giovedì 29 ottobre 2015

New Review | FATSO JETSON / FARFLUNG "Split"



Voto
01. Fatso Jetson - Taking Off Her Head
02. Fatso Jetson - Flesh Trap Blues
03. Farflung - Jettisoned in the Rushes... Phase One
04. Farflung - Igneous Spire

Heavy Psych Sounds Records
2015
Website

FATSO JETSON / FARFLUNG - "Split"

È l'umiltà la qualità migliore dell'individuo. Con umiltà Mario Lalli ha costruito una carriera lunga circa trent'anni. Dagli Across the River fino a Fatso Jetson e Yawning Man, il buon Mario ha prestato il suo talento in maniera silenziosa, costruendo, di fatto, le fondamenta del desert sound. Poi qualcuno ne ha goduto e ci si è arricchito. Non Mario e compagni. Loro continuano a scrivere belle canzoni e a lavorare nel ristorante di famiglia, inaugurato nel 1952. Del resto, di tutto il resto, non gliene può fregare di meno. È ora di tornare in pista con i Fatso con un album nuovo? Bene, ci si chiude in sala e si sfornano 10 pezzi uno più bello dell'altro ("Archaic Volumes", 2010). Moltissime band da tutte le parti del mondo ci invitano per uno split? No problem. Non ci si dà arie da padre fondatori e si dividono i solchi con ammiratori e fratelli di sangue (Fireball Ministry, Herba Mate, Oak's Mary, Yawning Man).

Ultimo in ordine di tempo è questo split con altri born loser eccellenti come i Farflung, band seminale nel dare senso alle parole space rock americano. Due pezzi per band, un lato per ognuno ed il gioco è fatto. "Taking Off Her Head" è di una bellezza incantevole. Un riff à la Brant Bjork (dobbiamo ammetterlo: anche fuori dalle pelli il buon Brant ha il suo stile unico) introduce un pezzo che gronda Desert Sessions e incroci di chitarre micidiali. Mario si mostra incantatore. Sia con la chitarra, sia con la sua voce, che nei ritornelli raggiungono uno spleen che appartiene solo ai Fatso. L'altra gemma, "Flesh Trap Blues", ha un titolo ingannatorio perché col blues ha davvero poco a che fare. Sempre la chitarra è il sound generator. Qui assume fraseggi dark/occult/prog velenosi. Se vi dicessero che è un'outtake dei Sir Lord Baltimore del 1971 ci credereste. Anche se poi, alla fine, tutto brilla nella luce emanata dai Lalli's Brothers, come nel delirio finale.

I Farflung percorrono i loro solchi nella maniera più congeniale: prendi gli Hawkwind e fottili dentro una camera iperbarica kraut. Stavolta la copula è più dolce, ammantata da piccoli tocchi di piano nella prima parte di "Jettisoned in the Rushes... Phase One" e sprofondata nell'hard psych nero ed impenetrabile di "Igneous Spire", dove i motori tornano a ruggire e sembra di sentire in lontananza l'eco di Nik Turner. Good. Dicevamo di come l'umiltà sia la qualità migliore dell'individuo. In senso allargato è l'elemento indispensabile per costruire una reputazione di ferro, soprattutto nel rock. Fanculo a tutti i marchettari da pose social e fisici asciutti. La buona musica si scrive in silenzio, lontano dai riflettori.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PASSOVER "Il lustro del palazzo"


Voto
01. Magnitudo
02. Echo e Delay
03. Tenia
04. Elettrosantopertini (Superfuzz)
05. Cilicio
06. Machete
07. Sail (Bonus Track)

Falena Dischi
2014
Website

PASSOVER - "Il lustro del palazzo"

I Passover sono impregnati fino al midollo della lezione underground/indie italiana dei Novanta. Non quella più longeva di Afterhours e Marlene Kuntz, ma quella più sommersa e prelibata di Fluxus e Six Minute War Madness. Il cantato, in italiano, è ricercato: sonda e trova un buon mix di contenuti e melodie. I sette pezzi di questo primo album edito da Falena Dischi scorrono compatti. Le cose più riuscite sembrano le dilatazioni e i rallentamenti di "Echo e Delay" e "Sail" (in lingua inglese), ma in generale si nota una costruzione della canzone in maniera ortodossa. Riff, ritornello e ponte is the law.

