccia piacevolmente con la bravura del chitarrista, sintetico e settantiano, dal tocco delicato e convincente. Come agli inizi della scena stoner, proto punk, hard e space rock sono a braccetto per creare una miscela gradita. Fuori dagli schemi. Lost My Way, come recita il pezzo finale dilatato, buono per i joint dell'estate che si sta avvicinando. Nota di demerito per la cover art: agghiacciante come l'attesa delle vittime di Anton Chigurh (Javier Bardem) in "Non è un paese per vecchi" dei fratelli Coen a cui sembra ispirarsi.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ETERNAL TAPESTRY "Wild Strawberries"


Voto
01. Mountain Primrose
02. Wild Strawberries
03. Enchanter's Nightshade
04. Woodland Anemone
05. Maidenhair Spleenwort
06. Lace Fern
07. Pale-Green Sedge
08. White Adder's Tongue

Thrill Jockey
2015
Website

ETERNAL TAPESTRY - "Wild Strawberries"

Un viaggio al termine della notte è intrapreso dagli Eternal Tapestry con l'ultimo, bellissimo, "Wild Strawberries". Andiamo subito al sodo con la title track: live at Pompei, Pink Floyd, qui ed ora. Un tappeto oppiaceo su cui si infrangono chitarrismi drogati ed inafferrabili. Una nota una di synth che appoggia qualunque idea abbiate quel giorno di prendere l'acido. Delirio dei sensi. Come in un film del 1968 di Giuseppe Maria Scotese. Non che non ci avessero abituato ad un menù raffinato con le numerose uscite dal 2005 ad oggi, ma i ragazzi dell'Oregon questa volta hanno tirato fuori portate da fuoriclasse. Si può citare la California dei Sessanta, Grateful Dead, Ozric Tentacles, Gong e via dicendo. Tutto giusto. Ma la verità è che i nostri sono dentro alla contemporaneità fino alla punta dei capelli. Alla stessa maniera dei Liquid Sound Company, non esisterebbero se non in questo momento storico.

Il concetto è proprio questo: prendersi il proprio tempo. Nel ritmo della composizione (sentire "Enchanter's Nightshade" per credere), nell'osservare la realtà che ci circonda, nella vita di tutti i giorni. Il futuro arriva troppo presto diceva qualcuno. E gli Eternal Tapestry non pensano al futuro: godono del loro presente. Andare in sala prove. Suonare. Queste sono le cose che esistono nella mente dei nostri (che registrano 35 ore di materiale per far uscire un disco di 80 minuti circa) al di là delle stronzate etichetta/tour/t-shirt che piacciono alle sbarbine. Si sono chiusi in una baita all'ombra del Monte Hood e per giorni si sono sottratti al mondo esterno per dare corpo alle numerose idee musicali che ognuno ha portato in dote. La Thrill Jockey (etichetta sempre attenta a dare pubblicazioni agli esperimenti artistici – ricordiamoci degli Heat Leisure) ci ha dato la possibilità di seguire tracce di quell'evento. Tutto qui. E non è poco, dato i giorni terribili che sta vivendo l'industria musicale.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | SORROWS PATH "Doom Philosophy"


Voto
01. Intro / First Beam of Darkness into Light
02. Tragedy
03. A Dance with the Dead
04. Brother of Life
05. Everything Can Change
06. The King with a Crown of Thorns
07. The Venus and the Moon
08. Epoasis
09. Clouds Inside Me
10. Darkness
11. Damned (O)Fish / L.S.D.

Iron Shield Records
2014
Website

SORROWS PATH - "Doom Philosophy"

Doom will never die. Un genere mai nato, mai morto. Sulle prime tre note, della prima canzone, del primo album dei Black Sabbath, si è costruito un non genere che oggi risulta essere tra i più contaminati. Schiere di band molto dissimili tra di loro, come Witchcraft, Cathedral, Sleep possono essere nominati insieme solo per l'ossessiva infatuazione dei riff di Lord Tony Iommi. E i Sorrows Path, al terzo album, fanno di questa infatuazione la loro ragione di esistere. Dalla terra che ha visto nascere Platone, Socrate e tutta la mitologia antica, spuntano fiori che di quella cultura portano evidenti tracce. La tragedia è nelle loro vene. La rappresentazione delle sventure umane è il concept con cui si sviluppa "Doom Philosophy", titolo che se non appartiene ad una band di Atene, non appartiene a nessuno.

