martedì 10 marzo 2015

New Review - EXIT OZ "Împãmântenit"


Voto
01. Enter Oz
02. Colț de Rai
03. Limbile de Ceas: Între ciocan și nicovalã
04. Zurobara spre Orient
05. Cornul Abundenței
06. Marele Magician
07. Colț de Rai (în marasm)
08. Limbile de Ceas: La porți

Self produced
2014
Website

EXIT OZ - "Împãmântenit"

Negli ultimi anni il rock più interessante, contaminato e originale si è divincolato dal bipolarismo costituito da Inghilterra da un lato e dagli Stati Uniti dall'altro. Qualcosa è nato alle periferie dell'impero, in clandestinità, nelle piccole località provinciali di altrettanto piccoli e provinciali territori di confine. Il Ko de Mondo teorizzato dal nostro Giovanni Lindo Ferretti oltre vent'anni fa ha dato prova della sua esistenza e della sua importanza. Ed esce allo scoperto in tutte le sue forme attraenti. Dalla Romania, da Timis, provengo gli Exit Oz che con "Împãmântenit" ci danno la gioia di emozionarci ancora una volta per quell'espressione artistica chiamata musica. Che qui scorre libera. Senza impedimenti. Senza recinti. Senza reti per catturarla. Pura espressione dell'emozione umana.

Un breve elenco dei suoni che ascoltiamo in "Împãmântenit": tenor sax, organi da chiesa, voci salmodianti che neanche in un disco degli Orthodox potremmo immaginare, chitarre kraut ficcanti, strani rumori di riti religiosi. E il tutto sembra ruotare intorno al folklore della Romania. C'è qualcosa che ricorda la cultura arcaica nelle sue tradizioni e nelle sue feste paesane. Immaginiamo dei Goat mollare quelle cagate esoteriche su cui fondano la loro immagine e perseguire una ricerca della propria identità e delle proprie tradizioni musicali. Exit Oz do it better. Ecco le tracce di alcuni artisti che si incontrano ascoltando questo fantastico album: Can, sunn 0))), John Coltrane, Hawkwind, Faust, Guru Guru, Miles Davis, Franco Battiato, Earth, OM, Ronin. E qualcosa di specificatamente rumeno che Dio solo sa che nome porta...



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - AXIS/ORBIT "3 Song EP"


Voto
01. Hazy
02. The Owl
03. Riot Canal

Self produced
2014
Website

AXIS/ORBIT - "3 Song EP"

Il quarto d'ora proposto dagli Axis/Orbit nella loro prima uscita di tre pezzi è pazzesco. La band proviene da New York e questo loro primo timido capolino nella scena cittadina li trascina direttamente nello space/psych di band come Naam e White Hills. È ancora presto per dirlo perché i limiti di una registrazione da sala prove e la breve durata della pubblicazione non lo permettono, ma bisogna puntare su questo power trio. Mike Margulis, batteria, percussioni e voce; Bill Fridrich, chitarre e voce; Lee Greenman, basso a 4 e 6 corde e voce, hanno il tiro giusto e le perfette influenze musicali per far parlare di loro in questo 2015.

Gli Axis/Orbit non mostrano subito i denti. Il loro è un tocco delicato ("Riot Canal"), fatto di riferimenti antichi e calore blues. Emerge la figura del chitarrista, non per autocompiacimento virtuosistico tipico di chi suona questo strumento, bensì come diretta espressione della band: la sezione ritmica prepara la scena, il tappeto sonoro su cui Bill passeggia e attraversa scenari del cosmo sconosciuto ("Hazy"). Tutto è perfetto in questo primo EP. Tranne la durata. Seguiteli.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - PSYCHIC SUN "Rising Suns and Fallen Angels"


Voto
01. Bombin'
02. Rough Roads
03. Kicking Heads
04. Breathe and Break
05. Mayan
06. Which Way to Go
07. Demons
08. Shooting to Kill
09. Made for You
10. Wanna Be Bad
11. Alchera

Self produced
2014
Website

PSYCHIC SUN - "Rising Suns and Fallen Angels"

