lunedì 7 novembre 2016

New Review | CLOUDS TASTE SATANIC - "Dawn of the Satanic Age"



Voto 7
01. Enthroned
02. We Die We Live
03. Retribution
04. The Brocken
05. Just Another Animal
06. Demon Among the Stars

Kinda Like Music
2016
Website

CLOUDS TASTE SATANIC - "Dawn of the Satanic Age"

Epico è il giusto termine per descrivere "Dawn of the Satanic Age", nuovo album dei newyorkesi Clouds Taste Satanic. Appena scesa la puntina sul bel disco splatter rosso/verde siamo davvero davanti al fuoco di un sole nascente dagli Inferi: marce tribali rallentate, chitarre ultra distorte e una sensazione diffusa di condanna al peggiore girone dantesco. Sintesi concettuale di quello che ci aspetta se vincerà Trump alle prossime elezioni americane o esplorazione delle intricate e complesse relazioni umane del nostro tempo oscuro, non è dato sapere. Ma Scavuzzo, Bay, Weintraub e Acampora hanno costruito un disco dal fascino tetro, dominante e abominevole. Convogliando il tutto in una soluzione strumentale dal grande fascino evocativo.

Si parte con "Enthroned" e la mente si rivolge ad un incrocio fantastico tra i Manowar rallentati e i mai troppo compianti Reverend Bizarre. Altissima dose di furore vichingo, insomma. Il trait d'union con la successiva "We Die We Live" (Electric Wizard sì, ma con parsimonia) è il solo di chitarra a cavallo tra i due pezzi. Una trovata bella e riuscita. Chiude la facciata "Retribution", che richiama vecchi istigatori alla trance doomotica, ovvero gli Sleep, numi tutelari dei Clouds Taste Satanic nelle prime due uscite e che qui riemergono soltanto a corollario.
Girata la facciata ritorna lo stile di Matt Pike, questa volta con l'altra sua creatura, gli High On Fire. Anche se "The Brocken" mostra qualche contaminazione altra che sposta il focus verso l'armonia e il tocco di classe, oltre che puntare alla furia belluina. "Just Another Animal" e "Demon Among the Stars" chiudono il concept verso il buio più tetro, partendo dai padri fondatori Black Sabbath ed arrivando al terzo canto dell'Inferno di Dante, citato all'interno della copertina. "Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina podestate, la somma sapienza e 'l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate". Mai parole furono più azzeccate.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | FATSO JETSON - "Idle Hands"


Voto 8
01. Wire Wheels and Robots
02. Portoguese Dream
03. Royal Family
04. Nervous Eater
05. Seroquel
06. Idle Hands
07. Last of the Good Times
08. Then and Now
09. The Vincent Letter
10. 48 Hours
11. Dream Homes

Heavy Psych Sounds Records
2016
Website

FATSO JETSON - "Idle Hands"

I Fatso Jetson sono una grande famiglia. Adesso nel vero senso della parola, dato che il buon vecchio Mario Lalli ha piazzato in pianta stabile suo figlio Dino alla seconda chitarra. Il ragazzo ha preso molto dal padre, soprattutto il modo di elaborare un suono e uno stile chitarristico che non trovano eguali. Le canzoni seguono sempre quell'amabile andamento scanzonato e gioioso. Come "Royal Family", appunto, che ci fa tornare alla mente la meglio gioventù delle Desert Sessions, quando un joint ed il piacere di stare tra amici erano motivi di divertimento. Ma è sempre il registro stilistico dei Fatso a dettare legge, come nella bellissima e groovotica "Wire Wheels and Robots", opener che vive di una tensione costante. A detta dell'autore, "Idle Hands" è stato un album difficile da concepire e partorire, pensato e composto in un momento duro della propria vita, in cui solo alcuni buoni amici (Mathias Schneeberger, produttore del disco) e i famigliari (il già citato Dino e la figlia Olive Zoe, che canta in metà delle tracce) sono riusciti a non far rimanere con le mani in mano la più grande pietra portante di quello che oggi conosciamo come desert rock.