Alla stessa maniera dei nostri Doomraiser c'è un'abbondanza metal. Anche se qui risulta ancora più pronunciata dai suoni della batteria (abuso di doppia cassa!) e dal suono delle chitarre. In sintesi c'è uno spostamento verso la NWOBHM a discapito dell'esplorazione psichedelica. Cosa che nel doom è ispessimento della tradizione. Quindi più ortodossia Candlemass e Trouble, meno espansione Electric Wizard. Prendere o lasciare. Ma non tutto è riff e sezione ritmica schiacciasassi. Il valore aggiunto della band è dato dai ricami negli arrangiamenti e dalla voce di Angelos Ioannidis, vero mattatore del proscenio. In un pezzo come "Everything Can Change", la commistione di questi due elementi fa la differenza. C'è anche qualche ombra orrorrifica à la Death SS (sarà l'uso dei synth?) e dei mid tempo in perfetto stile Eighties ("The King With a Crown of Thorns"). Ma il vero coup de théâtre è dato dalla conclusiva e messianica "Damned (O)Fish/L.S.D. (Life Sexuality Death)" dove, tra ritmi ostici e cambi di tempo, vengono snocciolati ventiquattro dogmi sulla pena di vivere (solo scritti, non cantati!). Eternal... this is the end of my Samsara... this is my Nirvana!



Eugenio Di Giacomantonio

domenica 17 maggio 2015

New Review | WHITE HILLS "Walks for Motorists"


Voto
01. No Will
02. £SD or USB
03. Wanderlust
04. Lead the Way
05. I, Nomad
06. We Are What You Are
07. Automated City
08. Life Is Upon You
09. Walks For Motorists

Thrill Jockey
2015
Website

WHITE HILLS - "Walks for Motorists"

Il nuovo album dei White Hills inizia come un coro da stadio. Percussioni che incitano alla rivolta e aggressività coatta. Non deve sembrare strano, ma al settimo album in studio (al netto di collaborazioni e album sperimentali pubblicati in CD-R) il gruppo muta parzialmente pelle. Ce ne accorgiamo in "£SD or USB", secondo brano dal titolo micidiale, dove la marzialità pasher tipica dei nostri si sintetizza in ambiente kraut sterilizzato. Le punte di trapano ci sono ancora, ma il flusso è puramente indicato dalla nenia che ripete all'infinito il titolo. Dave W. e Ego Sensation hanno fatto indigestione di Wave fine Settanta/primi Ottanta (la copertina cita direttamente "More Songs About Buildings and Food" dei Talking Heads e la stessa title track posta in chiusura potrebbe essere una loro outtake) ed hanno buttato fuori un disco che sa di nuovo.

L'amore per il sonar lanciato nello spazio dagli Hawkwind tanti anni fa c'è ancora, come si sente da "Lead the Way" e "We Are What You Are", ma c'è una certa prepotenza di synth in passagi come "Automated City" e "I, Nomad". Del resto, tutto nell'universo dei White Hills risulta coerente. Hanno sempre avuto un approccio artistico alla materia musica e nella definizione di questa hanno fatto confluire esperienze al di fuori, come l'interesse per la videoarte e per la pittura. Viene in mente un'altra band che ha operato nella stessa maniera e con risultati simili: Oneida. Allo stesso modo, le due band hanno definito il concetto di psichedelia come qualcosa di diacronico, in continua evoluzione, non ancorato per forza al seme della sua nascita, nei metà Sessanta, ma qualcosa di eternamente dinamico. Come recitano le note del press kit: this is propulsive, open music, surreal to its core but made to inspire people to get out of their seats and move.
Mai parole furono più azzeccate per descrivere il vostro incontro con i White Hills.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ØRESUND SPACE COLLECTIVE "Music for Pogonologists"


Voto
01. Beardlandia
02. Ziggurat of the Beards
03. The Tricophantic Spire
04. Bearded Brothers
05. Remnants of the Barbonaeum
06. Music for Pogonologists
07. Barboconsciousness
08. Portal of Pogonic Progress

Sapphire Records
2014
Website

ØRESUND SPACE COLLECTIVE - "Music for Pogonologists"