D'altra parte il rock è sempre divertimento e Giorgio, Federico e Daniele hanno scelto la formula migliore per divertirsi: il power trio. Hanno voluto fare le cose per bene, producendosi DIY e coinvolgendo attorno a loro amici e sostenitori. Perfetto. Potrebbero ambire (e crediamo che lo stiano puntando) ad un pubblico rock ad ampio raggio, che coinvolga freak, stonati, metal contaminati e indie rockers di ogni genere. Una volta si poteva dire che il pubblico perfetto per loro era quello di Arezzo Wave, tanto per avere un'idea dell'aria che si respira tra questi solchi, anche se "Machete" è puro stoner Queens of the Stone Age. Menzione speciale per titolo e canzone "Elettrosantopertini (Superfuzz)" e alla santa valvola che vibra nel retrocopertina. Chapeau!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | FROZEN PLANET....1969 "Lost Traveller Chronicles - Volume Two"


Voto
01. The Long Journey Home (Through Glitter, Dust and Debris)
02. Silver-Lined Cloud Lounge
03. Drifting Gently Backwards in Slow Motion While Staring Out Over a Suspended Streaming Mass of Colour
04. No Sight Quite Like Omega Centauri
05. Distant Star Island
06. Corvus to Centaurus
07. Aerial Burial
08. Contact with Control Tower 7 / Where the Brains Are Bigger

Pepper Shaker Records
2015
Website

FROZEN PLANET....1969 - "Lost Traveller Chronicles - Volume Two"

Frozen Planet....1969 sono un trio di stanza tra Sydney e Canberra che ci delizia il palato con questa mezzora abbondante di heavy psych meets instrumental stoner space jam. Difficile dire qualcosa di nuovo a proposito che non sappia di autoreferenzialità o, peggio ancora, di citazionismo, ma i nostri riescono a metterci dentro qualcosa di caratteristico. Sarà quel guizzo assassino della chitarra, sempre in primo piano, sempre killer, sempre modulata tra effetti che la rendono irriconoscibile a tutti gli effetti (!).

I 4 lunghi brani, inframezzati con altrettanti siparietti più brevi, riescono a modulare l'onda lunga di band come 35007, Oresound Space Collective, Colour Haze e Los Natas senza calare nel solco del già sentito. Non c'è quella stratificazione del suono che parte da alcuni elementi per crescere ed arricchirsi nello svolgimento della composizione. Si parte subito dal nocciolo (e questo è un bene) nei pezzi più massivi, ma anche in quelli più riflessivi (e questo è un male). Nel momento in cui si drizzano i peli della schiena nel viaggio cosmico interstellare, il dito brutale del fonico porta a zero i volumi del mixer. Non si capisce bene perché abbiano accostato questi due elementi in contrasto. Forse perché la sintesi è sempre la via migliore per sfuggire al rompimento di balle.

Comunque sia, Lachlan, Paul e Frank ci sanno fare e danno esempio lampante di come debba suonare un trio dedito al sacro culto della jam. Dal vivo, supponiamo, faranno scintille à la Earthless. See you in Italy soon, dudes!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DAVE HEUMANN "Here in the Deep"


Voto
01. Switchback
02. Cloud Mind
03. Ides of Summer
04. Morning Remnants
05. Here in the Deep
06. Greenwood Side
07. Leaves Underfoot
08. Holly King on a Hill
09. Ends of the Earth
10. By Jove

Thrill Jockey Records
2015
Website

DAVE HEUMANN - "Here in the Deep"

A Dave Heumann affiderei il destino dell'intera musica rock dell'avvenire. Il suo tocco speciale, la genuinità dell'artista e non ultimo il suo contributo con gli Arboretum, hanno contribuito a definire una nuova sensibilità espressiva a quello che oggi viene genericamente definito come rock di classe. Attenzione non solo Seventies rock o psychedelic rock, bensì rock a cui hanno dato un'anima e non soltanto ormoni. "Coming Out the Fog", l'ultima fatica degli Arboretum, ci ha portato fuori dalla foschia del bosco, verso le rilassanti rive di un fiume pacifico. Da lì abbiamo rimirato il sole, la luna, le stelle. E nella stessa direzione procede "Here in the Deep": una bucolica contemplazione della natura e del destino degli esseri umani.

