domenica 25 settembre 2016

New Review | TEVERTS "Towards the Red Skies"


Voto
01. Control
02. Toward The Red Skies
03. Charles Dexter Ward
04. Two Coins In The Eyes
05. Shine
06. The Sanctuary

Karma Conspiracy Records
2016
Website

TEVERTS - "Towards the Red Skies"

Dal riff roccioso che introduce "Control", primo pezzo del nuovo album "Towards the Red Skies", si intuisce che i Teverts hanno fatto un bel passo avanti rispetto all'esordio del 2012 "Thin Line Between Love & Hate". I ragazzi hanno suonato molto dal vivo e l'affiatamento è migliorato; inoltre il songwriting di Phil (voce e chitarra) pesca a piene mani da tutte le band che lo hanno influenzato, non solo in campo stoner, ed il risultato è una scrittura fresca ed efficace.

"Control" apre le danze e si rifà ai primi Orange Goblin con Wino alla voce e chitarra, per poi scendere negli abissi infernali con finale rallentato e fangoso. La title track propone materia desertica nello stile reso immortale dagli Unida, dove i solos di wah wah lanciano la sfida alle voci su chi possa produrre più acid trips. "Charles Dexter Ward" rappresenta la prima sorpresa in termini doom: Saint Vitus, Trouble, Candlemass e tutta la schiera delle prime band che riesumarono il verbo sabbathiano negli Ottanta, vengono chiamate in causa sia nella scelta estetica (certi suoni hanno un marchio di fabbrica) che in quella esecutiva.

"Two Coins on the Eyes" (titolo stupendo!) riprende il filo di "Control" con i suoi tre minuti scarsi ed è una lezione di cattiveria su come debba essere un pezzo high energy stoner 'n roll. "Shine" offre il gancio a contaminazioni tooliane, con la parte centrale di voci sussurrate, bassi protagonisti e ritmi tribali delle percussioni: un gradito intermezzo prima della conclusiva "The Sancuary", dove la chitarra torna leader con un rifferama e un ritornello che richiamano i Cathedral a cavallo tra rinascita supernaturale e carovane della redenzione.
La personalissima via intrapresa dai Teverts offre buoni spunti su cosa sia la musica pesante, heavy e psichedelica nel secondo decennio degli anni Duemila: non ortodossia tout cort, bensì materia vulnerabile alle contaminazioni.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PATER NEMBROT "Nusun"


Voto
01. Lostman
02. Stitch
03. Architeuthis
04. Young Rite
05. El Duende
06. Overwhelmed
07. Uknap
08. The Rich Kids of Teheran
09. Dead Polygon

Go Down Records
2016
Website

PATER NEMBROT - "Nusun"

Dopo il bellissimo "Extended Pyramid" ci si aspettava qualcosa di grosso. Con quell'EP i Pater Nembrot hanno allargato il loro modo di esprimersi, affrancandosi definitivamente da band kyussiana e facendo proprio il concetto di musica espansa. Nel mentre, è entrata in formazione Ramona come seconda chitarra, dando alla band uno spessore granitico nello scolpire quel muro di suono tanto caro ai nostri. Il nuovo album "Nusun" parte proprio come un viaggio o un film: lievi tocchi di piano (suonato dal primo ospite della partita, Petra Wallace) introducono come titoli di testa una trama fatta di viaggi interstellari mescolati agli aromi del deserto.

C'è il desiderio di fare crescere e sviluppare i pezzi senza condizionamenti, bilanciando le dinamiche interne con la ripetizione, non sempre spiccicata, del riff portante. "The Rich Kids of Teheran", "El Duende" e "Architeuthis" oltrepassano gli 8 minuti e risultano essere, oltre ai più compositi, i brani migliori. All'interno, fraseggi di chitarra, spunti armonici e inserti di synth (Chris Peters e Piotre Benton) si alternano organicamente creando una relazione con l'ascoltatore dove si realizza l'alleggerimento dello spazio/tempo. Merito soprattutto del cantante/chitarrista Filippo Leonardi, capace di essere creativo e originale con pochi elementi, fuori dalla logica del funambolismo a tutti i costi. Quando il dono della sintesi prende il sopravvento, si realizzano altri piccoli gioielli come "Young Rite" (bell'espressione a metà strada tra Yawning Man e Dead Meadow) e "Dead Polygon", titoli di coda, questa volta affidati alla chitarra acustica.

