domenica 17 maggio 2015

New Review | WHITE HILLS "Walks for Motorists"


Voto
01. No Will
02. £SD or USB
03. Wanderlust
04. Lead the Way
05. I, Nomad
06. We Are What You Are
07. Automated City
08. Life Is Upon You
09. Walks For Motorists

Thrill Jockey
2015
Website

WHITE HILLS - "Walks for Motorists"

Il nuovo album dei White Hills inizia come un coro da stadio. Percussioni che incitano alla rivolta e aggressività coatta. Non deve sembrare strano, ma al settimo album in studio (al netto di collaborazioni e album sperimentali pubblicati in CD-R) il gruppo muta parzialmente pelle. Ce ne accorgiamo in "£SD or USB", secondo brano dal titolo micidiale, dove la marzialità pasher tipica dei nostri si sintetizza in ambiente kraut sterilizzato. Le punte di trapano ci sono ancora, ma il flusso è puramente indicato dalla nenia che ripete all'infinito il titolo. Dave W. e Ego Sensation hanno fatto indigestione di Wave fine Settanta/primi Ottanta (la copertina cita direttamente "More Songs About Buildings and Food" dei Talking Heads e la stessa title track posta in chiusura potrebbe essere una loro outtake) ed hanno buttato fuori un disco che sa di nuovo.

L'amore per il sonar lanciato nello spazio dagli Hawkwind tanti anni fa c'è ancora, come si sente da "Lead the Way" e "We Are What You Are", ma c'è una certa prepotenza di synth in passagi come "Automated City" e "I, Nomad". Del resto, tutto nell'universo dei White Hills risulta coerente. Hanno sempre avuto un approccio artistico alla materia musica e nella definizione di questa hanno fatto confluire esperienze al di fuori, come l'interesse per la videoarte e per la pittura. Viene in mente un'altra band che ha operato nella stessa maniera e con risultati simili: Oneida. Allo stesso modo, le due band hanno definito il concetto di psichedelia come qualcosa di diacronico, in continua evoluzione, non ancorato per forza al seme della sua nascita, nei metà Sessanta, ma qualcosa di eternamente dinamico. Come recitano le note del press kit: this is propulsive, open music, surreal to its core but made to inspire people to get out of their seats and move.
Mai parole furono più azzeccate per descrivere il vostro incontro con i White Hills.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ØRESUND SPACE COLLECTIVE "Music for Pogonologists"


Voto
01. Beardlandia
02. Ziggurat of the Beards
03. The Tricophantic Spire
04. Bearded Brothers
05. Remnants of the Barbonaeum
06. Music for Pogonologists
07. Barboconsciousness
08. Portal of Pogonic Progress

Sapphire Records
2014
Website

ØRESUND SPACE COLLECTIVE - "Music for Pogonologists"

Lasciate dietro di voi le ansie e le preoccupazioni. State entrando nel mondo degli Øresund Space Collective, dove lo spazio e il tempo hanno diverso significato e troverete magnifiche gemme di acido sonoro. Il trucco è sempre quello: entrare in sala di registrazione con la mente libera e lasciarsi andare al flusso delle emozioni. Assumete qualunque droga. Vanno bene tutte. Per ognuna, la musica del collettivo (sette persone sette!), troverà il collegamento giusto per farvi vivere un'esperienza primitiva. Otto pezzi, due CD, oltre due ore di musica. Come 10 album di qualsiasi punk band. "Music for Pogonologists" si presenta così: mastodontico e non proprio per tutti i palati, ma chi si avventurerà alla scoperta del monolite troverà grandi soddisfazioni. Come in "Ziggurat of the Beards", dove l'iniziale tappeto gentile va crescendo via via, portandoci dritti ad un finale al cospetto delle porte di Orione. Altre cose sono più delicate e sfiorano quasi l'aritmia jazz ("Bearded Brothers", "Barbooonsciousness") ma il concetto dell'album è qualcosa di prossimo alle scoperte di 35007, Gong, Colour Haze, Grateful Dead, Hawkwind e a tutte quelle band che hanno fatto dell'espressione musicale qualcosa di veramente libro da schemi.

Il problema dell'autocompiacimento e dell'onanismo strumentale è dietro l'angolo, ma gli Øresund Space Collective lo smarcano di lato proprio nella qualità che mettono nella composizione e nel tocco nell'esecuzione. Raramente si è sentito qualcosa di così lungo (la titletrack ha minutaggio di trentaquattro primi e cinquantatre secondi!) che non venga ingrigito dalla noia. Ma così è. Ovviamente qualcosa risulta stereotipato (la sottrazione degli strumenti nel mezzo della composizione) ma è un elemento organico del suonare. È inimmaginabile portare un riff al minutaggio alto senza il saliscendi degli arrangiamenti. E a loro riesce particolarmente bene. Giunti al termine del viaggio, nella capsula della decompressione, emerge spontaneo un quesito marzulliano: "Ma chi diavolo sono questi Pogonoligi? E soprattutto, sono sogni o la nostra vita è un sogno?".



Eugenio Di Giacomantonio

New review | FAKIR THONGS "Habanero"


Voto
01. Storm
02. Habanero
03. Seven
04. Rifle Down Blues
05. Pouring Water
06. Pledge
07. Fakir Jimmy
08. Through the Chimney
09. Nothing Really Happens
10. Domus de Janas

Self produced
2015
Website

FAKIR THONGS - "Habanero"

I Fakir Thongs ci tengono a fare al meglio le proprie cose. Ce ne accorgiamo sin dall'aspetto di "Habanero": confezione digipack con poster interno dove da un lato abbiamo una sexy mangiatrice di fuoco e dall'altro tutti i testi dei brani. Il loro stoner rock è genuino e sanguigno come la terra da dove provengono, l'Emilia Romagna (dato il grande numero di band di questa zona si potrà parlare in futuro di New Wave of Emilia's Heavy Psych) e punta dritto verso l'America, affiancandosi al lavoro che hanno fatto in questi anni gruppi come Fireball Ministry, Dixie Witch e Ironboss, ma non esclusivamente. A tratti emerge la fascinazione verso il crossover dei Novanta con ambienti à la Tool ("Seven" e "Through the Chimney") e qualche reminiscenza grunge, soprattutto nel modo di usare la voce del bravo Alessio Cortelloni.

Ma il concept di "Habanero" è interamente espresso dall'accoppiata energia e sudore: "Pouring Water" con un riff di chitarra in cortocircuito e il ritornello irresistibile, "Storm" che minacciosamente apre il disco e "Nothing Really Happens", che sfida i Queens of the Stone Age sullo stesso campo da gioco. C'è anche il tempo per un finale spensierato, frutto di una jam strumentale, "Domus de Janas", che ci lascia con un velo di malinconia negli occhi, come un abbandono troppo repentino in un momento di totale coinvolgimento. The World is Yours.



Eugenio Di Giacomantonio