La chitarra acustica è l'elemento predominante dell'intero mood del disco e, alla stessa maniera di Jason Simon, titolare dell'emerita ditta Dead Meadow, Dave ha dato voce alle composizioni che in un modo o nell'altro uscivano dal binario della band madre. Nelle punte più alte del disco si ha la sensazione di trovarsi al cospetto di Donovan, tanto è dolce il miele che viene profuso. La strumentale "Leave Underfoot" non è tanto distante dal primo Angelo Branduardi, per esempio. Ma il nostro è cresciuto anche con una valanga di distorsione nell'amplificatore: l'opener "Switchback", insieme a "Ends of the Heart" e "Greenwood Side", ribadisce che le radici non sono state dimenticate, seppur ammorbidite. Qualcosa del genere aveva fatto capolino nella discografia degli Arboretum nelle uscite a lato: "Covered in Leaves" e "A Gourd of Gold" esaltavano la vocazione di Dave a ricercare qualcosa di non convenzionale e ricco di pathos. Il resto naviga verso lidi finora inesplorati.

"Holly King on a Hill" si tinge della porpora mediorientale con quel suo incedere stonato e ammaliante. Molte volte si sentono arrangiamenti che utilizzano synth vintage, di ottantiana memoria, insieme a clarini e archi, come nella leggerissima "Cloud Mind" che sfiora i sensi senza appannarli. Tutto è omogeno, amalgamato ed organico. Per chi ama gli Arboretum, "Here in the Deep" è vivamente consigliato per arricchire la propria discografia nella sezione smoke one joint and relax. Per chi ha bisogno di adrenalina e cafonaggine, tenersi alla larga. Il nostro Dave potrebbe sembrare un vecchio zio rincoglionito.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | SUN RIDER "Fuzz Mountain"


 

Voto
01. Heart of the Sun
02. High Priestess of the Moon
03. Sun Worshipper
04. Free Ride
05. Deep Space Blues
06. Roadking
07. Escape to Fuzz Mountain

Electric Valley Records
2014
Website

SUN RIDER - "Fuzz Mountain"

I Sun Rider da Dordrecht, Olanda, sono un perfetto e riuscito connubio tra l'heavy metal psichedelico degli Orange Goblin e il songwriting Seventies di gruppi come Radio Moscow, Blues Pills e gli ormai defunti Prisma Circus. I sette pezzi di questo "Fuzz Mountain" macinano riff su riff senza cedimenti. Hanno un qualcosa di classico che potrebbe riportare alla mente (e ai gradimenti diffusi) Wolfmother e Rival Sons, se non fosse per l'ugola infuocata di mr. Philippo (!) che con ferocia non fa concessioni alla melodia. I primi tre pezzi sono letteralmente infuocati.

Avete presente la mina che vi è scoppiata in testa al primo ascolto di "Frequencies from Planet Ten"? Bene, i Sun Rider riescono a riproporci la stessa magia. E con "High Priestess of the Moon" ritroviamo un calore ZZ Top a grana fine. Le corde si allentano verso "Deep Space Blues" che, come suggerisce il titolo stesso, è un viaggio al termine dell'universo in bassa battuta. Il finale di "Roadking" e "Escape to Fuzz Mountain" prevede l'ultimo sprazzo di urla ferine e il rituale magico dell'abbandono. Sitar e incenso introducono l'ultima galoppata in perfetto stile chitarristico di Josh Homme e il rito acclamatorio verso la fuzz mountain è concluso. Forse è un po' esagerato ma è coerente che, come dicono le loro note introduttive, Sun Rider actually brings something new to the table.



Eugenio Di Giacomantonio