mercoledì 21 dicembre 2016

New Review | MONSTERNAUT "Monsternaut"


Voto 6
01. Dog Town
02. Back for More
03. Mountain Doom
04. Caravan
05. Black Horizon
06. Volcanos
07. Mean Machine
08. Mexico
09. Dragons

Heavy Psych Sounds Records
2016
Website

MONSTERNAUT - "Monsternaut"

Il biker che scaracchia all'inizio di "Dog Town" prima di accendere la moto è eloquente su dove vogliano andare a parare i Monsternaut: musica sanguigna e incazzata nel migliore stile biker movie anni Settanta. La miscela che alimenta il motore è una buona mescola tra hardcore, Black Flag, Black Sabbath e spirito punk (chi ha detto Fu Manchu?), facendo risultare il viaggio dei nostri una parallela dei King of the Road più conosciuti.

Non si deve cadere mai nella puerile e facile polemica sull'originalità delle composizioni e se il gruppo finnico (di Kerava) sia più o meno ruffiano, dato che il divertimento e la voglia di suonare battono sempre questioni di questo tipo. Quindi lasciamoci andare ad una compatta "Mountain Doom", riuscita ed eccitante come poche altre composizioni sul tema, a "Volcanos" fuzzosa e veloce con un bagno nel whisky motörheadiano e a "Mexico", buona per farsi un joint e perdersi negli effetti space e rallentamenti da THC. I finlandesi hanno la strada spianata davanti a loro: speriamo che la carovana continui il giro attorno al deserto. Attraversando la California, lasciando perdere i Segni della Potenza Infinita che non solo altro che segni di infinito decadimento.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DÄTCHA MANDALA "Anâhata"


Voto 6
01. Misery
02. Mojoy

MRS Red Sound
2016
Website

DÄTCHA MANDALA - "Anâhata"

Il simpatico sette pollici dei Dätcha Mandala, francesi di Bordeaux, vede il classico pezzo per lato nel migliore stile anni Sessanta, con due ipotetiche hit da demandare ai jukebox. Sul lato A abbiamo "Misery" che paradossalmente riporta alla mente l'Elton John dei Settanta con qualche accenno di Muse.

Dall'altro lato una più corposa e southern "Mojoy", quasi uno standard blues deragliante in protuberanze hard ZZ Top meets Wolfmother. Registra e produce rigorosamente in analogico Clive Martin (Queen, Tom Yorke, The Cure, Midnight Oil, Skunk Anansie), produce la MRS Red Sound, ovvero l'etichetta creata dai Mars Red Sky. A voi la scelta di approfondire: la band esiste da sette anni ed ha pubblicato prima di questo sette pollici un paio di EP.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DRUNKEN CROCODILES "Drunken Crocodiles"


Voto 6
01. We Hope
02. Drunken Crocodiles
03. Mate
04. Pillar
05. Tricky Quiet

Auto-prodotto
2016
Website

DRUNKEN CROCODILES - "Drunken Crocodiles"

La voce cavernosa di Elo potrebbe tranne in inganno e far considerare i Drunken Crocodiles di Parma un gruppo sludge tout court. Invece il sottostrato musicale si agita tra classicismi hard che stanno tra Motorhead, Nashville Pussy, Fireball Ministry, Clutch e il primissimo heavy metal dei Settanta.

I cinque pezzi del loro primo omonimo EP di venti minuti circa ci mostrano una band in salute e piena di cattiveria, ma con un cuore: "Mate" e "Tricky Quiet" staccano per un attimo la furia belluina e il pedalino del distorsore, scoprendo un songwriting limpido. Ma la natura essenziale del gruppo sta nelle fangose "Drunken Crocodile", "Pillar" e "We Hope", dove riff over riff demoliscono la resistenza dell'ascoltatore abituato a monoliti come Bongzilla, Weedeater e Iron Bong, i numi tutelari dei nostri ragazzi. Un buon primo episodio che dimostra attaccamento e devozione alla bandiera.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE FREEKS "Shattered"


Voto 8
01. Tiny Pieces
02. Where Did You Go
03. Strange Mind
04. I'm a Mess
05. Uncle Jack's Truck
06. Sylvia
07. There's No Turning Back Now
08. La Tumba
09. Space Bar
10. Fast Forward
11. Ivana
12. Blue Shoes
13. Blow Time Away

Heavy Psych Sounds Records
2016
Website

THE FREEKS - "Shattered"

Orfano di sua immensità Eddie "wah-wah" Glass, Ruben Romano ha tirato i remi in barca e ha chiamato attorno a sé un bel gruppo di amici, mettendo in piedi il progetto The Freeks. Nel primo album la all-stars band comprendeva calibri pesanti come Lorenzo Woodrose (Baby Woodrose), Scott Reeder (Kyuss), John McBain (Monster Magnet), Isaiah Mitchell (Earthless) e il producer Jack Endino, prime mover sul finire degli Ottanta della scena grunge. Come a dimostrare che la reputazione di Mr. Romano poteva permettere di scomodare personaggi importanti, sia per le qualità intrinseche del musicista, sia per la personalità disponibile e umile dimostrata, in antitesi al carattere dominante dell'ex compagno Eddie. Nel nuovo disco "Shattered", la band si è organizzata intorno ad una line-up più stabile, composta da Ruben alla chitarra e voce, Jonathan Hall alla chitarra, Tom Davies (altro rifugiato dei Nebula) al basso, Esteban Chavez alle tastiere e Bob Lee alla batteria. Meno nomi eccellenti ma più compattezza tra prove, studio e concerti.

Il risultato è una band matura che si diverte a scavalcare i generi con scioltezza e divertimento. Ovviamente lo stile dei Nebula emerge massiccio in più di un pezzo, come nell'opener "Tiny Pieces", dove sembra di tornare all'ultimo "Apollo", nella perla "Strange Mind" e in "The Space Bar" (titolo stupendo!) dove lo stile chitarristico di Ruben rasenta il tocco di classe di Eddie, andando a parare tra le derive della cocktail music.

Altre volte il tiro si fa più punk e motorheadiano come nel caso di "Uncle Jack's Truck", brano nel quale il rombo delle dune buggy inietta veleno supersonico nelle vene dei nostri. Interessante la ricorrenza di nomi femminili nei titoli: "Sylvia" è una cavalcata hard space non troppo dolce, "Ivana" è un boogie rock da riff e solos irresistibili, come a pennellare diversi caratteri alle donne cui si riferiscono. Il resto viaggia su altissimi binari tra dilatazioni da assunzioni di LSD come "Fast Forward" e "Blow Time Away" e i piccoli sipari ambientali di "There's No Turning Back Now". Ancora, genuinità e umiltà sono le caratteristiche migliori per far emergere il talento dei musicisti. Avanti così Ruben, per altri cento album!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DRYSEAS "Dryseafication"


Voto 7
01. Into the White Desert
02. Delicious
03. I Won't Make It Out
04. Too Late
05. Rainy Day
06. The Ballad of Lost Reason
07. Dryseafication

Desert Dagos Records
2016
Website

DRYSEAS - "Dryseafication"

"Dryseafication" dei Dryseas ricorda per molti aspetti un album dei Masters of Reality, creatura di Chris Goss abile nel plasmare il suono stoner rock, ma allo stesso tempo puntuale nel prendere le distanze da esso. Come dava lustro e sostanza al suono dei Kyuss, così sperimentava altri generi nella sua creatura. In questo senso, il quartetto romano è una formazione di impronta tipicamente stoner ma con qualcosa di diametralmente opposto, più ampio. Saranno le atmosfere noir di "Too Late" o "Dryseafication", ma il concetto esposto è molto trasversale.

