giovedì 23 giugno 2016

New Review | ITERATION "Moving Along X-Axis"


Voto: 8
01. Take One
02. X Stands for Time
03. Of Course
04. Polsen
05. Pulsar

Autoprodotto
2016
Website

ITERATION - "Moving Along X-Axis"

Gli Iteration hanno una visione della loro musica. Sanno perfettamente quale registro stilistico adottare per esprimere al meglio la propria mappa emotiva. Sia nostalgia, passione, rabbia, trovano il modo giusto per parlarci con gli strumenti, senza voce, in un oceano di stratificazioni più post rock che spaziali, ma non solo... C'è qualcosa in più. Prendiamo "X Stands for Time": un incrocio magico tra Mogwai, Tool (nel trasmettere una certa suspense) e disincantati passaggi ambientali che non fanno a meno di restituirci uno spirito kraut rock primitivo. Nella successiva "Of Course" si ha la netta sensazione che ai nostri piace lavorare per addizione più che per sottrazione.

Qualcosa viene piantato nello spazio in punta di piedi; per attrazione gravitazionale le orbite raccolgono stralci minimi di armonie che pian piano consolidano il microcosmo. Viene in mente un'altra band abruzzese che ragiona e parla allo stesso modo: The Whirlings, con la differenza che, dove loro innalzavano onde psichedeliche, qui c'è una certa rilassatezza "post" niente male. Attenzione però. Questo non vuol dire che le chitarre spariscono, anzi. Tagliano l’aria con fendenti precisi e mortali. Come nella conclusiva "Pulsar", dove la lezione della gioventù sonica non viene dimenticata, per poi adagiarsi in andirivieni melanconici messi lì proprio per esaltare il contrasto tra le materie diverse. In questi casi si dice musica cinematica. Bene. Una musica da film dell'immaginazione.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review - THE WORST HORSE "The Worst Horse EP"


Voto: 7
01. Big Top
02. Grimorium
03. Leatherface
04. Dawn
05. Mount

Autoprodotto
2015
Website

THE WORST HORSE - "The Worst Horse EP"

The Worst Horse è un cavallo zombie impazzito e trucido. È il moniker dietro al quale si celano quattro brutti ceffi di Milano che hanno fatto dell'orgoglio redneck il loro punto di comando (nella musica, perché a vederli David, Francesco, Pietro e Omar sembrano quattro modern dandy). Il sound che esce fuori dalle casse è quanto di più zozzo ha transitato nelle vostre orecchie: Sourvein, Fireball Ministrry, Orange Goblin, Loudmouth e qualcosa di classico come AC/DC e The Cult ("Grimorium" sembra una outtake di "Sonic Temple").

Come dire, la palude della Louisiana con un'ottica Seventies rock. Troppo poco cinque pezzi per avere un visione completa e a lungo termine del progetto, ma questi venti minuti ci dimostrano che i ragazzi sono intenzionati a lasciare una traccia, non solo nel mondo stoner o giù di lì ("Dawn" appare inaspettatamente fruibile in senso alternative rock a maglie larghe, come la conclusiva "Mount") e la band non sfigura davanti a nomi quali Isaak e Oak's Mary (a proposito, che fine hanno fatto?) nel modo di intendere il rock in maniera sostanziosa, ipervitaminica e senza compromessi. Ampli a manetta e chitarre maltrattate: this is the law.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | JOHN HOLLAND EXPERIENCE "John Holland Experience"


Voto: 7
01. Intro
02. Malvagio
03. Elicottero
04. Revival
05. Canzone d'amore
06. Festa pesta
07. Tieni botta
08. Ti piace

Taxi Driver / Electric Valley Records
2016
Website

JOHN HOLLAND EXPERIENCE - "John Holland Experience"

Viene da pensare più ai Marlene Kuntz (quegli degli anni 90, per intenderci) che ai Queens of the Stone Age inserendo nel lettore il disco dei John Holland Experience. Non tanto per il cantato o per i titoli, anche se "Festa pesta" è un gancio scoperto, quanto per il trattamento della materia sonica. Vero è che gli ascolti di certo stoner forzuto stile Clutch, Fireball Ministry, Solarized e Five Horse Johnson emerge in maniera più o meno latente, ma altrettanto vero è che la composizione dei pezzi è sostenuta da travi regolamentari come strofa/ritornello/ponte/strofa che portano appunto ad indirizzi alternative rock evidenti.