Lasciate dietro di voi le ansie e le preoccupazioni. State entrando nel mondo degli Øresund Space Collective, dove lo spazio e il tempo hanno diverso significato e troverete magnifiche gemme di acido sonoro. Il trucco è sempre quello: entrare in sala di registrazione con la mente libera e lasciarsi andare al flusso delle emozioni. Assumete qualunque droga. Vanno bene tutte. Per ognuna, la musica del collettivo (sette persone sette!), troverà il collegamento giusto per farvi vivere un'esperienza primitiva. Otto pezzi, due CD, oltre due ore di musica. Come 10 album di qualsiasi punk band. "Music for Pogonologists" si presenta così: mastodontico e non proprio per tutti i palati, ma chi si avventurerà alla scoperta del monolite troverà grandi soddisfazioni. Come in "Ziggurat of the Beards", dove l'iniziale tappeto gentile va crescendo via via, portandoci dritti ad un finale al cospetto delle porte di Orione. Altre cose sono più delicate e sfiorano quasi l'aritmia jazz ("Bearded Brothers", "Barbooonsciousness") ma il concetto dell'album è qualcosa di prossimo alle scoperte di 35007, Gong, Colour Haze, Grateful Dead, Hawkwind e a tutte quelle band che hanno fatto dell'espressione musicale qualcosa di veramente libro da schemi.

Il problema dell'autocompiacimento e dell'onanismo strumentale è dietro l'angolo, ma gli Øresund Space Collective lo smarcano di lato proprio nella qualità che mettono nella composizione e nel tocco nell'esecuzione. Raramente si è sentito qualcosa di così lungo (la titletrack ha minutaggio di trentaquattro primi e cinquantatre secondi!) che non venga ingrigito dalla noia. Ma così è. Ovviamente qualcosa risulta stereotipato (la sottrazione degli strumenti nel mezzo della composizione) ma è un elemento organico del suonare. È inimmaginabile portare un riff al minutaggio alto senza il saliscendi degli arrangiamenti. E a loro riesce particolarmente bene. Giunti al termine del viaggio, nella capsula della decompressione, emerge spontaneo un quesito marzulliano: "Ma chi diavolo sono questi Pogonoligi? E soprattutto, sono sogni o la nostra vita è un sogno?".



Eugenio Di Giacomantonio

New review | FAKIR THONGS "Habanero"


Voto
01. Storm
02. Habanero
03. Seven
04. Rifle Down Blues
05. Pouring Water
06. Pledge
07. Fakir Jimmy
08. Through the Chimney
09. Nothing Really Happens
10. Domus de Janas

Self produced
2015
Website

FAKIR THONGS - "Habanero"

I Fakir Thongs ci tengono a fare al meglio le proprie cose. Ce ne accorgiamo sin dall'aspetto di "Habanero": confezione digipack con poster interno dove da un lato abbiamo una sexy mangiatrice di fuoco e dall'altro tutti i testi dei brani. Il loro stoner rock è genuino e sanguigno come la terra da dove provengono, l'Emilia Romagna (dato il grande numero di band di questa zona si potrà parlare in futuro di New Wave of Emilia's Heavy Psych) e punta dritto verso l'America, affiancandosi al lavoro che hanno fatto in questi anni gruppi come Fireball Ministry, Dixie Witch e Ironboss, ma non esclusivamente. A tratti emerge la fascinazione verso il crossover dei Novanta con ambienti à la Tool ("Seven" e "Through the Chimney") e qualche reminiscenza grunge, soprattutto nel modo di usare la voce del bravo Alessio Cortelloni.

Ma il concept di "Habanero" è interamente espresso dall'accoppiata energia e sudore: "Pouring Water" con un riff di chitarra in cortocircuito e il ritornello irresistibile, "Storm" che minacciosamente apre il disco e "Nothing Really Happens", che sfida i Queens of the Stone Age sullo stesso campo da gioco. C'è anche il tempo per un finale spensierato, frutto di una jam strumentale, "Domus de Janas", che ci lascia con un velo di malinconia negli occhi, come un abbandono troppo repentino in un momento di totale coinvolgimento. The World is Yours.



Eugenio Di Giacomantonio

sabato 25 aprile 2015

New Review | SUN AND THE WOLF "Salutations"


Voto
01. 87 Years
02. Settle Down
03. All We Need
04. Ghetto Drum
05. Waves in Front of Me
06. Into This Mess
07. The Fisherman
08. Why Are We Not Fading
09. Never Sorry

World In Sound
2014
Website

SUN AND THE WOLF - "Salutations"

Richiami allo shoegaze più evoluto. Fumi narcolettici e ritmi relax con un forte richiamo alla melodia. Nati da dei Jesus and Mary Chain più sdolcinati e cresciuti con Brian Jonestown Massacre, Black Rebel Motorcycle Club e Soundtrack of Our Lives, i Sun and the Wolf confezionano un prodotto delicato e convincente. Registrato al Voxton Studio di Berlino, "Salutations" vede in formazione ex membri di The Have, band neozelandese che ha riscosso un leggero successo commerciale grazie ad alcuni passaggi televisivi nazionali che hanno fruttato ben tre inviti al SXSW di Austin, Texas e due album di lunga durata. Dalla ceneri prettamente retro garage della band che li potevano avvicinare ai loro compaesani The Datsuns, il frutto che abbiamo nelle nostre mani oggi è qualcosa di leggermente più orientato verso ascolti più ampi.

