lunedì 16 maggio 2016

New Review - A VIOLET PINE "Turtles"


Voto
01. The Game
02. New Gloves
03. Turtles
04. Last Year
05. Have Fun
06. Bright
07. Lucky When I'm Wrong
08. The Moon Has Been Turned Off
09. Why?

T.a.Rock Records
2015
Website

A VIOLET PINE - "Turtles"

Devono aver avuto una profonda fascinazione per Trent Reznor e certo crossover della seconda metà degli anni Ottanta gli A Violet Pine, trio proveniente da Trani, Puglia. Il loro secondo disco, "Turtles", si presenta con una veste nero pece dove l'ambiente scelto per esercitare la propria scrittura creativa è tappezzato di icone dark wave (Christian Death, Death in June, Siouxie) e ha l'odore acre di certe bettole post metal (Tool, Type O Negative e, appunto, Nine Inch Nails) dove si allungano figure attoriali lente e tenebrose. La trama è la stessa di film densi come "The Antichrist", "Requiem for a Dream" o "Rosemary's Baby": una sottile linea nera che mette paura.

No lights, no future. Beppe, Pasquale e Paolo hanno dato alle stampe un album solido, costruito intorno alle intuizioni chitarristiche ed inspessito dal magma di una sezione ritmica degno di Cure e Sisters of Mercy. Certo, gli inserimenti ambient/synth (vedi "Bright", ma il concetto è più o meno esteso in tutti i pezzi) cercano di allargare lo spettro delle influenze e ci riescono, portando il risultato a casa anche in trasferta post rock. Ma il primo amore non si scorda mai e, pur con altre relazioni in corso, il cuore sa dove battere ("New Gloves" – a proposito: omaggio alla strana e fantastica creatura messa in piedi da Robert Smith e Steve Severin nel 1983?). Sta di fatto che alla fine del viaggio ci sembra di avere un amico in più. Un amico strano, sinistro, quasi antipatico ma che alla fine ci cattura sempre.



Eugenio Di Giacomantonio

New review - KAYLETH "Space Muffin"


Voto
01. Mountains
02. Secret Place
03. Spacewalk
04. Bare Knuckle
05. Born to Suffer
06. Lies of Mind
07. Try to Save the Appearances
08. NGC 2244

Argonauta Records
2015
Website

KAYLETH - "Space Muffin"

Se provate a fare una ricerca su Kayleth vi trovate di fronte ad un personaggio femminile fantasy descritto in questo modo: Kayleth è fredda, precisa e pragmatica. È maestra nell'arte della guerra e della strategia, focalizzata sulla vittoria e sul modo migliore per raggiungerla. Come un maestro guerriero, ha un arsenale di abilità letali a sua disposizione per gettare il nemico fuori gioco o eliminarlo. Bene. Provate a trascinare questo concetto in musica ed otterrete questa potente band veronese, attiva dal 2005.

Il nuovo "Space Muffin" ha qualcosa dell'art/space rock dei White Hills, anche se i nostri addizionano al THC dello spazio insondato le vitamine e il testosterone di band ultra heavy come Solace, Elder e Church of Misery. Parafrasando il buon Celenta, ti carezzano con soffici synth del bravo Michele e ti scazzottano con la chitarraccia del truce Massimo! Quando partono per il binario giusto non ce n'è per nessuno: "Spacewalk" è una cavalcata come non se ne sentivano da tempo, al pari degli Hawkwind, hic et nunc. "Bare Knuckle" e "Try to Save the Appearances" ricordano gli Unida più desertici, mentre in altre occasioni si sondano i territori ambient jam ("Born to Suffer", "NGC 2244", strumentale e lascivia come una giovane baldracca). Non c'è altro da aggiungere. Come si dice in certi casi, sbagliando, facendo un errore di ridimensionamento dei gruppi italiani verso il basso, una band di caratura internazionale.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - IVY GARDEN OF THE DESERT "Limen"


Voto
01. Life?
02. Snapshots
03. Behind the Curtain
04. The Path
05. Please

Electric Valley Records
2015
Website

IVY GARDEN OF THE DESERT - "Limen"

Dopo aver concluso la trilogia composta da "Docile", "Blood is Love" e "I Ate of the Plant, and It Was Good!" per la tedesca Nasoni Records, gli Ivy Garden of the Desert fanno rientro a casa (pubblica la benemerita Electric Valley Records from Ossi, Sardinia) con un pugno di canzoni "nate spontaneamente" e raccolte in questo "Limen". L'idea di far fluire il fiume della musica in maniera del tutto naturale, senza vincoli e scadenze di sorta, è un'idea vincente da sempre e anche in questo caso risulta efficace.