Più di un pegno è pagato verso le melodie grunge, a partire dai Soundgarden fino ad arrivare ai (pericolosissimi) primi Alice In Chains. C'è inoltre qualcosa di romantico e classico che ci fa dimenticare di essere davanti ad una lurida rock'n'roll band (la riuscita "The Ballad of Lost Reason" e l'intro cinematica di "Into the White Desert"). Ovviamente il primo amore (Queens of the Stone Age) non si scorda mai ed esce fuori a gamba tesa in "Delicious". Il timbro della solista di Carlo è debitore dello stile di Josh Homme, ma il risultato finale risulta essere compatto e coerente. Facendo un altro tipo di paragone, è lo stesso viaggio compiuto dagli ultimi QOTSA in cerca di affrancamento dall'etichetta di band heavy psych. Coraggio e determinazione pagheranno ancora. Come sempre.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE INCREDULOUS EYES "Red Shot"


Voto 7
01. Red Army
02. Cherry Brandy
03. Scarlett Wall
04. I Will
05. Thick Grey
06. Left Side
07. Can't Cry
08. Red Situation
09. Crimson
10. I'm Not Your Knight Anymore
11. Unrest
12. Bushido
13. Son of the Sun

Stoic Front Records
2016
Website

THE INCREDULOUS EYES - "Red Shot"

Ha la statura del classico "Red Shot", nuovo disco degli abruzzesi The Incredulous Eyes e prima uscita della Stoic Front Records, nata dalle ceneri della Nova Feedback Records. Ispirato (d)al colore rosso, è un album sanguigno, guidato – come recitano le note di copertina – dalla passione, dal feeling, dal sangue e dall'ego. Lo dimostrano i primi tre pezzi: "Red Army", "Cherry Brandy" e "Scarlett Wall". Dan Sartain è dietro l'angolo e, non arrivando ai due minuti, rappresentano rispettivamente la dolcezza, l'incazzatura e la bellezza. Emerge immediatamente il focus delle intuizioni di Danilo Di Nicola alla chitarra, continuamente al lavoro su trame delicate e rumorose, a contrasto, come derive tra continenti. La sezione ritmica del fratello Claudio alla batteria e del metallico (!!!) Andrea al basso garantiscono una tensione emotiva precisa e puntuale, dove la bellezza è data dall'intenzione dei nostri, prima ancora delle qualità specificatamente tecniche.

Da "I Will" in avanti, il minutaggio dei pezzi diventa canonico e la band si immerge direttamente nell'humus che nutre l'album, fatto di influenze beatamente buckleyane ("Can't Cry" fa piangere a dispetto del titolo, la dolcissima "Son of the Sun" nel finale), riff post rock al vetriolo ("Red Situation", "Thick Grey", "Crimson") e veri e propri piccoli gioielli retrò come "I'm Not Your Knight Anymore", dove gli Incredulous Eyes mostrano le carte per diventare, come si diceva in apertura, dei classici del ventunesimo secolo. C'è lo spazio anche per piccole sorprese come la trasversale "Unrest" (seppur breve deragliamento dai binari, risulta del tutto coerente) e "Bushido", che à la Man or Astro-man? surfa le onde del mare di Roseto degli Abruzzi dopo un'indigestione di porchetta.
We need a red shoot to push these things to a definitive influence on your life. Chi non ne ha bisogno?



Eugenio Di Giacomantonio

lunedì 7 novembre 2016

New Review | CLOUDS TASTE SATANIC - "Dawn of the Satanic Age"



Voto 7
01. Enthroned
02. We Die We Live
03. Retribution
04. The Brocken
05. Just Another Animal
06. Demon Among the Stars

Kinda Like Music
2016
Website

CLOUDS TASTE SATANIC - "Dawn of the Satanic Age"

Epico è il giusto termine per descrivere "Dawn of the Satanic Age", nuovo album dei newyorkesi Clouds Taste Satanic. Appena scesa la puntina sul bel disco splatter rosso/verde siamo davvero davanti al fuoco di un sole nascente dagli Inferi: marce tribali rallentate, chitarre ultra distorte e una sensazione diffusa di condanna al peggiore girone dantesco. Sintesi concettuale di quello che ci aspetta se vincerà Trump alle prossime elezioni americane o esplorazione delle intricate e complesse relazioni umane del nostro tempo oscuro, non è dato sapere. Ma Scavuzzo, Bay, Weintraub e Acampora hanno costruito un disco dal fascino tetro, dominante e abominevole. Convogliando il tutto in una soluzione strumentale dal grande fascino evocativo.

Si parte con "Enthroned" e la mente si rivolge ad un incrocio fantastico tra i Manowar rallentati e i mai troppo compianti Reverend Bizarre. Altissima dose di furore vichingo, insomma. Il trait d'union con la successiva "We Die We Live" (Electric Wizard sì, ma con parsimonia) è il solo di chitarra a cavallo tra i due pezzi. Una trovata bella e riuscita. Chiude la facciata "Retribution", che richiama vecchi istigatori alla trance doomotica, ovvero gli Sleep, numi tutelari dei Clouds Taste Satanic nelle prime due uscite e che qui riemergono soltanto a corollario.
Girata la facciata ritorna lo stile di Matt Pike, questa volta con l'altra sua creatura, gli High On Fire. Anche se "The Brocken" mostra qualche contaminazione altra che sposta il focus verso l'armonia e il tocco di classe, oltre che puntare alla furia belluina. "Just Another Animal" e "Demon Among the Stars" chiudono il concept verso il buio più tetro, partendo dai padri fondatori Black Sabbath ed arrivando al terzo canto dell'Inferno di Dante, citato all'interno della copertina. "Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina podestate, la somma sapienza e 'l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate". Mai parole furono più azzeccate.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | FATSO JETSON - "Idle Hands"


Voto 8
01. Wire Wheels and Robots
02. Portoguese Dream
03. Royal Family
04. Nervous Eater
05. Seroquel
06. Idle Hands
07. Last of the Good Times
08. Then and Now
09. The Vincent Letter
10. 48 Hours
11. Dream Homes

Heavy Psych Sounds Records
2016
Website

FATSO JETSON - "Idle Hands"

I Fatso Jetson sono una grande famiglia. Adesso nel vero senso della parola, dato che il buon vecchio Mario Lalli ha piazzato in pianta stabile suo figlio Dino alla seconda chitarra. Il ragazzo ha preso molto dal padre, soprattutto il modo di elaborare un suono e uno stile chitarristico che non trovano eguali. Le canzoni seguono sempre quell'amabile andamento scanzonato e gioioso. Come "Royal Family", appunto, che ci fa tornare alla mente la meglio gioventù delle Desert Sessions, quando un joint ed il piacere di stare tra amici erano motivi di divertimento. Ma è sempre il registro stilistico dei Fatso a dettare legge, come nella bellissima e groovotica "Wire Wheels and Robots", opener che vive di una tensione costante. A detta dell'autore, "Idle Hands" è stato un album difficile da concepire e partorire, pensato e composto in un momento duro della propria vita, in cui solo alcuni buoni amici (Mathias Schneeberger, produttore del disco) e i famigliari (il già citato Dino e la figlia Olive Zoe, che canta in metà delle tracce) sono riusciti a non far rimanere con le mani in mano la più grande pietra portante di quello che oggi conosciamo come desert rock.

In altre occasioni, qualche sorpresa fa capolino nel magma crudele e delizioso, come in "Seroquel" (yawningiana nel midollo, d'altronde gli Yawning Man restano l'altro gruppo di Mario) e nel semi spoken world ubriaco e molesto di "Portuguese Dream", che vede alla voce il primo ospite della parata, Sean Wheeler. Il resto procede tra altissimi livelli espressivi e nell'identità originale creata dai nostri con le bermuda da surfer ("Then and Now"), i capelli lunghi da freak ("48 Hours") e il giubotto di pelle da punk robotico ("Last of the Good Times"). Sembra che i Fatso Jetson si siano accasati in Italia (pubblica la Heavy Psych Sounds Records di Roma) a giudicare dall'amore, ricambiato, che il nostro paese dedica a questa bella grande famiglia. D'altra parte ben più di un elemento fa pensare che soltanto casualmente i Lalli si siano trovati a vivere in America: il sangue di Mario vibra per il Belpaese.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE GOLDEN GRASS + KILLER BOOGIE + WILD EYES + BANQUET - "4 Way Split #2"


Voto: 7
01. The Golden Grass - Livin' Ain't Easy
02. The Golden Grass - Flashing Out of Sight
03. The Golden Grass - Hot Smoke & Sasafrass
04. Killer Boogie - You Will Be Mine
05. Killer Boogie - Make Another Ride
06. Killer Boogie - The Thunder
07. Wild Eyes S.F. - Long Time No See
08. Wild Eyes S.F. - Gator Shaker
09. Wild Eyes S.F. - Hot Sand
10. Banquet - Seven Sisters
11. Banquet - Starmaker
12. Banquet - Runnin by Baby Huey

Heavy Psych Sounds Records
2016
Website

THE GOLDEN GRASS + KILLER BOOGIE + WILD EYES + BANQUET - "4 Way Split #2"

Four of a kind. Un bel poker d'assi per l'heavy psych. Gabriele Fiori, deux ex machina della Heavy Psych Sounds Records, ha pensato bene di dare un'occhiata nel continente americano per scoprire quali nuovi gruppi stessero masticando il verbo e ha riunito tre band, tutte edite con album veri e propri dalla stessa etichetta ad eccezione dei Golden Grass, sotto un bel double album a cui ci ha aggiunto i suoi Killer Boogie.