"Settle Down" conferma la capacità di Brodie White e Peter Mangan di creare trame convincenti con le chitarre; con "Into This Mess" l'affondo verso il raga rock dei Sessanta è completo e "Never Sorry" ci propone genuine relics lennoniane che non smorzano la dolcezza che pervade l'intero lavoro. Le voci sono spesso sussurrate e non forzano mai la mano in direzione dell'aggressività. Spesso gli arrangiamenti ricorrono a delicati tocchi di effettistica retro come gli assoli rovesciati di "All We Need" o i suoni in loop nell'intro di "The Fisherman" che dimostrano assoluta accuratezza in ogni fase di realizzazione del disco. Anche se le radici non sono del tutto smorzate come emerge dalla robusta "Why Are We Not Fading". Alla fine della fiera "Salutations" si dimostra essere un disco completo e maturo. Non una festa del secolo, ma un piacevole party tra amici.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | AVVOLTOI "Amagama"


Voto
01. Storia di una notte
02. Solo un nome
03. Eh Eh Ah Ah
04. Come puoi
05. Uomini fantastici
06. Isabel
07. Federica
08. Quanto sarai tu
09. Un figlio dei fiori non pensa al domani

Go Down Records
2014
Website

AVVOLTOI - "Amagama"

È proprio vero che gli Avvoltoi non sono tornati, ma rinati nel vero senso della parola. Ce ne accorgiamo subito, dalla distorsione garage rock di "Storia di una notte". D'altra parte non ci sono comparti stagni nella musica di Moreno Spirogi: il beat, il garage e l'hard sono tutti incesti tra mamma blues e figlio rock 'n roll. Sopra, sotto, di lato, ovunque la sua voce a narrare storie di ordinaria provincialità italiana. Amori, amici, scommesse perdute, occasioni perse. Con tutto il rispetto Moreno fa sua la massima motorheadiana born to lose, live to win, anche se gli aggiunge quel tocco scanzonato da entertainer del suo carattere che conosciamo bene.

Gli 8 pezzi più bella cover (stavolta imbevuta fino al midollo di italian beat) di "Un figlio dei fiori non pensa al domani" sono il compendio di quasi quarant'anni di frequentazioni musicali. Gli Steppenwolf tirati per la giacchetta di "Eh Eh Ah Ah", Canterbury meets cantautorato italiano nella bellissima "Come puoi" e prog Seventies in "Isabel". Ecco: le donne. Punto focale (doloroso?) nella poetica di Moreno. Sfuggenti, scontente, ma anche forti e pronte al cambiamento, da sempre sono nell'immaginario del rocker croce e delizia. Il nostro non fa eccezione: le guarda, le vive, ne scrive. Con la delicatezza che gli è propria. In questo gli Avvoltoi e il suo promoter principale sono cosa preziosa nel panorama italiano, perché sono lontani dallo stucchevole che l'argomento porta con sé. Avanti così Moreno. Per altri quarant'anni almeno.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | KOTIOMKIN "Maciste nell'Inferno dei morti viventi"


Voto
01. Jungla Cannibale
02. Maciste
03. L'ampolloso Gigione
04. Peplum Holocaust
05. Petrus il Filibustiere
06. Aderbale
07. Airavata

Zeder Dischi
2014
Website

KOTIOMKIN - "Maciste nell'Inferno dei morti viventi"

I Kotiomkin sono tre simpaticoni della provincia teramana impregnati fino al midollo di immaginario B-movie e joint di pessima qualità. Il loro "Maciste nell'Inferno dei morti viventi" vuole essere colonna sonora di un immaginario film che incrocia il peplum, o meglio la spada e il sandalone dei magnifici anni d'oro di Cinecittà, e il world movie dei Sessanta, che ha fatto la fortuna di autori come Gualtiero Jacopetti. Questo nell'iconografia. Nella sostanza prettamente musicale siamo davanti ad uno stoner rock carne e patate, dove l'influenza di mostri sacri come Karma to Burn, Electric Wizard e Sons of Otis è evidente.