Ci sono le fantastiche bordate proto metal di "Life?" e "Behind the Curtain" insieme alle acustiche "Snapshots" e "The Path": quest'ultima incredibilmente capace di ricreare le atmosfere dei Death Angel di "Act III" quando ci hanno deliziato con melodie dalla spina staccata. Una sorpresa in conclusione, "Please", cinematica ed evocativa sulle note di un pianoforte dolce e rabbioso, dalla violenza trattenuta, che non scoppia neanche nel finale, quando le distorsioni invadono il campo. Potrebbe piacere ad uno come Jim Jarmusch se solo volgesse lo sguardo alla musica del nostro paese.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - ATOM MADE EARTH "Morning Glory"


Voto
01. Noil
02. Thin
03. October Pale
04. Reed
05. Baby Blue Honey
06. StaC
07. Lamps Like an African Sun

Red Sound Records
2016
Website

ATOM MADE EARTH - "Morning Glory"

Mettere su un progetto di band strumentale pone delle prerogative specifiche: avere qualcosa da dire. Smarcare di lato il triunvirato strofa/ritornello/ponte e dover tessere la trama musicale dal basso è un lavoro difficile, che non a tutti riesce. Mettete poi che alla maggior parte del pubblico il fatto di non potersi attaccare al cantato risulta straniante (ma fortunatamente questa tendenza sembra rimpicciolirsi) e avrete la stima di quanto coraggio hanno i gruppi che decidono di intraprendere questa strada. Gli Atom Made Earth da Ancona dimostrano di averne a palate, così come di azzardo e fantasia, nell'ultimo "Morning Glory", pubblicato da Red Sound Records.

L'uno/due formato da "Thin" e "October Pale" rappresenta il binomio stoner/space/ambient di band come 35007 e Monkey 3 che si accoccola con le dolcezze dell'orizzonte "Australasia". Da "Reed" in poi le cose sembrano volgere lo sguardo altrove. Sembra un'immersione, con un tuffo a martello, su tutto quello che i giovanotti hanno ascoltato. Intrusioni jazz rock schizzano indisturbate su atmosfere roots rock ("Baby Blue Honey", con vaghi accenti funk soul) come bambini dispettosi o deframmentano con ostilità un impianto progressive Seventies (la stessa "Reed"). Nella penultima "StaC" synth e chitarre, nel finale, riportano fortunatamente il risultato a casa, lacerando la visuale e la cognizione del tempo dell'ascoltatore, lasciandolo tramortito e contemplativo, come bong appena spento.

Daniele, Nicolò, Thomas e Lorenzo hanno trovato qualcosa di speciale nel loro modo di esprimersi insieme. Non facile. Non organico. Non omogeneo. Questa è la loro bellezza. Se poi si è interessato a loro James Plotkin per il master, volete altra garanzia per rassicurarvi sulla bontà dell'operazione?



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - AUSTRALASIA "Notturno"


Voto
01. Nebula
02. Eden
03. Kern
04. Creature
05. Invisible
06. Haxo
07. Amnesia
08. Lumen
09. Notturno

Apocalyptic Witchcraft Recordings
2015
Website

AUSTRALASIA - "Notturno"

Il terzo capitolo a nome Australasia è misterioso, una presenza buia, dietro e oltre il nero notturno. La notte è tale solo se risplende, cieca, nella luce lunare, così come la percezione dei pieni e dei vuoti creati dal sempre più raffinato Gian Spalluto, titolare del progetto. Lo spleen dato dalle chitarre si è fatto maggiormente wall of sound ed è stata quasi del tutto abbandonata la componente black a favore di accelerazioni post death. Percorso simile di certi Kylesa, Baroness e Mastodon, con le dovute e rivelate distanze, anche se il plus che è proprio al sound di Australasia è quell'immancabile, eccezionale e incantata/tevole vocazione a entrarvi nell'anima.
Se il precedente "Vertebra" sembrava la colonna sonora di un film, "Notturno" è il film. Prendiamo "Creature": una dissolvenza in entrata di un arpeggio distorto introduce il pezzo come un dialogo corale tra le sei corde che effettivamente recitano. Poi, ci saranno rumori naturali, voci di donna (brava Mina Carlucci - nomen omen - in "Invisible" che canta quasi attraverso lallazione) e tessiture sintetiche a narrarci le storie notturne visitate dal nostro Gian e restituite come storia nostra.