Psychic Sun è il nome di una band proveniente da Sydney, Australia. Quattro ragazzi e una ragazza innamorati del sound di Queens of the Stone Age e Fu Manchu, che non dimenticano la lezione fondante dell'hard dei Settanta e mescolano il tutto con una paraculaggine FM alla Dandy Wharols ("Kicking Heads", tanto per citarne una). I nostri vogliono provare a viverci con il mestiere di musicisti e fanno di tutto per incrociare stili che hanno funzionato e funzioneranno per qualche decennio ancora: la voce e la chitarra di Josh Homme ("Rough Roads"), le marzialità Velvettiane ("Mayan"), le dolcezze synth/acustiche à la Sleepy Jackson, altra band australiana di cui c'è più di una traccia trasversale in questo "Rising Suns and Fallen Angels".

Premesso questo, il risultato finale non è affatto male. Il disco scorre piacevole e rimane in testa il giusto tempo per un joint leggero, senza bad trip. Si risente la leggerezza che permeava le prime Desert Sessions, quando il mainstream era tenuto fuori la porta e la scena desert rock viveva il suo momento più genuino. Ovviamente un passo in direzione della sperimentazione, della soluzione originale o della semplice "voglia di stronzeggiare" in sala prove produrrebbe qualcosa di più interessante. Ma tant'è. Gli Psychic Sun vogliono fare bella figura e rimorchiare donne e fan con la musica. Come dargli torto?



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - HOLY SONS "The Fact Facer"


Voto
01. Doomed Myself
02. Line Me Back Up
03. Transparent Powers
04. Selfish Thoughts
05. All Too Free
06. Wax Gets in Your Eyes
07. Life Could Be a Dream
08. Long Days
09. No Self Respect
10. Back Down to the Tombs
11. The Fact Facer

Thrill Jockey
2014
Website

HOLY SONS - "The Fact Facer"

Emil Amos è la figura carismatica che affianca Al Cisneros negli OM. Il suo drumming potente ed evocativo è la misura con cui l'ascolto di "God Is God" e "Advaitic Songs" diventa esperienza mistica, spirituale. Qualcosa che trascende la realtà e ci proietta il mondi altri. Non proprio prossimo a questa visione della musica è il progetto Holy Sons, in cui il nostro salta a piè pari le pelli e si posiziona davanti al microfono con la chitarra a tracolla. Il suono che ne esce fuori è molto più leggero: distorsioni dosate con parsimonia e utilizzo non coatto dell'elettronica. Ballate per piano ed acustica che ci fanno affondare nelle amache della memoria – come potrebbero fare compagni di etichetta come Luke Roberts ("All to Free") – e non ci si risparmiano davanti al languore di alcuni sentimenti come in "Line Me Back Up".

Il mood in alcuni pezzi degli Holy Sons ci riporta a metà anni 90, ma non dalle parti di Seattle, piuttosto nei club fumosi di Bristol, dove giovani Massive Attack, in combutta con il geniaccio di Tricky, fumavano chili di hashish su bassi rallentati fino allo stordimento dei sensi ("Trasparent Power"). Pare che il mezzo sia lo stesso, anche se il risultato è molto diverso. Andando avanti con l'ascolto ce n'è per ogni genere: southern elegante ("Life Could Be a Dream", "No Self Respect"), blaxploitan avantgarde ("Long Days"), doom/grunge sperimentale ("Doomed Myself"). Eppure qualcosa che piace a Dio si trova: "Selfish Thoughts" è sulla via polverosa di Damasco, dove tra corde pizzicate alla maniera berbera emerge un clima ossianico sporcato da tinte noir à la Morphine.
Che sia un semplice divertissement o un progetto in cui il nostro sta puntando espressamente per rilevare la sua visone delle cose, non è dato saperlo. Comunque, alla luce di quanto fatto finora, bisogna riconoscere in Emil una figura non allineata nella storiografia del rock americano. E tanto basta per farci togliere il cappello.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - CLOUDS TASTE SATANIC "To Sleep Beyond the Earth"


Voto
01. To Sleep Beyond the Earth (Parts I & II)
02. To Sleep Beyond the Earth (Parts III & IV)