Partiamo dal fatto che sono strumentali e questo ci piace. Usano dei sampler per dare l'idea del continuum della trama filmica e questo ci piace ancora di più. Poi, i titoli. "L'ampolloso Gigione". Premio titolo cazzone dell'anno: a dispetto, la musica offre slanci inaspettati rispetto al rifferama sinora ascoltato. "Peplum Holocaust" e "Maciste" portano doni all'altare doom psichedelico reiterando il wall of sound fatto di effettistica accoppiata a ritmi pachidermi che garantiscono l'allentamento dei sensi. Ottimo. Altre cose riescono meno, come la marcetta + rallentamento + indie rock di "Petrus il Filibustiere", che non si riesce a capire dove vada a parare. Meglio il finale fatto dall'accoppiata "Aderbale" e "Airavata", dove sembra che i nostri agiscano per sottrazione aumentando il coinvolgimento dell'ascoltatore.
La saga non finisce qui. Come ogni filone che si rispetti aspettiamo il secondo capitolo dal titolo "Squartami tutta". Erezioni assicurate. Divertimento pure.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | EASY CHAIR "Easy Chair"


Voto
01. Slender Woman
02. My Own Life
03. Easy Chair

World In Sound
2014
Website

EASY CHAIR - "Easy Chair"

Giovani freak del Northwest da amare incondizionatamente. Born losers per antonomasia, gli Easy Chair pubblicano nel 1968 un album registrato da un lato solo della durata di 20 minuti, ricordato soltanto da vinilisti monomaniaci di tutti i tempi. Troppo poco per passare alla storia, potremmo obiettare. Ma le comparsate con Yarbirds e Cream attirano l'interesse di un certo Frank Zappa che scippa loro Jeff Simmons (basso e voce) per i suoi Mothers of Invention.

Andando al disco in questione, le gioie non sono poche. La melliflua "Slender Woman" in apertura è dolce e carezzevole come psychedelic dream doorsiano. Quasi dieci minuti di miele e joint inside this house…. "My Own Life" è puro West Coast meets Cream a bomba con supereroi quali wah wah e fuzz. Quello che colpisce è la già alta qualità di scrittura che hanno questi junkhead. Il finale è il manifesto che porta lo stesso nome del gruppo e sarebbe piaciuta a un certo Booby Liebling per il suo incedere potente e dark al contempo. Dopo questo, l'oblio. Non per tutti, ma per il gruppo siffatto è la sparizone. Fino ad oggi. Perché grazie alla World In Sound la malasorte ancora una volta è stata smarcata. Godiamone tutti.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | LEATHER ALIVE "Loom"


Voto
01. Last Man Standing
02. The Sniper
03. Stegosaurus
04. Stream of Consciousness
05. The Russian Chopper
06. Bonehead
07. Orwell
08. Journey

Go Down Records
2014
Website

LEATHER ALIVE - "Loom"

Come novelli Orange Goblin, i Leather Alive picchiano duro. Attivi nel territorio romagnolo dal 2009, hanno dato alle stampe il loro album d'esordio nel 2014 via Go Down Records, non prima di essersi fatti le ossa calcando i palchi in compagnia di OJM, Lords of Altamont, Vic du Monte e tanti altri. Gli otto pezzi che compongono "Loom" offrono il fianco alle influenze più disparate: si va dall'infatuazione per il deux-ex machina John Garcia in "Stream of Consciousness" dove il rifferama ci porta proprio a cavallo di Slo Burn e Unida, fino al crossover di matrice novanta di "Bonehead" e "Journey" che mischiano piacevolmente il sound di Seattle con i momenti più quieti di certo alternative rock in stile Jane's Addiction.

Alcune volte il cantato sembra restare un po' troppo fermo sullo stesso registro, ma è cosa da poco. Come il cantante dei Kyuss ha eletto a proprio modello Ian Astbury dei Cult, così il nostro Riccardo prosegue nella filiazione. Dalla sua parte c'è un substrato sonoro che vede due chitarre (Paride e Davide) e la sezione ritmica affidata a Nicolò alle pelli e Marco alle quattro corde. C'è anche una divertente sbandata redneck di "The Sniper" che se siete appassionati di Simpson non potete fare a meno di immaginare Cletus, l'allocco bifolco, battere il piede sul tavolato con in mano un boccione triple X. Così è il sound dei Leather Alive: ruvido, cafone, ma altamente genuino.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | INSTANT BONER "Perfect Sunday"


Voto
01. Illusions, My Guide
02. Dirty Roads
03. Slacker
04. Perfect Sunday
05. Head Filled with Smoke