Il piatto si apre con la prima facciata dedicata ai Golden Grass, formazione che vede dietro le pelli Adam Otracina ed è tutto un fiorire di hard/glam rock come non se ne sentiva da tempo. Vengono alla mente Gran Funk Railroad, Kiss, Budgie e tutta una pletora di fenomeni pronti a divertirsi all night long sentendo quegli uh-uh-uh! nei coretti e quei riff secchi come rossetti marci. Ottimi e scanzonati: menzione speciale per l'ultima canzone del tris, "Hot Smoke & Sasafrass", in cui spunta fuori un'azzeccatissimo flauto. Girando il lato ecco i Killer Boogie, power trio molto più diretto dell'altra band di Gabriele, i Black Rainbows, a cui sono stati sottratte le oscillazioni space a favore di un'iniezione proteinica di Seventies hard. I pezzi risultano più concentrati e tirati: lo stile chitarristico emerge con prepotenza, soprattutto nei solos, acidi e fuzzati. La band ha macinato tanti concerti e i tre brani sembrano proprio come un bootleg dei Blue Cheer, quando ancora si calavano l'acido.

Con i Wild Eyes siamo di fronte ad un totem. La band più bella, riuscita e ruspante di blues psych rock che possiate trovare oggi in circolazione, al pari dei compagni europei Blues Pills. Ma qui c'è una foga maggiore. "Long Time No See", "Gator Shaker" e "Hot Sand" sono tre gemme che ridefiniscono il genere dalle fondamenta, rendendolo attuale. Sarà per la potente voce di Janiece Gonzalez che carica i pezzi di fuoco, sarà per la chitarra di Chris Corona, semplice eppur geniale, o per la sezione ritmica che vede presente un certo Carson Binks, principe delle migliori band heavy blues da un decennio a questa parte (Dzjenghis Khan e Parchman Farm), ma il quartetto non sbaglia un pezzo. Recuperate gli album: è un ordine! Gli ultimi del poker sono i giovani Banquet, da San Francisco, California. Loro si giocano la carta della cafonaggine (ci piace!) e i loro tre pezzi sono irrobustiti da chitarre metal. Non ovviamente quello dei Sepultura o dei Manowar, bensì certo primissimo heavy metal dei Settanta di band come Judas Priest, Saxon e UFO, dove l'hard si andava ispessendo, le chitarre si sdoppiavano e le voci iniziavano a tendere verso l'alto. I primi due brani superano i cinque minuti e vivono di movimenti complessi seppur godibilissimi; la finale "Runnin by Baby Huey", invece, allenta la corsa e si stampa nella memoria con un giro di puro hard americano.

Per chi conosce i quattro gruppi in questione, questo split si presenta come un gradito e importante approfondimento, anche perché i pezzi sono tutti inediti. Per gli altri, risulta essere una deliziosa introduzione sullo stato attuale dell'heavy psych a cavallo tra i due continenti.



Eugenio Di Giacomantonio

domenica 25 settembre 2016

New Review | TEVERTS "Towards the Red Skies"


Voto
01. Control
02. Toward The Red Skies
03. Charles Dexter Ward
04. Two Coins In The Eyes
05. Shine
06. The Sanctuary

Karma Conspiracy Records
2016
Website

TEVERTS - "Towards the Red Skies"

Dal riff roccioso che introduce "Control", primo pezzo del nuovo album "Towards the Red Skies", si intuisce che i Teverts hanno fatto un bel passo avanti rispetto all'esordio del 2012 "Thin Line Between Love & Hate". I ragazzi hanno suonato molto dal vivo e l'affiatamento è migliorato; inoltre il songwriting di Phil (voce e chitarra) pesca a piene mani da tutte le band che lo hanno influenzato, non solo in campo stoner, ed il risultato è una scrittura fresca ed efficace.

"Control" apre le danze e si rifà ai primi Orange Goblin con Wino alla voce e chitarra, per poi scendere negli abissi infernali con finale rallentato e fangoso. La title track propone materia desertica nello stile reso immortale dagli Unida, dove i solos di wah wah lanciano la sfida alle voci su chi possa produrre più acid trips. "Charles Dexter Ward" rappresenta la prima sorpresa in termini doom: Saint Vitus, Trouble, Candlemass e tutta la schiera delle prime band che riesumarono il verbo sabbathiano negli Ottanta, vengono chiamate in causa sia nella scelta estetica (certi suoni hanno un marchio di fabbrica) che in quella esecutiva.

"Two Coins on the Eyes" (titolo stupendo!) riprende il filo di "Control" con i suoi tre minuti scarsi ed è una lezione di cattiveria su come debba essere un pezzo high energy stoner 'n roll. "Shine" offre il gancio a contaminazioni tooliane, con la parte centrale di voci sussurrate, bassi protagonisti e ritmi tribali delle percussioni: un gradito intermezzo prima della conclusiva "The Sancuary", dove la chitarra torna leader con un rifferama e un ritornello che richiamano i Cathedral a cavallo tra rinascita supernaturale e carovane della redenzione.
La personalissima via intrapresa dai Teverts offre buoni spunti su cosa sia la musica pesante, heavy e psichedelica nel secondo decennio degli anni Duemila: non ortodossia tout cort, bensì materia vulnerabile alle contaminazioni.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PATER NEMBROT "Nusun"


Voto
01. Lostman
02. Stitch
03. Architeuthis
04. Young Rite
05. El Duende
06. Overwhelmed
07. Uknap
08. The Rich Kids of Teheran
09. Dead Polygon

Go Down Records
2016
Website

PATER NEMBROT - "Nusun"

Dopo il bellissimo "Extended Pyramid" ci si aspettava qualcosa di grosso. Con quell'EP i Pater Nembrot hanno allargato il loro modo di esprimersi, affrancandosi definitivamente da band kyussiana e facendo proprio il concetto di musica espansa. Nel mentre, è entrata in formazione Ramona come seconda chitarra, dando alla band uno spessore granitico nello scolpire quel muro di suono tanto caro ai nostri. Il nuovo album "Nusun" parte proprio come un viaggio o un film: lievi tocchi di piano (suonato dal primo ospite della partita, Petra Wallace) introducono come titoli di testa una trama fatta di viaggi interstellari mescolati agli aromi del deserto.

C'è il desiderio di fare crescere e sviluppare i pezzi senza condizionamenti, bilanciando le dinamiche interne con la ripetizione, non sempre spiccicata, del riff portante. "The Rich Kids of Teheran", "El Duende" e "Architeuthis" oltrepassano gli 8 minuti e risultano essere, oltre ai più compositi, i brani migliori. All'interno, fraseggi di chitarra, spunti armonici e inserti di synth (Chris Peters e Piotre Benton) si alternano organicamente creando una relazione con l'ascoltatore dove si realizza l'alleggerimento dello spazio/tempo. Merito soprattutto del cantante/chitarrista Filippo Leonardi, capace di essere creativo e originale con pochi elementi, fuori dalla logica del funambolismo a tutti i costi. Quando il dono della sintesi prende il sopravvento, si realizzano altri piccoli gioielli come "Young Rite" (bell'espressione a metà strada tra Yawning Man e Dead Meadow) e "Dead Polygon", titoli di coda, questa volta affidati alla chitarra acustica.

Alla fine del viaggio rimangono gli echi di una musica genuina e speciale insieme. La musica tuot court, non solo quella heavy psych e altresì quella italiana, è stata arricchita da un piccolo gioiello che ci auguriamo verrà ricordato tra quaranta anni come oggi noi ricordiamo i lavori degli anni Settanta.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | IZŌ "Izō"


Voto
01. Izō (Intro)
02. We Are What We Are
03. Hikikomori
04. Kikusai
05. EuTONEsia
06. MudMut (Outro)

Acid Cosmonauts Records
2016
Website

IZŌ - "Izō"

I pugliesi Izō mostrano un amore sincero nei confronti della cultura tradizionale giapponese, oltre che nei riff mastodontici sorretti da una base ritmica impressionante. Maurizio, Paolo, Francesco e Luca hanno imbracciato gli strumenti – in questo caso due chitarre, un basso e una batteria – e hanno costruito uno dei concept album di stoner strumentale più interessanti del 2016. Lasciate stare chi cerca lo status di band di culto affannandosi sui social: qui ci sono quattro ragazzi seri, umili, concentrati sulla creazione di qualcosa di importante e di unico.