Ma quello che accade in ogni riff, in ogni passaggio chiave, in tutte le sfumature di cui si compone "Notturno" è osceno come nelle intenzioni di Carmelo Bene, fuori dalla scena, quindi fuori dall'epoca, eterno. Ne abbiamo percezione nel finale di "Lumen" più "Notturno", dove si inizia con keyboards sulla scia dei Goblin degli Ottanta e si procede verso un finale commovente di piano al chiaro di luna e grilli innamorati. Di album così ispirati ne escono davvero pochi. Se ne devono essere accorti anche i capoccioni della Apocalyptic Witchcraft che hanno deciso di mettere all'occhiello proprio gli Australasia, insieme ad altre band del rooster ben più arcigne e dure. Fate come loro. Indirizzate il vostro tempo verso la bellezza.

New Review - CLOUDS TASTE SATANIC "Your Doom Has Come"


Voto
01. Ten Kings
02. One Third of the Sun
03. Beast From the Sea
04. Out of the Abyss
05. Dark Army
06. Sudden... Fallen

Kinda Like Music
2015
Website

CLOUDS TASTE SATANIC - "Your Doom Has Come"

La grandezza (e quindi, di conseguenza, la bellezza) di un gruppo come i Clouds Taste Satanic sta nell'attenzione che dedica alla propria espressione musicale. A partire dal bell'involucro in cui confeziona un vinile splatter bianco/rosso/nero, con due rispettivi dipinti di John Martin ("The Last Judgment" e "The Deluge") nei quali l'umanità intera è chiamata a rispondere dei propri peccati, fino ad arrivare allo specifico musicale, dove siamo passati da "Dopesmoker" a "The Art of Self Defence". Il precedente album, "To Sleep Beyond the Earth", ci proiettava in scenari spaziali dentro navicelle cariche di THC alla scoperta dello spazio profondo. Il magma veniva tessuto in tre quarti d'ora di one riff/one song e segmentato in quattro spezzoni più o meno correlati. La storia viene ripetuta nel primo lato di questo nuovo "Your Doom Has Come", dove la title track, spalmata per l'intera durata del lato, viene frammentata in tre mini-suite, vicine ma non circolari. Con prologo/sviluppo/conclusione, si è voluto produrre il concetto di fine del mondo in materia sonora.

È aumentata di certo la violenza a scapito dell'ambientazione, merito anche della masterizzazione curata da Alan Douches (High On Fire, Mastodon, The Atomic Bitchwax, Chelsea Wolfe, Torche, Motorhead); si ha un'evoluzione della composizione ("Beast From the Sea") nell'architettura stilistica, che segue scenari in continua mutazione e non ristagna nella monoliticità. Discorso riconfermato quando rovesciamo il vinile e si ascolta il lato B. "Out of the Abyss" ha più di una vena metallica e se non fosse per la propensione verso una scelta strumentale, ci aspetteremmo il ruggito di Matt Pike da un momento all'altro. Si fa più ricco il contesto dinamico: ad assalti proto metal seguono rallentamenti pachidermici dove è più che scontato fare riferimento ai padri fondatori Black Sabbath. E con questi viene introdotto il discorso del doom, non solo come ortodossia di genere, ma come vero e proprio caleidoscopio di umori che battezza nella lentezza le diverse emozioni umane ("Dark Army"). Il finale di "Sudden… Fallen" invece di affrancare la psiche dell'ascoltatore, materializza ancora di più i demoni dell'inconscio, lasciandoci storditi e alienati, persi dentro i feedback distorti.

Come recitano le note della cartolina introduttiva, "Your Doom Has Come" trae ispirazione dal lato oscuro del "Book of Revelation" (per noi "L'Apocalisse di Giovanni"), parte finale del Vangelo dove vengono descritti le più atroci punizioni a seguito dei nostri peccati. Certo, non una visione confortante, ma di grande potere evocativo, soprattutto come monito per dove stiamo dirigendo questa sbandata umanità.

New Review - RUDHEN "Imago Octopus"


Voto
01. Sorrow for Your Life
02. Rust
03. Lost
04. Flying Into the Mirror
05. Arabian Drag

Autoprodotto
2015
Website

RUDHEN - "Imago Octopus"

Cinque pezzi di rude rock'n'roll fangoso e stonato per venti minuti circa. Si parla di "Imago Octopus", secondo EP dei Rudhen, provenienti da Crespano del Grappa, zona di sconvolgimento ad alto tasso alcolico. Sarà la produzione lercia o sarà che nottetempo hanno fatto un maleficio, ma il cantante Alessandro Groppo è riuscito a rubare l'ugola al vetriolo di Cronos dei Venom. A questo si aggiunga un aspetto in pieno stile "Time Travelling Blues" e sarete vicini a capire la quintessenza della band: fast and furious, ma non come quelle checche del film, piuttosto come un'accolita di biker strafatti.