Self produced
2014
Website

INSTANT BONER - "Perfect Sunday"

Gli Instant Boner portano avanti la tradizione delle band psichedeliche provenienti dalla Grecia. Dopo gli splendidi Purple Overdose (consiglio: procuratevi l'intera discografia, sono in giro dagli anni Ottanta) e i più tradizionalisti 1000 Mods, ora viene fuori questo quintetto di Salonicco, pronto a smazzare le sue carte sulla scena. Imbevuti fino al midollo di suoni grassi post kyussiani, non si fermano sulla superficie del ben fatto. Scavano dentro le radici dell'hard sound e trovano germogli florescenti che guardano a stile limitrofi come l'heavy e, dall'altra parte, il jazz, nella maniera più delicata possibile.

C'è il sax di Orestis nella lunga e spericolata "Perfect Sunday" a donare quel guizzo in più che fa fare un passo avanti a tutta la band. Gli altri quattro pezzi di questo primo EP viaggiano in maniera coerente in compagnia di Orange Goblin, 7Zuma7, Dozer, Lowrider, Grand Magus degli albori e Spiritual Beggars: gente che sa fare il proprio mestiere egregiamente. Gli Instant Boner, alla fine della fiera, si divertono e sanno divertire.



Eugenio Di Giacomantonio

martedì 10 marzo 2015

New Review - EXIT OZ "Împãmântenit"


Voto
01. Enter Oz
02. Colț de Rai
03. Limbile de Ceas: Între ciocan și nicovalã
04. Zurobara spre Orient
05. Cornul Abundenței
06. Marele Magician
07. Colț de Rai (în marasm)
08. Limbile de Ceas: La porți

Self produced
2014
Website

EXIT OZ - "Împãmântenit"

Negli ultimi anni il rock più interessante, contaminato e originale si è divincolato dal bipolarismo costituito da Inghilterra da un lato e dagli Stati Uniti dall'altro. Qualcosa è nato alle periferie dell'impero, in clandestinità, nelle piccole località provinciali di altrettanto piccoli e provinciali territori di confine. Il Ko de Mondo teorizzato dal nostro Giovanni Lindo Ferretti oltre vent'anni fa ha dato prova della sua esistenza e della sua importanza. Ed esce allo scoperto in tutte le sue forme attraenti. Dalla Romania, da Timis, provengo gli Exit Oz che con "Împãmântenit" ci danno la gioia di emozionarci ancora una volta per quell'espressione artistica chiamata musica. Che qui scorre libera. Senza impedimenti. Senza recinti. Senza reti per catturarla. Pura espressione dell'emozione umana.

Un breve elenco dei suoni che ascoltiamo in "Împãmântenit": tenor sax, organi da chiesa, voci salmodianti che neanche in un disco degli Orthodox potremmo immaginare, chitarre kraut ficcanti, strani rumori di riti religiosi. E il tutto sembra ruotare intorno al folklore della Romania. C'è qualcosa che ricorda la cultura arcaica nelle sue tradizioni e nelle sue feste paesane. Immaginiamo dei Goat mollare quelle cagate esoteriche su cui fondano la loro immagine e perseguire una ricerca della propria identità e delle proprie tradizioni musicali. Exit Oz do it better. Ecco le tracce di alcuni artisti che si incontrano ascoltando questo fantastico album: Can, sunn 0))), John Coltrane, Hawkwind, Faust, Guru Guru, Miles Davis, Franco Battiato, Earth, OM, Ronin. E qualcosa di specificatamente rumeno che Dio solo sa che nome porta...



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - AXIS/ORBIT "3 Song EP"


Voto
01. Hazy
02. The Owl
03. Riot Canal

Self produced
2014
Website

AXIS/ORBIT - "3 Song EP"

Il quarto d'ora proposto dagli Axis/Orbit nella loro prima uscita di tre pezzi è pazzesco. La band proviene da New York e questo loro primo timido capolino nella scena cittadina li trascina direttamente nello space/psych di band come Naam e White Hills. È ancora presto per dirlo perché i limiti di una registrazione da sala prove e la breve durata della pubblicazione non lo permettono, ma bisogna puntare su questo power trio. Mike Margulis, batteria, percussioni e voce; Bill Fridrich, chitarre e voce; Lee Greenman, basso a 4 e 6 corde e voce, hanno il tiro giusto e le perfette influenze musicali per far parlare di loro in questo 2015.