La bellezza è nascosta nei dettagli. Come nella distorsione che rompe i primi quattro minuti di dolcezze di "Kikusai", distribuendo nell'aria una quantità di riff micidiali e brutali come solo un Matt Pike potrebbe fare. O come gli arpeggi tooliani sparsi un po' ovunque che ci portano dentro la massa nera come la pece dell'universo delle emozioni umane. Spunti riflessivi creati apposta per esasperare il contrasto con il "forte" della trama sludge. Ma la potenza è nulla senza controllo, come recitava un riuscito payoff di qualche tempo fa. Ecco quindi la dichiarazione di sapere esattamente dove andare e saper conoscere i propri mezzi di "We Are What We Are", bella composizione ultrasatura dove le linee melodiche si intrecciano in maniera quasi barocca, donando al brano una leggerezza inaspettata. Monkey 3, Karma to Burn, 35007, Monomyth e Pelican masticati e risputati in magma incandescente. Bellissimo.

I ragazzi della Acid Cosmonauts ci hanno abituato a delle uscite di pregio. Con l'omonimo primo album degli Izō la traccia è perseguita e confermata. Avanti così.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PRE-COG IN THE BUNKER "Pre-Cog in the Bunker"


Voto
01. Pre-Cog in the Bunker
02. No Size Girl
03. Crime Scene Cleaner
04. Dissolvences
05. In My Time of Dying
06. Drones
07. The Burning Land
08. To Berlin

Autoprodotto
2015
Website

PRE-COG IN THE BUNKER - "Pre-Cog in the Bunker"

Antonello e Miriam sono una coppia nella vita e nella musica. Sicuramente quando si guardano negli occhi si capiscono al volo. Così come quando suonano gli strumenti: si capiscono al volo. Con il moniker di Pre-Cog in the Bunker hanno pubblicato un bel disco di otto pezzi (che non supera la mezzora di musica, nella tradizione old school di fallo bene e fallo in fretta) di chitarra, batteria e due voci. È bene dichiararlo subito: fanno un casino della madonna. Ma non solo.

"No Size Girl" è squisita nella linea melodica e nel ritornello cantato insieme. Vengono in mente molti duo nella tradizione del rock, partendo da The Kills e Black Keys ed arrivando pian piano alle nostre Motorama. Ma sembra che il concetto di "band simile a" stia abbastanza stretto ai nostri. Vuoi perché decenni di ascolti hanno influenzato il songwriting di Antonello in maniera così radicale che i timbri possono essere scanzonati ("Dissolvences", "Drones"), noir ("Crime Scene Cleaner", "The Burning Land") o hard/punk (la titletrack, "To Berlin"); vuoi perché Miriam suona la batteria talmente divertita e di pancia che i Pre-Cog in the Bunker costituiscono un universo a parte, un piccolo miracolo.
C'è una genuinità e una trasparenza che ci fa innamorare di loro. Chiamateli a suonare nei vostri club. Vi troverete subito a contatto con persone di cuore.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | FARFLUNG "5"


Voto
01. Hive
02. Proterozoic
03. 044MZP
04. The 27th Sun
05. Lupine
06. Being Boiled
07. We Are 'E'
08. Jimmy
09. The Retreat

Heavy Psych Sounds Records
2016
Website

FARFLUNG - "5"

Una delle più belle e riuscite incarnazioni del verbo Hawkwindiano sono i Farflung, band attiva dal lontano 1992 e in grado di pubblicare un disco più bello dell'altro. Corteggiati dalla nostrana Heavy Psych Sounds Records che dal 2012 invita la band per split album di prestigio (ricordiamo quello dell'anno scorso con i Fatso Jetson), pubblicano quest'anno un lavoro completo a proprio nome, cosa che non accadeva dal 2008 con "A Wound in Eternity", segno che i ragazzi, oltre ad essere attanagliati da una creativa indolenza, pubblicano solo quando hanno voglia di farlo. "Proterozoic" sicuramente ha qualcosa da dire ad un certo Josh Homme, che viene sfidato nel suo stesso rifframa, ma in maniera più scanzonata, come dei redivivi Man or Astro-Man? applicati alle espansioni della psichedelia.

Lo stesso odore di Desert Sessions si sente in "044MPZ" e "We Are 'E'" dove, nella prima, una coda acustica rievoca la sensazione di jam registrata e, nella seconda, la voce cibernetica ricorda il cazzeggio che circolava in quei giorni al Rancho de la Luna, ma anche certi ultimissimi White Hills robotizzati. Altro stile compositivo risulta essere lo space rock tout court di brani come "27th Sun", "Dismal Jimmy" e "The Retreat": qui il ritmo rallenta con battiti sotto la soglia di vita riuscendo a far provare all'ascoltatore fughe escapiste senza bisogno di additivi esterni. Ma tutti i pezzi alla fine riescono in quest'intento, grazie anche agli innesti massivi di synth che donano alle composizioni una leggerezza antigravitazionale.

Insieme a Fatso Jetson, Yawning Man, Earth e Goatsnake, i Farflung sono una di quelle band genuine e preziose che stanno riscrivendo da un quarto di secolo il verbo della musica heavy psych. Raccogliendo meno di colleghi noti, ma con una dignità artistica molto superiore.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | YAWNING MAN "Live at Maximum Festival"


Voto
01. Rock Formations
02. Far Off Adventures
03. Stoney Lonesome
04. Perpetual Oyster
05. Manolete
06. Ground Swell
07. Dark Meet

Go Down Records
2016
Website

YAWNING MAN - "Live at Maximum Festival"

Hanno fatto bene i ragazzi della Go Down Records (Leo e Max, che si sbattono per promuovere il verbo heavy/desert/psych/garage nella penisola) a dare alle stampe il live degli Yawning Man al Maximum Festival del 2013. Quest'anno il fest è arrivato all'ottava edizione e il palco nel tempo ha ospitato Ufomammut, Gorilla, OJM, The Bellrays, Nebula, Brant Bjork, Namm e molti altri, segno di una direzione artistica puntata sull'asse della qualità. Il disco in questione è stato registrato in presa diretta nel corso della sesta edizione, quella del 2013, e ci mostra una band in stato di grazia.

Per chi non ne fosse a conoscenza (in tal caso avete sbagliato sito), gli Yawning Man sono il gruppo di Gary Arce, artista fondamentale nel piantare i semi della desert music nella metà degli anni Ottanta, insieme ad uno sbarbato Mario Lalli (Fatso Jetson), al fedele Alfredo Hernandez (Kyuss, Ché) dietro le pelli ed al fratello di Mario, Larry Lalli. Talmente imprescindibili che gli stessi Kyuss tributarono loro il giusto riconoscimento rifacendo "Catamaran" (prima di allora mai incisa, se non in qualche bootleg durante i generator party) nell'ultimo album, "...And the Circus Leaves Town". Negli anni il buon Gary non ha lesinato il suo stile in progetti bellissimi e sconosciuti (Yawning Sons, Dark Tooth Encounter e gli ultimissimi Zun, con un certo John Garcia alla voce: vi dice qualcosa?) ma è quando si esprime negli Yawning Man che si ottengono musiche celestiali.

Il set parte con "Rock Formations", titolo e brano d'apertura del loro disco d'esordio e si procede con l'acceleratore premuto di "Stoney Lonesome". Poi, l'incanto. La parte centrale si liquefa nelle stupende, assolate, pigre e sorridenti "Perpetual Oyster" e "Manolete", composizioni talmente organiche e ben assemblate da sembrare una suite ispirata a dune, cactus e tramonti di Palm Desert. "Ground Swell", dal secondo e ultimo album "Nomadic Pursuits", dà gas al motore e si sentono le bordate del vecchio Marione al basso. Il pubblico gradisce e urla contento. Il finale di "Dark Meet" riprende il filo rilassato della parte centrale dello show, facendo perdere tutti gli astanti in una visione onirica delle loro fantasie erotiche.
Per chi non ha assistito, giusto e doveroso compendio. La prossima volta che suoneranno in Europa, un unico dovere: raggiungerli e vivere con loro questa relazione, questa grazia.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ZIPPO "After Us"


Voto
01. Low Song
02. After Us
03. Comatose
04. Familiar Roads
05. Adrift (Yet Alive)
06. Stage 6
07. Summer Black
08. The Leftovers

Apocalyptic Witchcraft
2016
Website

ZIPPO - "After Us"

Con "After Us" gli abruzzesi Zippo hanno operato una sintesi nel loro processo compositivo. Tralasciate le arie semi progressive (ma non prog, attenzione!) del precedente "Maktub" e riaggiornata la line-up al nucleo primordiale di Dave, Sergente, Stonino e Ferico, i nostri sono andati dritti al punto. Hanno abbandonato una certa cervelloticità nel rifframa e si sono lasciati andare, in maniera consapevole, al normale flusso delle emozioni. Il risultato sono otto pezzi sciolti che vanno giù come un buon scotch invecchiato bene. A pensarci bene, sono tornate le atmosfere speciali di "Ode to Maximum", quando era tutto ancora da scrivere e da percorrere: tornare all'inizio può essere il segno di una maturità conquistata se, come dicono i grandi, bisogna imparare per poi dimenticare... o altrimenti rispolverare il centro dell'ispirazione più genuina e tagliare tutti gli accessori che ci sono cresciuti, con il tempo, volendo o meno, attorno.