Alla fine del viaggio rimangono gli echi di una musica genuina e speciale insieme. La musica tuot court, non solo quella heavy psych e altresì quella italiana, è stata arricchita da un piccolo gioiello che ci auguriamo verrà ricordato tra quaranta anni come oggi noi ricordiamo i lavori degli anni Settanta.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | IZŌ "Izō"


Voto
01. Izō (Intro)
02. We Are What We Are
03. Hikikomori
04. Kikusai
05. EuTONEsia
06. MudMut (Outro)

Acid Cosmonauts Records
2016
Website

IZŌ - "Izō"

I pugliesi Izō mostrano un amore sincero nei confronti della cultura tradizionale giapponese, oltre che nei riff mastodontici sorretti da una base ritmica impressionante. Maurizio, Paolo, Francesco e Luca hanno imbracciato gli strumenti – in questo caso due chitarre, un basso e una batteria – e hanno costruito uno dei concept album di stoner strumentale più interessanti del 2016. Lasciate stare chi cerca lo status di band di culto affannandosi sui social: qui ci sono quattro ragazzi seri, umili, concentrati sulla creazione di qualcosa di importante e di unico.

La bellezza è nascosta nei dettagli. Come nella distorsione che rompe i primi quattro minuti di dolcezze di "Kikusai", distribuendo nell'aria una quantità di riff micidiali e brutali come solo un Matt Pike potrebbe fare. O come gli arpeggi tooliani sparsi un po' ovunque che ci portano dentro la massa nera come la pece dell'universo delle emozioni umane. Spunti riflessivi creati apposta per esasperare il contrasto con il "forte" della trama sludge. Ma la potenza è nulla senza controllo, come recitava un riuscito payoff di qualche tempo fa. Ecco quindi la dichiarazione di sapere esattamente dove andare e saper conoscere i propri mezzi di "We Are What We Are", bella composizione ultrasatura dove le linee melodiche si intrecciano in maniera quasi barocca, donando al brano una leggerezza inaspettata. Monkey 3, Karma to Burn, 35007, Monomyth e Pelican masticati e risputati in magma incandescente. Bellissimo.

I ragazzi della Acid Cosmonauts ci hanno abituato a delle uscite di pregio. Con l'omonimo primo album degli Izō la traccia è perseguita e confermata. Avanti così.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PRE-COG IN THE BUNKER "Pre-Cog in the Bunker"


Voto
01. Pre-Cog in the Bunker
02. No Size Girl
03. Crime Scene Cleaner
04. Dissolvences
05. In My Time of Dying
06. Drones
07. The Burning Land
08. To Berlin

Autoprodotto
2015
Website

PRE-COG IN THE BUNKER - "Pre-Cog in the Bunker"

Antonello e Miriam sono una coppia nella vita e nella musica. Sicuramente quando si guardano negli occhi si capiscono al volo. Così come quando suonano gli strumenti: si capiscono al volo. Con il moniker di Pre-Cog in the Bunker hanno pubblicato un bel disco di otto pezzi (che non supera la mezzora di musica, nella tradizione old school di fallo bene e fallo in fretta) di chitarra, batteria e due voci. È bene dichiararlo subito: fanno un casino della madonna. Ma non solo.

"No Size Girl" è squisita nella linea melodica e nel ritornello cantato insieme. Vengono in mente molti duo nella tradizione del rock, partendo da The Kills e Black Keys ed arrivando pian piano alle nostre Motorama. Ma sembra che il concetto di "band simile a" stia abbastanza stretto ai nostri. Vuoi perché decenni di ascolti hanno influenzato il songwriting di Antonello in maniera così radicale che i timbri possono essere scanzonati ("Dissolvences", "Drones"), noir ("Crime Scene Cleaner", "The Burning Land") o hard/punk (la titletrack, "To Berlin"); vuoi perché Miriam suona la batteria talmente divertita e di pancia che i Pre-Cog in the Bunker costituiscono un universo a parte, un piccolo miracolo.
C'è una genuinità e una trasparenza che ci fa innamorare di loro. Chiamateli a suonare nei vostri club. Vi troverete subito a contatto con persone di cuore.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | FARFLUNG "5"