La tradizione italiana è tracciata sul solco di alcune brillanti heavy band in materia – Fluxus per primi, ma non dimentichiamo Matra, Verdena (odiatissimi!) e gli archetipi Disciplinatha – che hanno tentato di risciaquar in Arno i precetti del rock inglese ed americano. I nostri John Holland Experience da Cuneo (è un caso?) riescono ad inserirsi nel mucchio con un appeal scanzonato e perciò riuscitissimo. "Canzone d'amore", "Elicottero" e "Malvagio" mettono a segno dei punti importanti in direzione rock a presa diretta: Francesco , Simone ed Alex sanno suonare e hanno maturato il giusto feeling, ciò risulta evidente. Sul finire di "Tieni botta" arriva l'unica concessione allo stoner desertico e psichedelico con mammut riff, mentre la conclusiva "Ti piace" pare uscire dalla penna di Neil Fallon, tanto è circolare e blues addicted.
Sette pezzi più intro in una mezzoretta scarsa di musica: bene così, bisogna aver anche il dono della sintesi.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | IMAAD WASIF "Strange Hexes"


Voto: 7
01. Wanderlusting
02. Unveiling
03. Halcyon
04. Oceanic
05. Spell
06. Seventh Sign
07. The Oracle
08. Cloudlines
09. Lesser Banshee
10. Abyss

World In Sound
2016
Website

IMAAD WASIF - "Strange Hexes"

Imaad Wasif è un cantante e chitarrista nato a Vancouver ed attivo nel circuito underground losangelino come compositore e turnista (sua è la chitarra acustica, il basso e i synth nel tour 2006/2007 degli Yeah Yeah Yeahs). Nella sua discografia si contano un album omonimo, intimo ed acustico, edito da Kill Rock Stars nel 2006, un secondo album del 2007, "Strange Hexes", di cui ci occupiamo qui (ristampato per l'occasione dalla World In Sound), e un terzo album via Tee Pee Records del 2010 intitolato "The Voidist". Imaad è un artista e si sente, con una sensibilità tra il Syd Barrett degli album solisti e il Jason Simon (cantante e chitarrista dei favolosi Dead Meadow) più melodico.

In quest'occasione il suono è di una vera e propria band, i Two Part Beast, ossia Bobb Bruno al basso e Adam Garcia alla batteria, i quali donano un felling più compatto e maggiormente compatibile con le intenzioni dell'autore di realizzare un album compiutamente rock. Alcune volte si toccano delle corde emotive struggenti ("Seventh Sign", "Spell"), altre il pedalino del fuzz ringhia e sbruffa ("Unveiling", "Cloudlines", "Halcyon") portandoci nei dintorni di Arbouretum, Dead Meadow e Pontiak. Pastoralità e buon gusto compositivo: questo è in sintesi il concetto che ci trasferisce il disco, risultando un buon punto di contatto tra le asperità psichedeliche e l'urgenza di comunicare il proprio universo interiore. Da seguire come si seguono le personalità brillanti capaci di fare tutto e il contrario di tutto. Inequivocabilmente libere.



Eugenio Di Giacomantonio

New review | SPACE PARANOIDS "The Eternal Rambler"


Voto 8
01. Ave Roche
02. Green Ride
03. Heretical Rambler
04. Shaman Horse Drum
05. Boletus Satanas
06. Galaverna
07. Call of the Wild
08. Post-Avalanche Avenue
09. Upon the King of Stone

Edison Box / Vollmer Industries / Tadca / Scatti Vorticosi Records
2015
Website

SPACE PARANOIDS - "The Eternal Rambler"

"The Eternal Rambler" inizia con un canto sciamanico degno di Jim Morrison, che vuole evocare gli dei che abitano la montagna. Dopo il riuscito "Under the King of Stone" (condivisibile l'attrazione che provano questi ragazzi di Mondovì per i giganti rocciosi dietro di loro, tanto da definire il loro stile mountain stoner!), gli Space Paranoids tornano sul luogo del delitto con un nuovo album ricco di pathos e belle canzoni. Sebbene l'urgenza espressiva si sia fatta incalzante e i pezzi non durino più di due/tre minuti, le cose migliori si avvertono quando il THC fa il suo effetto. "Shaman Horse Drum" allunga il minutaggio oltre i 6 minuti e Simone e Andrea (voce e chitarra) tessono una ragnatela armonica finissima. Lo stesso vale per "Galaverna" e "Upon the King of Stone", dove la sabbia del deserto s'insinua negli arpeggi della sei corde in perfetto stile Gary Arce.

Questo non vuol dire che quando si preme sull'acceleratore i risultati non arrivino, anzi. "Green Ride", "Boletus Satanas" (il porcino non commestibile, per chi non è pratico di attraversate nel sottobosco), "Heretical Rambler" e "Post Avalanche Avenue" (stupenda e riuscita la sorpresa del trombone) riportano alla mente la meglio gioventù di Slo Burn, Truckfighters, Orange Goblin, 7 Zuma 7 e tutta quella pletora di band degne di portare alta la bandiera dello stoner post kyussiano. Ma liquidare gli Space Paranoids come meri epigoni del quartetto di Palm Springs sarebbe, però, riduttivo: in loro abita l'urgente desiderio di fare della musica una linfa vitale. Prima per l'anima, poi per le orecchie. I don't know where I will go / I only know where I belong on the Alps of the sea there's a place waiting for me.



Eugenio Di Giacomantonio