Nel mentre non bisogna dimenticare la nascita degli Shores of Null, che ha visto impegnato Dave alle vocals e così anche quell'esperienza rientra, filtrata ed arricchita, in questo nuovo album. Che si tratti di passaggi morbidi ed emotivi ("Stage 6", "Familiar Roads") o quando si vuole far ruggire il leone in gabbia ("Adrift"), i nostri danno segno che la loro cifra stilistica è precisa. Anni di ascolti tangenziali e condivisi di band come Tool, Soundgarden (più di una intuizione deve il buon Sergente allo spirito coatto di Kim Thayil!), Church of Misery, Acrimony e un centinaio di altri gruppi a cavallo tra metal, psichedelia e crossover, hanno generato un ibrido di musica hard & heavy che può piacere sia ai nostalgici del Seventies sound, sia a chi è in botta con le nuove sonorità.

"Summer Black" è esemplare nel modo di coniugare velocità, impatto e modernità. L'iniziale "Low Song" è pura vertigine slowcore, "Comatose" un insulto sputato in faccia. Ma la cosa migliore risulta la conclusiva "The Leftovers": un mammut ambientale che non lascia respiro. Tra declamazioni psicotiche alla Till Lindemann e carezze di Sergio Pomante al sassofono, il brano si alza pian piano e cessa di botto, come per lasciare il finale aperto, fluttuare nell'antimateria... La strada verso la conoscenza è ancora lunga da percorrere, ma qui cerchiamo e troviamo solide certezze.



Eugenio Di Giacomantonio

giovedì 23 giugno 2016

New Review | ITERATION "Moving Along X-Axis"


Voto: 8
01. Take One
02. X Stands for Time
03. Of Course
04. Polsen
05. Pulsar

Autoprodotto
2016
Website

ITERATION - "Moving Along X-Axis"

Gli Iteration hanno una visione della loro musica. Sanno perfettamente quale registro stilistico adottare per esprimere al meglio la propria mappa emotiva. Sia nostalgia, passione, rabbia, trovano il modo giusto per parlarci con gli strumenti, senza voce, in un oceano di stratificazioni più post rock che spaziali, ma non solo... C'è qualcosa in più. Prendiamo "X Stands for Time": un incrocio magico tra Mogwai, Tool (nel trasmettere una certa suspense) e disincantati passaggi ambientali che non fanno a meno di restituirci uno spirito kraut rock primitivo. Nella successiva "Of Course" si ha la netta sensazione che ai nostri piace lavorare per addizione più che per sottrazione.

Qualcosa viene piantato nello spazio in punta di piedi; per attrazione gravitazionale le orbite raccolgono stralci minimi di armonie che pian piano consolidano il microcosmo. Viene in mente un'altra band abruzzese che ragiona e parla allo stesso modo: The Whirlings, con la differenza che, dove loro innalzavano onde psichedeliche, qui c'è una certa rilassatezza "post" niente male. Attenzione però. Questo non vuol dire che le chitarre spariscono, anzi. Tagliano l’aria con fendenti precisi e mortali. Come nella conclusiva "Pulsar", dove la lezione della gioventù sonica non viene dimenticata, per poi adagiarsi in andirivieni melanconici messi lì proprio per esaltare il contrasto tra le materie diverse. In questi casi si dice musica cinematica. Bene. Una musica da film dell'immaginazione.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - THE WORST HORSE "The Worst Horse EP"


Voto: 7
01. Big Top
02. Grimorium
03. Leatherface
04. Dawn
05. Mount

Autoprodotto
2015
Website

THE WORST HORSE - "The Worst Horse EP"

The Worst Horse è un cavallo zombie impazzito e trucido. È il moniker dietro al quale si celano quattro brutti ceffi di Milano che hanno fatto dell'orgoglio redneck il loro punto di comando (nella musica, perché a vederli David, Francesco, Pietro e Omar sembrano quattro modern dandy). Il sound che esce fuori dalle casse è quanto di più zozzo ha transitato nelle vostre orecchie: Sourvein, Fireball Ministrry, Orange Goblin, Loudmouth e qualcosa di classico come AC/DC e The Cult ("Grimorium" sembra una outtake di "Sonic Temple").

Come dire, la palude della Louisiana con un'ottica Seventies rock. Troppo poco cinque pezzi per avere un visione completa e a lungo termine del progetto, ma questi venti minuti ci dimostrano che i ragazzi sono intenzionati a lasciare una traccia, non solo nel mondo stoner o giù di lì ("Dawn" appare inaspettatamente fruibile in senso alternative rock a maglie larghe, come la conclusiva "Mount") e la band non sfigura davanti a nomi quali Isaak e Oak's Mary (a proposito, che fine hanno fatto?) nel modo di intendere il rock in maniera sostanziosa, ipervitaminica e senza compromessi. Ampli a manetta e chitarre maltrattate: this is the law.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | JOHN HOLLAND EXPERIENCE "John Holland Experience"


Voto: 7
01. Intro
02. Malvagio
03. Elicottero
04. Revival
05. Canzone d'amore
06. Festa pesta
07. Tieni botta
08. Ti piace

Taxi Driver / Electric Valley Records
2016
Website

JOHN HOLLAND EXPERIENCE - "John Holland Experience"

Viene da pensare più ai Marlene Kuntz (quegli degli anni 90, per intenderci) che ai Queens of the Stone Age inserendo nel lettore il disco dei John Holland Experience. Non tanto per il cantato o per i titoli, anche se "Festa pesta" è un gancio scoperto, quanto per il trattamento della materia sonica. Vero è che gli ascolti di certo stoner forzuto stile Clutch, Fireball Ministry, Solarized e Five Horse Johnson emerge in maniera più o meno latente, ma altrettanto vero è che la composizione dei pezzi è sostenuta da travi regolamentari come strofa/ritornello/ponte/strofa che portano appunto ad indirizzi alternative rock evidenti.

La tradizione italiana è tracciata sul solco di alcune brillanti heavy band in materia – Fluxus per primi, ma non dimentichiamo Matra, Verdena (odiatissimi!) e gli archetipi Disciplinatha – che hanno tentato di risciaquar in Arno i precetti del rock inglese ed americano. I nostri John Holland Experience da Cuneo (è un caso?) riescono ad inserirsi nel mucchio con un appeal scanzonato e perciò riuscitissimo. "Canzone d'amore", "Elicottero" e "Malvagio" mettono a segno dei punti importanti in direzione rock a presa diretta: Francesco , Simone ed Alex sanno suonare e hanno maturato il giusto feeling, ciò risulta evidente. Sul finire di "Tieni botta" arriva l'unica concessione allo stoner desertico e psichedelico con mammut riff, mentre la conclusiva "Ti piace" pare uscire dalla penna di Neil Fallon, tanto è circolare e blues addicted.
Sette pezzi più intro in una mezzoretta scarsa di musica: bene così, bisogna aver anche il dono della sintesi.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | IMAAD WASIF "Strange Hexes"


Voto: 7
01. Wanderlusting
02. Unveiling
03. Halcyon
04. Oceanic
05. Spell
06. Seventh Sign
07. The Oracle
08. Cloudlines
09. Lesser Banshee
10. Abyss

World In Sound
2016
Website

IMAAD WASIF - "Strange Hexes"

Imaad Wasif è un cantante e chitarrista nato a Vancouver ed attivo nel circuito underground losangelino come compositore e turnista (sua è la chitarra acustica, il basso e i synth nel tour 2006/2007 degli Yeah Yeah Yeahs). Nella sua discografia si contano un album omonimo, intimo ed acustico, edito da Kill Rock Stars nel 2006, un secondo album del 2007, "Strange Hexes", di cui ci occupiamo qui (ristampato per l'occasione dalla World In Sound), e un terzo album via Tee Pee Records del 2010 intitolato "The Voidist". Imaad è un artista e si sente, con una sensibilità tra il Syd Barrett degli album solisti e il Jason Simon (cantante e chitarrista dei favolosi Dead Meadow) più melodico.