Voto
01. Hive
02. Proterozoic
03. 044MZP
04. The 27th Sun
05. Lupine
06. Being Boiled
07. We Are 'E'
08. Jimmy
09. The Retreat

Heavy Psych Sounds Records
2016
Website

FARFLUNG - "5"

Una delle più belle e riuscite incarnazioni del verbo Hawkwindiano sono i Farflung, band attiva dal lontano 1992 e in grado di pubblicare un disco più bello dell'altro. Corteggiati dalla nostrana Heavy Psych Sounds Records che dal 2012 invita la band per split album di prestigio (ricordiamo quello dell'anno scorso con i Fatso Jetson), pubblicano quest'anno un lavoro completo a proprio nome, cosa che non accadeva dal 2008 con "A Wound in Eternity", segno che i ragazzi, oltre ad essere attanagliati da una creativa indolenza, pubblicano solo quando hanno voglia di farlo. "Proterozoic" sicuramente ha qualcosa da dire ad un certo Josh Homme, che viene sfidato nel suo stesso rifframa, ma in maniera più scanzonata, come dei redivivi Man or Astro-Man? applicati alle espansioni della psichedelia.

Lo stesso odore di Desert Sessions si sente in "044MPZ" e "We Are 'E'" dove, nella prima, una coda acustica rievoca la sensazione di jam registrata e, nella seconda, la voce cibernetica ricorda il cazzeggio che circolava in quei giorni al Rancho de la Luna, ma anche certi ultimissimi White Hills robotizzati. Altro stile compositivo risulta essere lo space rock tout court di brani come "27th Sun", "Dismal Jimmy" e "The Retreat": qui il ritmo rallenta con battiti sotto la soglia di vita riuscendo a far provare all'ascoltatore fughe escapiste senza bisogno di additivi esterni. Ma tutti i pezzi alla fine riescono in quest'intento, grazie anche agli innesti massivi di synth che donano alle composizioni una leggerezza antigravitazionale.

Insieme a Fatso Jetson, Yawning Man, Earth e Goatsnake, i Farflung sono una di quelle band genuine e preziose che stanno riscrivendo da un quarto di secolo il verbo della musica heavy psych. Raccogliendo meno di colleghi noti, ma con una dignità artistica molto superiore.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | YAWNING MAN "Live at Maximum Festival"


Voto
01. Rock Formations
02. Far Off Adventures
03. Stoney Lonesome
04. Perpetual Oyster
05. Manolete
06. Ground Swell
07. Dark Meet

Go Down Records
2016
Website

YAWNING MAN - "Live at Maximum Festival"

Hanno fatto bene i ragazzi della Go Down Records (Leo e Max, che si sbattono per promuovere il verbo heavy/desert/psych/garage nella penisola) a dare alle stampe il live degli Yawning Man al Maximum Festival del 2013. Quest'anno il fest è arrivato all'ottava edizione e il palco nel tempo ha ospitato Ufomammut, Gorilla, OJM, The Bellrays, Nebula, Brant Bjork, Namm e molti altri, segno di una direzione artistica puntata sull'asse della qualità. Il disco in questione è stato registrato in presa diretta nel corso della sesta edizione, quella del 2013, e ci mostra una band in stato di grazia.

Per chi non ne fosse a conoscenza (in tal caso avete sbagliato sito), gli Yawning Man sono il gruppo di Gary Arce, artista fondamentale nel piantare i semi della desert music nella metà degli anni Ottanta, insieme ad uno sbarbato Mario Lalli (Fatso Jetson), al fedele Alfredo Hernandez (Kyuss, Ché) dietro le pelli ed al fratello di Mario, Larry Lalli. Talmente imprescindibili che gli stessi Kyuss tributarono loro il giusto riconoscimento rifacendo "Catamaran" (prima di allora mai incisa, se non in qualche bootleg durante i generator party) nell'ultimo album, "...And the Circus Leaves Town". Negli anni il buon Gary non ha lesinato il suo stile in progetti bellissimi e sconosciuti (Yawning Sons, Dark Tooth Encounter e gli ultimissimi Zun, con un certo John Garcia alla voce: vi dice qualcosa?) ma è quando si esprime negli Yawning Man che si ottengono musiche celestiali.