Gli Axis/Orbit non mostrano subito i denti. Il loro è un tocco delicato ("Riot Canal"), fatto di riferimenti antichi e calore blues. Emerge la figura del chitarrista, non per autocompiacimento virtuosistico tipico di chi suona questo strumento, bensì come diretta espressione della band: la sezione ritmica prepara la scena, il tappeto sonoro su cui Bill passeggia e attraversa scenari del cosmo sconosciuto ("Hazy"). Tutto è perfetto in questo primo EP. Tranne la durata. Seguiteli.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - PSYCHIC SUN "Rising Suns and Fallen Angels"


Voto
01. Bombin'
02. Rough Roads
03. Kicking Heads
04. Breathe and Break
05. Mayan
06. Which Way to Go
07. Demons
08. Shooting to Kill
09. Made for You
10. Wanna Be Bad
11. Alchera

Self produced
2014
Website

PSYCHIC SUN - "Rising Suns and Fallen Angels"

Psychic Sun è il nome di una band proveniente da Sydney, Australia. Quattro ragazzi e una ragazza innamorati del sound di Queens of the Stone Age e Fu Manchu, che non dimenticano la lezione fondante dell'hard dei Settanta e mescolano il tutto con una paraculaggine FM alla Dandy Wharols ("Kicking Heads", tanto per citarne una). I nostri vogliono provare a viverci con il mestiere di musicisti e fanno di tutto per incrociare stili che hanno funzionato e funzioneranno per qualche decennio ancora: la voce e la chitarra di Josh Homme ("Rough Roads"), le marzialità Velvettiane ("Mayan"), le dolcezze synth/acustiche à la Sleepy Jackson, altra band australiana di cui c'è più di una traccia trasversale in questo "Rising Suns and Fallen Angels".

Premesso questo, il risultato finale non è affatto male. Il disco scorre piacevole e rimane in testa il giusto tempo per un joint leggero, senza bad trip. Si risente la leggerezza che permeava le prime Desert Sessions, quando il mainstream era tenuto fuori la porta e la scena desert rock viveva il suo momento più genuino. Ovviamente un passo in direzione della sperimentazione, della soluzione originale o della semplice "voglia di stronzeggiare" in sala prove produrrebbe qualcosa di più interessante. Ma tant'è. Gli Psychic Sun vogliono fare bella figura e rimorchiare donne e fan con la musica. Come dargli torto?



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - HOLY SONS "The Fact Facer"


Voto
01. Doomed Myself
02. Line Me Back Up
03. Transparent Powers
04. Selfish Thoughts
05. All Too Free
06. Wax Gets in Your Eyes
07. Life Could Be a Dream
08. Long Days
09. No Self Respect
10. Back Down to the Tombs
11. The Fact Facer

Thrill Jockey
2014
Website

HOLY SONS - "The Fact Facer"

Emil Amos è la figura carismatica che affianca Al Cisneros negli OM. Il suo drumming potente ed evocativo è la misura con cui l'ascolto di "God Is God" e "Advaitic Songs" diventa esperienza mistica, spirituale. Qualcosa che trascende la realtà e ci proietta il mondi altri. Non proprio prossimo a questa visione della musica è il progetto Holy Sons, in cui il nostro salta a piè pari le pelli e si posiziona davanti al microfono con la chitarra a tracolla. Il suono che ne esce fuori è molto più leggero: distorsioni dosate con parsimonia e utilizzo non coatto dell'elettronica. Ballate per piano ed acustica che ci fanno affondare nelle amache della memoria – come potrebbero fare compagni di etichetta come Luke Roberts ("All to Free") – e non ci si risparmiano davanti al languore di alcuni sentimenti come in "Line Me Back Up".

Il mood in alcuni pezzi degli Holy Sons ci riporta a metà anni 90, ma non dalle parti di Seattle, piuttosto nei club fumosi di Bristol, dove giovani Massive Attack, in combutta con il geniaccio di Tricky, fumavano chili di hashish su bassi rallentati fino allo stordimento dei sensi ("Trasparent Power"). Pare che il mezzo sia lo stesso, anche se il risultato è molto diverso. Andando avanti con l'ascolto ce n'è per ogni genere: southern elegante ("Life Could Be a Dream", "No Self Respect"), blaxploitan avantgarde ("Long Days"), doom/grunge sperimentale ("Doomed Myself"). Eppure qualcosa che piace a Dio si trova: "Selfish Thoughts" è sulla via polverosa di Damasco, dove tra corde pizzicate alla maniera berbera emerge un clima ossianico sporcato da tinte noir à la Morphine.
Che sia un semplice divertissement o un progetto in cui il nostro sta puntando espressamente per rilevare la sua visone delle cose, non è dato saperlo. Comunque, alla luce di quanto fatto finora, bisogna riconoscere in Emil una figura non allineata nella storiografia del rock americano. E tanto basta per farci togliere il cappello.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - CLOUDS TASTE SATANIC "To Sleep Beyond the Earth"