In quest'occasione il suono è di una vera e propria band, i Two Part Beast, ossia Bobb Bruno al basso e Adam Garcia alla batteria, i quali donano un felling più compatto e maggiormente compatibile con le intenzioni dell'autore di realizzare un album compiutamente rock. Alcune volte si toccano delle corde emotive struggenti ("Seventh Sign", "Spell"), altre il pedalino del fuzz ringhia e sbruffa ("Unveiling", "Cloudlines", "Halcyon") portandoci nei dintorni di Arbouretum, Dead Meadow e Pontiak. Pastoralità e buon gusto compositivo: questo è in sintesi il concetto che ci trasferisce il disco, risultando un buon punto di contatto tra le asperità psichedeliche e l'urgenza di comunicare il proprio universo interiore. Da seguire come si seguono le personalità brillanti capaci di fare tutto e il contrario di tutto. Inequivocabilmente libere.



Eugenio Di Giacomantonio

New review | SPACE PARANOIDS "The Eternal Rambler"


Voto 8
01. Ave Roche
02. Green Ride
03. Heretical Rambler
04. Shaman Horse Drum
05. Boletus Satanas
06. Galaverna
07. Call of the Wild
08. Post-Avalanche Avenue
09. Upon the King of Stone

Edison Box / Vollmer Industries / Tadca / Scatti Vorticosi Records
2015
Website

SPACE PARANOIDS - "The Eternal Rambler"

"The Eternal Rambler" inizia con un canto sciamanico degno di Jim Morrison, che vuole evocare gli dei che abitano la montagna. Dopo il riuscito "Under the King of Stone" (condivisibile l'attrazione che provano questi ragazzi di Mondovì per i giganti rocciosi dietro di loro, tanto da definire il loro stile mountain stoner!), gli Space Paranoids tornano sul luogo del delitto con un nuovo album ricco di pathos e belle canzoni. Sebbene l'urgenza espressiva si sia fatta incalzante e i pezzi non durino più di due/tre minuti, le cose migliori si avvertono quando il THC fa il suo effetto. "Shaman Horse Drum" allunga il minutaggio oltre i 6 minuti e Simone e Andrea (voce e chitarra) tessono una ragnatela armonica finissima. Lo stesso vale per "Galaverna" e "Upon the King of Stone", dove la sabbia del deserto s'insinua negli arpeggi della sei corde in perfetto stile Gary Arce.

Questo non vuol dire che quando si preme sull'acceleratore i risultati non arrivino, anzi. "Green Ride", "Boletus Satanas" (il porcino non commestibile, per chi non è pratico di attraversate nel sottobosco), "Heretical Rambler" e "Post Avalanche Avenue" (stupenda e riuscita la sorpresa del trombone) riportano alla mente la meglio gioventù di Slo Burn, Truckfighters, Orange Goblin, 7 Zuma 7 e tutta quella pletora di band degne di portare alta la bandiera dello stoner post kyussiano. Ma liquidare gli Space Paranoids come meri epigoni del quartetto di Palm Springs sarebbe, però, riduttivo: in loro abita l'urgente desiderio di fare della musica una linfa vitale. Prima per l'anima, poi per le orecchie. I don't know where I will go / I only know where I belong on the Alps of the sea there's a place waiting for me.



Eugenio Di Giacomantonio

lunedì 16 maggio 2016

New Review - A VIOLET PINE "Turtles"


Voto
01. The Game
02. New Gloves
03. Turtles
04. Last Year
05. Have Fun
06. Bright
07. Lucky When I'm Wrong
08. The Moon Has Been Turned Off
09. Why?

T.a.Rock Records
2015
Website

A VIOLET PINE - "Turtles"

Devono aver avuto una profonda fascinazione per Trent Reznor e certo crossover della seconda metà degli anni Ottanta gli A Violet Pine, trio proveniente da Trani, Puglia. Il loro secondo disco, "Turtles", si presenta con una veste nero pece dove l'ambiente scelto per esercitare la propria scrittura creativa è tappezzato di icone dark wave (Christian Death, Death in June, Siouxie) e ha l'odore acre di certe bettole post metal (Tool, Type O Negative e, appunto, Nine Inch Nails) dove si allungano figure attoriali lente e tenebrose. La trama è la stessa di film densi come "The Antichrist", "Requiem for a Dream" o "Rosemary's Baby": una sottile linea nera che mette paura.

No lights, no future. Beppe, Pasquale e Paolo hanno dato alle stampe un album solido, costruito intorno alle intuizioni chitarristiche ed inspessito dal magma di una sezione ritmica degno di Cure e Sisters of Mercy. Certo, gli inserimenti ambient/synth (vedi "Bright", ma il concetto è più o meno esteso in tutti i pezzi) cercano di allargare lo spettro delle influenze e ci riescono, portando il risultato a casa anche in trasferta post rock. Ma il primo amore non si scorda mai e, pur con altre relazioni in corso, il cuore sa dove battere ("New Gloves" – a proposito: omaggio alla strana e fantastica creatura messa in piedi da Robert Smith e Steve Severin nel 1983?). Sta di fatto che alla fine del viaggio ci sembra di avere un amico in più. Un amico strano, sinistro, quasi antipatico ma che alla fine ci cattura sempre.



Eugenio Di Giacomantonio

New review - KAYLETH "Space Muffin"


Voto
01. Mountains
02. Secret Place
03. Spacewalk
04. Bare Knuckle
05. Born to Suffer
06. Lies of Mind
07. Try to Save the Appearances
08. NGC 2244

Argonauta Records
2015
Website

KAYLETH - "Space Muffin"

Se provate a fare una ricerca su Kayleth vi trovate di fronte ad un personaggio femminile fantasy descritto in questo modo: Kayleth è fredda, precisa e pragmatica. È maestra nell'arte della guerra e della strategia, focalizzata sulla vittoria e sul modo migliore per raggiungerla. Come un maestro guerriero, ha un arsenale di abilità letali a sua disposizione per gettare il nemico fuori gioco o eliminarlo. Bene. Provate a trascinare questo concetto in musica ed otterrete questa potente band veronese, attiva dal 2005.

Il nuovo "Space Muffin" ha qualcosa dell'art/space rock dei White Hills, anche se i nostri addizionano al THC dello spazio insondato le vitamine e il testosterone di band ultra heavy come Solace, Elder e Church of Misery. Parafrasando il buon Celenta, ti carezzano con soffici synth del bravo Michele e ti scazzottano con la chitarraccia del truce Massimo! Quando partono per il binario giusto non ce n'è per nessuno: "Spacewalk" è una cavalcata come non se ne sentivano da tempo, al pari degli Hawkwind, hic et nunc. "Bare Knuckle" e "Try to Save the Appearances" ricordano gli Unida più desertici, mentre in altre occasioni si sondano i territori ambient jam ("Born to Suffer", "NGC 2244", strumentale e lascivia come una giovane baldracca). Non c'è altro da aggiungere. Come si dice in certi casi, sbagliando, facendo un errore di ridimensionamento dei gruppi italiani verso il basso, una band di caratura internazionale.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - IVY GARDEN OF THE DESERT "Limen"


Voto
01. Life?
02. Snapshots
03. Behind the Curtain
04. The Path
05. Please

Electric Valley Records
2015
Website

IVY GARDEN OF THE DESERT - "Limen"

Dopo aver concluso la trilogia composta da "Docile", "Blood is Love" e "I Ate of the Plant, and It Was Good!" per la tedesca Nasoni Records, gli Ivy Garden of the Desert fanno rientro a casa (pubblica la benemerita Electric Valley Records from Ossi, Sardinia) con un pugno di canzoni "nate spontaneamente" e raccolte in questo "Limen". L'idea di far fluire il fiume della musica in maniera del tutto naturale, senza vincoli e scadenze di sorta, è un'idea vincente da sempre e anche in questo caso risulta efficace.