Kinda Like Music
2014
Website

CLOUDS TASTE SATANIC - "To Sleep Beyond the Earth"

Sembrano a disagio i Cloud Taste Satanic con il minutaggio solito dei supporti. Che siano vinili o CD il tempo a disposizione risulta sempre limitato perché loro, se potessero, suonerebbero lo stesso riff per ore, giorni, mesi o addirittura anni. I quattro tempi che compongono il loro debutto intitolato "To Sleep Beyond the Earth" (titolo che porta in dote due nomi di band a cui si deve molto) sono un monolite alla stessa maniera di "Jerusalem" degli Sleep. Anche se il riferimento risulta inarrivabile (soprattutto in termini legati al contesto storico e alla capacità di pensare un prodotto del genere nel 1999), i nostri non sono affatto dei plagiatori. Hanno assimilato e digerito la lezione ventennale dello stregone del Dorset e alla stessa maniera sono riusciti ad amalgamare la staticità drone/doom con i colori acidi di una psichedelia deviata. Ma non è tutto o, meglio, non è solo ed esclusivamente questo.

La chiave strumentale delle composizioni targate Cloud Taste Satanic permette alleggerimenti inaspettati. Cosa che accade intorno al decimo minuto e magicamente il crogiolo infernale preparato sfuma nei contorni dolci del continente immaginario nominato Australasia. Ma come si sa, è sempre la quiete a presentarsi prima della tempesta. Ancora non siamo usciti a riveder le stelle che subito una mano demoniaca ci riporta negli abissi. E siamo solo al giro di boa. Quello che rimane risulta ancora più ossessivo ed arcigno. Suonano le campane a morto e le chitarre si fanno diafane, ricordandoci che estremismo doom nei mid-Nineties voleva dire anche Earth, band con un giovane Dylan Carlson distorto ed intossicato. Cosa resterà di questi anni 90? I Cloud Taste Satanic danno una risposta in ambito heavy. Menzione particolare per la copertina che riprende un certo connazionale di nome Giotto di Bondone.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - RAIKINAS "(T) R.I.P."


Voto
01. Repetant Liar
02. Tears of Fire
03. Never Return
04. IV
05. (T) R.I.P.
06. Into the Void II
07. Earth Puissance
08. Suspension
09. Soon (Bette Blues)

Electric Valley Records
2014
Website

RAIKINAS - "(T) R.I.P."

Il (T) R.I.P. che ci propongono i Raikinas, dalla Sardegna, è una visione in technicolor di orizzonti sabbiosi e onde psichedeliche. Simili per molti versi alle band della prima ondata di stoner italiana (gli Acajou sono davvero dietro l'angolo), i nostri pestano duro. Anche se non disdegnano di carezzare con passaggi prossimi al grunge ("Earth Puissance", la jazzata "Suspension" e "Never Return", che rievoca il sound dei primi Alice In Chains), l'idea dietro al progetto è di tracciare un continuum sul sentiero aperto da band come Slo Burn, Unida e Queens of the Stone Age, richiamati soprattutto nello stile chitarristico dei bravi Antonio e Marco, autori di riff e solos convincenti.

Quando aumentano i giri del motore e l'urgenza adolescenziale rade al suolo tutto e tutti si hanno i risultati migliori: "Tears of Fire" – che apre il disco dopo una breve intro ambientale – è puro hard stoner alla maniera di Dozer, Lowerider e Demon Cleaner. Roba forte nordeuropea che magicamente rivive nell'espressione degli isolani. Anche la title track strumentale è di forte impatto sonico. Rumori di feed spersi nell'universo impattano con il wall of sound dello Stregone Elettrico e si realizza appieno il Raikinas pensiero: hard stoner mescolato a riff pachidermici.
Se avete il coraggio di pensare ad una danza dei mamuthones, ubriachi e stonati, con un sound heavy psych, allora questi quattro ragazzi di Ossi vi offriranno il gancio giusto per vivere questa visione. Con una bottiglia di Filu 'e ferru in mano, of course.



Eugenio Di Giacomantonio