Voto
01. To Sleep Beyond the Earth (Parts I & II)
02. To Sleep Beyond the Earth (Parts III & IV)

Kinda Like Music
2014
Website

CLOUDS TASTE SATANIC - "To Sleep Beyond the Earth"

Sembrano a disagio i Cloud Taste Satanic con il minutaggio solito dei supporti. Che siano vinili o CD il tempo a disposizione risulta sempre limitato perché loro, se potessero, suonerebbero lo stesso riff per ore, giorni, mesi o addirittura anni. I quattro tempi che compongono il loro debutto intitolato "To Sleep Beyond the Earth" (titolo che porta in dote due nomi di band a cui si deve molto) sono un monolite alla stessa maniera di "Jerusalem" degli Sleep. Anche se il riferimento risulta inarrivabile (soprattutto in termini legati al contesto storico e alla capacità di pensare un prodotto del genere nel 1999), i nostri non sono affatto dei plagiatori. Hanno assimilato e digerito la lezione ventennale dello stregone del Dorset e alla stessa maniera sono riusciti ad amalgamare la staticità drone/doom con i colori acidi di una psichedelia deviata. Ma non è tutto o, meglio, non è solo ed esclusivamente questo.

La chiave strumentale delle composizioni targate Cloud Taste Satanic permette alleggerimenti inaspettati. Cosa che accade intorno al decimo minuto e magicamente il crogiolo infernale preparato sfuma nei contorni dolci del continente immaginario nominato Australasia. Ma come si sa, è sempre la quiete a presentarsi prima della tempesta. Ancora non siamo usciti a riveder le stelle che subito una mano demoniaca ci riporta negli abissi. E siamo solo al giro di boa. Quello che rimane risulta ancora più ossessivo ed arcigno. Suonano le campane a morto e le chitarre si fanno diafane, ricordandoci che estremismo doom nei mid-Nineties voleva dire anche Earth, band con un giovane Dylan Carlson distorto ed intossicato. Cosa resterà di questi anni 90? I Cloud Taste Satanic danno una risposta in ambito heavy. Menzione particolare per la copertina che riprende un certo connazionale di nome Giotto di Bondone.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - RAIKINAS "(T) R.I.P."


Voto
01. Repetant Liar
02. Tears of Fire
03. Never Return
04. IV
05. (T) R.I.P.
06. Into the Void II
07. Earth Puissance
08. Suspension
09. Soon (Bette Blues)

Electric Valley Records
2014
Website

RAIKINAS - "(T) R.I.P."

Il (T) R.I.P. che ci propongono i Raikinas, dalla Sardegna, è una visione in technicolor di orizzonti sabbiosi e onde psichedeliche. Simili per molti versi alle band della prima ondata di stoner italiana (gli Acajou sono davvero dietro l'angolo), i nostri pestano duro. Anche se non disdegnano di carezzare con passaggi prossimi al grunge ("Earth Puissance", la jazzata "Suspension" e "Never Return", che rievoca il sound dei primi Alice In Chains), l'idea dietro al progetto è di tracciare un continuum sul sentiero aperto da band come Slo Burn, Unida e Queens of the Stone Age, richiamati soprattutto nello stile chitarristico dei bravi Antonio e Marco, autori di riff e solos convincenti.

Quando aumentano i giri del motore e l'urgenza adolescenziale rade al suolo tutto e tutti si hanno i risultati migliori: "Tears of Fire" – che apre il disco dopo una breve intro ambientale – è puro hard stoner alla maniera di Dozer, Lowerider e Demon Cleaner. Roba forte nordeuropea che magicamente rivive nell'espressione degli isolani. Anche la title track strumentale è di forte impatto sonico. Rumori di feed spersi nell'universo impattano con il wall of sound dello Stregone Elettrico e si realizza appieno il Raikinas pensiero: hard stoner mescolato a riff pachidermici.
Se avete il coraggio di pensare ad una danza dei mamuthones, ubriachi e stonati, con un sound heavy psych, allora questi quattro ragazzi di Ossi vi offriranno il gancio giusto per vivere questa visione. Con una bottiglia di Filu 'e ferru in mano, of course.



Eugenio Di Giacomantonio