Ci sono le fantastiche bordate proto metal di "Life?" e "Behind the Curtain" insieme alle acustiche "Snapshots" e "The Path": quest'ultima incredibilmente capace di ricreare le atmosfere dei Death Angel di "Act III" quando ci hanno deliziato con melodie dalla spina staccata. Una sorpresa in conclusione, "Please", cinematica ed evocativa sulle note di un pianoforte dolce e rabbioso, dalla violenza trattenuta, che non scoppia neanche nel finale, quando le distorsioni invadono il campo. Potrebbe piacere ad uno come Jim Jarmusch se solo volgesse lo sguardo alla musica del nostro paese.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - ATOM MADE EARTH "Morning Glory"


Voto
01. Noil
02. Thin
03. October Pale
04. Reed
05. Baby Blue Honey
06. StaC
07. Lamps Like an African Sun

Red Sound Records
2016
Website

ATOM MADE EARTH - "Morning Glory"

Mettere su un progetto di band strumentale pone delle prerogative specifiche: avere qualcosa da dire. Smarcare di lato il triunvirato strofa/ritornello/ponte e dover tessere la trama musicale dal basso è un lavoro difficile, che non a tutti riesce. Mettete poi che alla maggior parte del pubblico il fatto di non potersi attaccare al cantato risulta straniante (ma fortunatamente questa tendenza sembra rimpicciolirsi) e avrete la stima di quanto coraggio hanno i gruppi che decidono di intraprendere questa strada. Gli Atom Made Earth da Ancona dimostrano di averne a palate, così come di azzardo e fantasia, nell'ultimo "Morning Glory", pubblicato da Red Sound Records.

L'uno/due formato da "Thin" e "October Pale" rappresenta il binomio stoner/space/ambient di band come 35007 e Monkey 3 che si accoccola con le dolcezze dell'orizzonte "Australasia". Da "Reed" in poi le cose sembrano volgere lo sguardo altrove. Sembra un'immersione, con un tuffo a martello, su tutto quello che i giovanotti hanno ascoltato. Intrusioni jazz rock schizzano indisturbate su atmosfere roots rock ("Baby Blue Honey", con vaghi accenti funk soul) come bambini dispettosi o deframmentano con ostilità un impianto progressive Seventies (la stessa "Reed"). Nella penultima "StaC" synth e chitarre, nel finale, riportano fortunatamente il risultato a casa, lacerando la visuale e la cognizione del tempo dell'ascoltatore, lasciandolo tramortito e contemplativo, come bong appena spento.

Daniele, Nicolò, Thomas e Lorenzo hanno trovato qualcosa di speciale nel loro modo di esprimersi insieme. Non facile. Non organico. Non omogeneo. Questa è la loro bellezza. Se poi si è interessato a loro James Plotkin per il master, volete altra garanzia per rassicurarvi sulla bontà dell'operazione?



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - AUSTRALASIA "Notturno"


Voto
01. Nebula
02. Eden
03. Kern
04. Creature
05. Invisible
06. Haxo
07. Amnesia
08. Lumen
09. Notturno

Apocalyptic Witchcraft Recordings
2015
Website

AUSTRALASIA - "Notturno"

Il terzo capitolo a nome Australasia è misterioso, una presenza buia, dietro e oltre il nero notturno. La notte è tale solo se risplende, cieca, nella luce lunare, così come la percezione dei pieni e dei vuoti creati dal sempre più raffinato Gian Spalluto, titolare del progetto. Lo spleen dato dalle chitarre si è fatto maggiormente wall of sound ed è stata quasi del tutto abbandonata la componente black a favore di accelerazioni post death. Percorso simile di certi Kylesa, Baroness e Mastodon, con le dovute e rivelate distanze, anche se il plus che è proprio al sound di Australasia è quell'immancabile, eccezionale e incantata/tevole vocazione a entrarvi nell'anima.
Se il precedente "Vertebra" sembrava la colonna sonora di un film, "Notturno" è il film. Prendiamo "Creature": una dissolvenza in entrata di un arpeggio distorto introduce il pezzo come un dialogo corale tra le sei corde che effettivamente recitano. Poi, ci saranno rumori naturali, voci di donna (brava Mina Carlucci - nomen omen - in "Invisible" che canta quasi attraverso lallazione) e tessiture sintetiche a narrarci le storie notturne visitate dal nostro Gian e restituite come storia nostra.

Ma quello che accade in ogni riff, in ogni passaggio chiave, in tutte le sfumature di cui si compone "Notturno" è osceno come nelle intenzioni di Carmelo Bene, fuori dalla scena, quindi fuori dall'epoca, eterno. Ne abbiamo percezione nel finale di "Lumen" più "Notturno", dove si inizia con keyboards sulla scia dei Goblin degli Ottanta e si procede verso un finale commovente di piano al chiaro di luna e grilli innamorati. Di album così ispirati ne escono davvero pochi. Se ne devono essere accorti anche i capoccioni della Apocalyptic Witchcraft che hanno deciso di mettere all'occhiello proprio gli Australasia, insieme ad altre band del rooster ben più arcigne e dure. Fate come loro. Indirizzate il vostro tempo verso la bellezza.

New Review - CLOUDS TASTE SATANIC "Your Doom Has Come"


Voto
01. Ten Kings
02. One Third of the Sun
03. Beast From the Sea
04. Out of the Abyss
05. Dark Army
06. Sudden... Fallen

Kinda Like Music
2015
Website

CLOUDS TASTE SATANIC - "Your Doom Has Come"

La grandezza (e quindi, di conseguenza, la bellezza) di un gruppo come i Clouds Taste Satanic sta nell'attenzione che dedica alla propria espressione musicale. A partire dal bell'involucro in cui confeziona un vinile splatter bianco/rosso/nero, con due rispettivi dipinti di John Martin ("The Last Judgment" e "The Deluge") nei quali l'umanità intera è chiamata a rispondere dei propri peccati, fino ad arrivare allo specifico musicale, dove siamo passati da "Dopesmoker" a "The Art of Self Defence". Il precedente album, "To Sleep Beyond the Earth", ci proiettava in scenari spaziali dentro navicelle cariche di THC alla scoperta dello spazio profondo. Il magma veniva tessuto in tre quarti d'ora di one riff/one song e segmentato in quattro spezzoni più o meno correlati. La storia viene ripetuta nel primo lato di questo nuovo "Your Doom Has Come", dove la title track, spalmata per l'intera durata del lato, viene frammentata in tre mini-suite, vicine ma non circolari. Con prologo/sviluppo/conclusione, si è voluto produrre il concetto di fine del mondo in materia sonora.

È aumentata di certo la violenza a scapito dell'ambientazione, merito anche della masterizzazione curata da Alan Douches (High On Fire, Mastodon, The Atomic Bitchwax, Chelsea Wolfe, Torche, Motorhead); si ha un'evoluzione della composizione ("Beast From the Sea") nell'architettura stilistica, che segue scenari in continua mutazione e non ristagna nella monoliticità. Discorso riconfermato quando rovesciamo il vinile e si ascolta il lato B. "Out of the Abyss" ha più di una vena metallica e se non fosse per la propensione verso una scelta strumentale, ci aspetteremmo il ruggito di Matt Pike da un momento all'altro. Si fa più ricco il contesto dinamico: ad assalti proto metal seguono rallentamenti pachidermici dove è più che scontato fare riferimento ai padri fondatori Black Sabbath. E con questi viene introdotto il discorso del doom, non solo come ortodossia di genere, ma come vero e proprio caleidoscopio di umori che battezza nella lentezza le diverse emozioni umane ("Dark Army"). Il finale di "Sudden… Fallen" invece di affrancare la psiche dell'ascoltatore, materializza ancora di più i demoni dell'inconscio, lasciandoci storditi e alienati, persi dentro i feedback distorti.

Come recitano le note della cartolina introduttiva, "Your Doom Has Come" trae ispirazione dal lato oscuro del "Book of Revelation" (per noi "L'Apocalisse di Giovanni"), parte finale del Vangelo dove vengono descritti le più atroci punizioni a seguito dei nostri peccati. Certo, non una visione confortante, ma di grande potere evocativo, soprattutto come monito per dove stiamo dirigendo questa sbandata umanità.