Prendiamo i Satan's Satyrs di oggi e mettiamoci al posto di Jus Oborn l'ubriacone del bar di paese; al posto degli Stooges mettiamoci i Black Sabbath e al posto della Virginia piazziamoci l'Italia: avrete il quadro della situazione in alta definizione. Inutile citare i pezzi ed altre influenze di quella o quell'altra band: "Imago Octopus" è un chupito da ingollare tutto di un fiato. Salute!



Eugenio Di Giacomantonio

New review - GOLDEN VOID "Berkana"


Voto
01. Burbank's Dream
02. Silent Season
03. Dervishing
04. Astral Plane
05. I've Been Down
06. The Beacon
07. Storm and Feather

Thrill Jockey Records
2015
Website

GOLDEN VOID - "Berkana"

I Golden Void hanno qualcosa di classico. Sarà che il buon Isaiah Mitchell, smessi i panni di chitarrista in cerca di salti mortali che indossa negli Earthless, scolpisce nel granito riff seventies memorabili, o sarà la componente femminile di Camilla Saufley-Mitchell (sua moglie, già negli Assemble Head In Sunburst Sound) a dar spazio alla componente dolce, ma sta di fatto che "Berkana" si presenta come un classico senza tempo. Anche la voce richiama da vicino le tradizionali ugole chiare dell'hard rock del passato, Dave Coverdale in primis, ma senza calcare la componente epica, risultando più leggera, soave.

Si parte con "Burbank's Dream", unico pezzo (insieme a "I've Been Down") che strizza l'occhio agli stoner addicted attraverso i primi piani della chitarra, il resto prosegue tra le rivisitazioni grunge di "Astral Plane" e i richiami American roots di primissimo livello ("The Beacon"). C'è anche qualcosa che evoca la giovinezza dei nostri come la sintesi tra punk e rock di "Silent Season", forse il pezzo più d'impatto dell'intero lotto che non sfigurerebbe in heavy rotation nelle radio americane. Insomma, alla fine del dischetto, si ha la sensazione di ritrovarsi in un ambiente famigliare, dove le persone si conoscono e riconoscono da vicino e ci fa piacere passare del tempo con loro. Tutto qua. E non è mica poco.

New review - COSMIC WHEELS "Cosmic Wheels"


Voto
01. Untitled 1
02. Untitled 2
03. Untitled 3
04. Untitled 4
05. Untitled 5
06. Untitled 6
07. Untitled 7
08. Untitled 8
09. Untitled 9
10. 12 O'Clock Groove Street
11. No One Knows Where They've Been

Heavy Psych Sounds Records
2015
Website

COSMIC WHEELS - "Cosmic Wheels"

Tribalismo e chitarre funamboliche: l'esordio dei fratelli Marrone, Paul già dietro le pelli dei fantastici Radio Moscow e Vincent alla sei corde, ci fa rivivere il tremolio avuto al primo ascolto degli Atomic Bitchwax. La genesi di questo debut album dei Cosmic Wheels è davvero strana. I due vanno in studio nel 2007, un anno dopo che Dan Auerbach ha messo le mani sui pezzi dei Radio Moscow e fa uscire l'omonimo primo album sotto la sua produzione, via Alive Records, e in una sola mandata registrano dei demo rimasti in cantina fino al 2015, quando Gabriele della Heavy Psych Sounds Records decide di pubblicarli così come sono.

Dieci pezzi strumentali buttati giù di pancia che, tra citazioni di riff storici ("Untitled 4" e "Untitled 6") e divertimenti vari dati soprattutto dalla gran voglia di suonare sfornano un sound ricco, fresco e ammaliante come solo i progetti completamente genuini sanno trasferire. Qua e là qualche tocco di keyboards, un paio di brani cantati ("No One Knows Where They've Been", "12 O'Clock Groove Street") che ci riportano dritti nel triennio 68/70 e il gioco è fatto. Certo manca quell'unità progettuale che solo le band affiatate, che hanno suonato molto insieme non solo in sala prova o in studio, riescono a restituire, ma il risultato lascia al palo molti esordi di tante stoner bands. Non c'è neanche una componente compositiva che si possa chiamare tale. Qui ci sono due fratelli che decidono di divertirsi suonando. Prendere o lasciare. Di sicuro gli amanti del High Volume Retro Rock non dovranno lasciare. E noi con loro