Il set parte con "Rock Formations", titolo e brano d'apertura del loro disco d'esordio e si procede con l'acceleratore premuto di "Stoney Lonesome". Poi, l'incanto. La parte centrale si liquefa nelle stupende, assolate, pigre e sorridenti "Perpetual Oyster" e "Manolete", composizioni talmente organiche e ben assemblate da sembrare una suite ispirata a dune, cactus e tramonti di Palm Desert. "Ground Swell", dal secondo e ultimo album "Nomadic Pursuits", dà gas al motore e si sentono le bordate del vecchio Marione al basso. Il pubblico gradisce e urla contento. Il finale di "Dark Meet" riprende il filo rilassato della parte centrale dello show, facendo perdere tutti gli astanti in una visione onirica delle loro fantasie erotiche.
Per chi non ha assistito, giusto e doveroso compendio. La prossima volta che suoneranno in Europa, un unico dovere: raggiungerli e vivere con loro questa relazione, questa grazia.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ZIPPO "After Us"


Voto
01. Low Song
02. After Us
03. Comatose
04. Familiar Roads
05. Adrift (Yet Alive)
06. Stage 6
07. Summer Black
08. The Leftovers

Apocalyptic Witchcraft
2016
Website

ZIPPO - "After Us"

Con "After Us" gli abruzzesi Zippo hanno operato una sintesi nel loro processo compositivo. Tralasciate le arie semi progressive (ma non prog, attenzione!) del precedente "Maktub" e riaggiornata la line-up al nucleo primordiale di Dave, Sergente, Stonino e Ferico, i nostri sono andati dritti al punto. Hanno abbandonato una certa cervelloticità nel rifframa e si sono lasciati andare, in maniera consapevole, al normale flusso delle emozioni. Il risultato sono otto pezzi sciolti che vanno giù come un buon scotch invecchiato bene. A pensarci bene, sono tornate le atmosfere speciali di "Ode to Maximum", quando era tutto ancora da scrivere e da percorrere: tornare all'inizio può essere il segno di una maturità conquistata se, come dicono i grandi, bisogna imparare per poi dimenticare... o altrimenti rispolverare il centro dell'ispirazione più genuina e tagliare tutti gli accessori che ci sono cresciuti, con il tempo, volendo o meno, attorno.

Nel mentre non bisogna dimenticare la nascita degli Shores of Null, che ha visto impegnato Dave alle vocals e così anche quell'esperienza rientra, filtrata ed arricchita, in questo nuovo album. Che si tratti di passaggi morbidi ed emotivi ("Stage 6", "Familiar Roads") o quando si vuole far ruggire il leone in gabbia ("Adrift"), i nostri danno segno che la loro cifra stilistica è precisa. Anni di ascolti tangenziali e condivisi di band come Tool, Soundgarden (più di una intuizione deve il buon Sergente allo spirito coatto di Kim Thayil!), Church of Misery, Acrimony e un centinaio di altri gruppi a cavallo tra metal, psichedelia e crossover, hanno generato un ibrido di musica hard & heavy che può piacere sia ai nostalgici del Seventies sound, sia a chi è in botta con le nuove sonorità.

"Summer Black" è esemplare nel modo di coniugare velocità, impatto e modernità. L'iniziale "Low Song" è pura vertigine slowcore, "Comatose" un insulto sputato in faccia. Ma la cosa migliore risulta la conclusiva "The Leftovers": un mammut ambientale che non lascia respiro. Tra declamazioni psicotiche alla Till Lindemann e carezze di Sergio Pomante al sassofono, il brano si alza pian piano e cessa di botto, come per lasciare il finale aperto, fluttuare nell'antimateria... La strada verso la conoscenza è ancora lunga da percorrere, ma qui cerchiamo e troviamo solide certezze.



Eugenio Di Giacomantonio