New Review - RUDHEN "Imago Octopus"


Voto
01. Sorrow for Your Life
02. Rust
03. Lost
04. Flying Into the Mirror
05. Arabian Drag

Autoprodotto
2015
Website

RUDHEN - "Imago Octopus"

Cinque pezzi di rude rock'n'roll fangoso e stonato per venti minuti circa. Si parla di "Imago Octopus", secondo EP dei Rudhen, provenienti da Crespano del Grappa, zona di sconvolgimento ad alto tasso alcolico. Sarà la produzione lercia o sarà che nottetempo hanno fatto un maleficio, ma il cantante Alessandro Groppo è riuscito a rubare l'ugola al vetriolo di Cronos dei Venom. A questo si aggiunga un aspetto in pieno stile "Time Travelling Blues" e sarete vicini a capire la quintessenza della band: fast and furious, ma non come quelle checche del film, piuttosto come un'accolita di biker strafatti.

Prendiamo i Satan's Satyrs di oggi e mettiamoci al posto di Jus Oborn l'ubriacone del bar di paese; al posto degli Stooges mettiamoci i Black Sabbath e al posto della Virginia piazziamoci l'Italia: avrete il quadro della situazione in alta definizione. Inutile citare i pezzi ed altre influenze di quella o quell'altra band: "Imago Octopus" è un chupito da ingollare tutto di un fiato. Salute!



Eugenio Di Giacomantonio

New review - GOLDEN VOID "Berkana"


Voto
01. Burbank's Dream
02. Silent Season
03. Dervishing
04. Astral Plane
05. I've Been Down
06. The Beacon
07. Storm and Feather

Thrill Jockey Records
2015
Website

GOLDEN VOID - "Berkana"

I Golden Void hanno qualcosa di classico. Sarà che il buon Isaiah Mitchell, smessi i panni di chitarrista in cerca di salti mortali che indossa negli Earthless, scolpisce nel granito riff seventies memorabili, o sarà la componente femminile di Camilla Saufley-Mitchell (sua moglie, già negli Assemble Head In Sunburst Sound) a dar spazio alla componente dolce, ma sta di fatto che "Berkana" si presenta come un classico senza tempo. Anche la voce richiama da vicino le tradizionali ugole chiare dell'hard rock del passato, Dave Coverdale in primis, ma senza calcare la componente epica, risultando più leggera, soave.

Si parte con "Burbank's Dream", unico pezzo (insieme a "I've Been Down") che strizza l'occhio agli stoner addicted attraverso i primi piani della chitarra, il resto prosegue tra le rivisitazioni grunge di "Astral Plane" e i richiami American roots di primissimo livello ("The Beacon"). C'è anche qualcosa che evoca la giovinezza dei nostri come la sintesi tra punk e rock di "Silent Season", forse il pezzo più d'impatto dell'intero lotto che non sfigurerebbe in heavy rotation nelle radio americane. Insomma, alla fine del dischetto, si ha la sensazione di ritrovarsi in un ambiente famigliare, dove le persone si conoscono e riconoscono da vicino e ci fa piacere passare del tempo con loro. Tutto qua. E non è mica poco.

New review - COSMIC WHEELS "Cosmic Wheels"


Voto
01. Untitled 1
02. Untitled 2
03. Untitled 3
04. Untitled 4
05. Untitled 5
06. Untitled 6
07. Untitled 7
08. Untitled 8
09. Untitled 9
10. 12 O'Clock Groove Street
11. No One Knows Where They've Been

Heavy Psych Sounds Records
2015
Website

COSMIC WHEELS - "Cosmic Wheels"

Tribalismo e chitarre funamboliche: l'esordio dei fratelli Marrone, Paul già dietro le pelli dei fantastici Radio Moscow e Vincent alla sei corde, ci fa rivivere il tremolio avuto al primo ascolto degli Atomic Bitchwax. La genesi di questo debut album dei Cosmic Wheels è davvero strana. I due vanno in studio nel 2007, un anno dopo che Dan Auerbach ha messo le mani sui pezzi dei Radio Moscow e fa uscire l'omonimo primo album sotto la sua produzione, via Alive Records, e in una sola mandata registrano dei demo rimasti in cantina fino al 2015, quando Gabriele della Heavy Psych Sounds Records decide di pubblicarli così come sono.

Dieci pezzi strumentali buttati giù di pancia che, tra citazioni di riff storici ("Untitled 4" e "Untitled 6") e divertimenti vari dati soprattutto dalla gran voglia di suonare sfornano un sound ricco, fresco e ammaliante come solo i progetti completamente genuini sanno trasferire. Qua e là qualche tocco di keyboards, un paio di brani cantati ("No One Knows Where They've Been", "12 O'Clock Groove Street") che ci riportano dritti nel triennio 68/70 e il gioco è fatto. Certo manca quell'unità progettuale che solo le band affiatate, che hanno suonato molto insieme non solo in sala prova o in studio, riescono a restituire, ma il risultato lascia al palo molti esordi di tante stoner bands. Non c'è neanche una componente compositiva che si possa chiamare tale. Qui ci sono due fratelli che decidono di divertirsi suonando. Prendere o lasciare. Di sicuro gli amanti del High Volume Retro Rock non dovranno lasciare. E noi con loro

martedì 16 febbraio 2016

New Review | DESERT RIDER "Echoes of the Big Sand"


Voto
01. Beginning
02. Spice Traveler
03. Seeds
04. The Prophet
05. Riding the Sandworm
06. Equilibrium
07. The Golden Path

The Unlimited Records
2015
Website

DESERT RIDER - "Echoes of the Big Sand"

Si sono ispirati al ciclo di "Dune" (Frank Herbert) i perugini Desert Rider per realizzare le musiche e le lyrics del loro esordio discografico, "Echoes of the Big Sand". Quella polvere, quell'ambientazione inospitale di Arrakis, quelle idee fantastiche e fantascientifiche riemergono nella trama sonora creata dal quartetto e ci fanno viaggiare immersi nello spazio profondo. I sette pezzi prendono in prestito il modello nord-europeo di band come Dozer, Spiritual Beggars, Lowrider, Sunrider, i primi Grand Magus e lo mischiano sapientemente alla lezione data da Clutch, Fireball Ministry e Dixie Witch dall’altra sponda dell'oceano. In altre parole: High Energy Riff Factory. Se andate cercando il colpo di classe, la giocata inaspettata, l'estro del genio, girate alla larga. Qui c'è un rock vitaminico carico di testosterone e volume.

Sin dall'iniziale "Beginning" si spara la manopola del gain al massimo e via giù di scapocciamento. Seguono le toste "Spice Traveler", "Seeds", "The Prophet" e "Riding the Sand Worm", spostando ogni volta la mira, ma centrando sempre il bersaglio. Con "Equilibrium" si hanno dei rallentamenti di tempo e viene allungato il minutaggio, creando nell'ascoltatore una frizione piacevole con quello che ha ascoltato finora. Chiude "The Golden Path" nella maniera più congeniale: riff schiacciasassi e voce incantatoria. Bene così. Avanti tutta.



Eugenio Di Giacomantonio

sabato 6 febbraio 2016

New Review | TUNA DE TIERRA "EPisode I: Pilot"


Voto
01. Red Sun
02. Ash
03. El Paso de la Tortuga

Self Produced
2015
Website

TUNA DE TIERRA - "EPisode I: Pilot"

I Tuna de Tierra ci sanno fare. Si immergono nel proprio sound come in un rituale antico con tre sacerdoti pronti a venerare il Dio del Deserto. Il numero tre, numero della perfezione, sembra ritornare di continuo: tre gli autori, Alessio, Luciano e Jonathan; tre i pezzi che compongono questa loro prima uscita, "EPisode I: Pilot". Tre i passi per la propria espressione, con l'introduzione, lo sviluppo e la chiusura di quel concetto fantastico chiamato post stoner, che sembra tagliare trasversalmente tutte le band interessanti della nostra penisola.

Con i Tuna de Tierra siamo al cospetto di una ispirazione genuina che parte con "Red Sun" (titolo che fa venire in mente i padri fondatori del genere, chiamati in causa con un riff pachidermico dagli sviluppi inaspettati) e si procede con "Ash", dalle vaghe reminiscenze grunge, soprattutto per l'effettistica della voce che richiama gli ululati tossici del primo Mark Lanegan, in odore di Screaming Trees. Il finale spetta a "El Paso de la Tortuga", quasi un divertissement, indicativo nello spiegarci che la strada dei nostri, in futuro, potrà essere proiettata in qualunque direzione, basta seguire il proprio intuito e la propria mappa emotiva, per produrre risultati di livello.
Too fast, too soon recitava uno slogan di qualche tempo fa. Proprio così. Ne vogliamo ancora di pezzi di tal fattura.



Eugenio Di Giacomantonio