In altre occasioni, qualche sorpresa fa capolino nel magma crudele e delizioso, come in "Seroquel" (yawningiana nel midollo, d'altronde gli Yawning Man restano l'altro gruppo di Mario) e nel semi spoken world ubriaco e molesto di "Portuguese Dream", che vede alla voce il primo ospite della parata, Sean Wheeler. Il resto procede tra altissimi livelli espressivi e nell'identità originale creata dai nostri con le bermuda da surfer ("Then and Now"), i capelli lunghi da freak ("48 Hours") e il giubotto di pelle da punk robotico ("Last of the Good Times"). Sembra che i Fatso Jetson si siano accasati in Italia (pubblica la Heavy Psych Sounds Records di Roma) a giudicare dall'amore, ricambiato, che il nostro paese dedica a questa bella grande famiglia. D'altra parte ben più di un elemento fa pensare che soltanto casualmente i Lalli si siano trovati a vivere in America: il sangue di Mario vibra per il Belpaese.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE GOLDEN GRASS + KILLER BOOGIE + WILD EYES + BANQUET - "4 Way Split #2"


Voto: 7
01. The Golden Grass - Livin' Ain't Easy
02. The Golden Grass - Flashing Out of Sight
03. The Golden Grass - Hot Smoke & Sasafrass
04. Killer Boogie - You Will Be Mine
05. Killer Boogie - Make Another Ride
06. Killer Boogie - The Thunder
07. Wild Eyes S.F. - Long Time No See
08. Wild Eyes S.F. - Gator Shaker
09. Wild Eyes S.F. - Hot Sand
10. Banquet - Seven Sisters
11. Banquet - Starmaker
12. Banquet - Runnin by Baby Huey

Heavy Psych Sounds Records
2016
Website

THE GOLDEN GRASS + KILLER BOOGIE + WILD EYES + BANQUET - "4 Way Split #2"

Four of a kind. Un bel poker d'assi per l'heavy psych. Gabriele Fiori, deux ex machina della Heavy Psych Sounds Records, ha pensato bene di dare un'occhiata nel continente americano per scoprire quali nuovi gruppi stessero masticando il verbo e ha riunito tre band, tutte edite con album veri e propri dalla stessa etichetta ad eccezione dei Golden Grass, sotto un bel double album a cui ci ha aggiunto i suoi Killer Boogie.

Il piatto si apre con la prima facciata dedicata ai Golden Grass, formazione che vede dietro le pelli Adam Otracina ed è tutto un fiorire di hard/glam rock come non se ne sentiva da tempo. Vengono alla mente Gran Funk Railroad, Kiss, Budgie e tutta una pletora di fenomeni pronti a divertirsi all night long sentendo quegli uh-uh-uh! nei coretti e quei riff secchi come rossetti marci. Ottimi e scanzonati: menzione speciale per l'ultima canzone del tris, "Hot Smoke & Sasafrass", in cui spunta fuori un'azzeccatissimo flauto. Girando il lato ecco i Killer Boogie, power trio molto più diretto dell'altra band di Gabriele, i Black Rainbows, a cui sono stati sottratte le oscillazioni space a favore di un'iniezione proteinica di Seventies hard. I pezzi risultano più concentrati e tirati: lo stile chitarristico emerge con prepotenza, soprattutto nei solos, acidi e fuzzati. La band ha macinato tanti concerti e i tre brani sembrano proprio come un bootleg dei Blue Cheer, quando ancora si calavano l'acido.

Con i Wild Eyes siamo di fronte ad un totem. La band più bella, riuscita e ruspante di blues psych rock che possiate trovare oggi in circolazione, al pari dei compagni europei Blues Pills. Ma qui c'è una foga maggiore. "Long Time No See", "Gator Shaker" e "Hot Sand" sono tre gemme che ridefiniscono il genere dalle fondamenta, rendendolo attuale. Sarà per la potente voce di Janiece Gonzalez che carica i pezzi di fuoco, sarà per la chitarra di Chris Corona, semplice eppur geniale, o per la sezione ritmica che vede presente un certo Carson Binks, principe delle migliori band heavy blues da un decennio a questa parte (Dzjenghis Khan e Parchman Farm), ma il quartetto non sbaglia un pezzo. Recuperate gli album: è un ordine! Gli ultimi del poker sono i giovani Banquet, da San Francisco, California. Loro si giocano la carta della cafonaggine (ci piace!) e i loro tre pezzi sono irrobustiti da chitarre metal. Non ovviamente quello dei Sepultura o dei Manowar, bensì certo primissimo heavy metal dei Settanta di band come Judas Priest, Saxon e UFO, dove l'hard si andava ispessendo, le chitarre si sdoppiavano e le voci iniziavano a tendere verso l'alto. I primi due brani superano i cinque minuti e vivono di movimenti complessi seppur godibilissimi; la finale "Runnin by Baby Huey", invece, allenta la corsa e si stampa nella memoria con un giro di puro hard americano.

Per chi conosce i quattro gruppi in questione, questo split si presenta come un gradito e importante approfondimento, anche perché i pezzi sono tutti inediti. Per gli altri, risulta essere una deliziosa introduzione sullo stato attuale dell'heavy psych a cavallo tra i due continenti.



Eugenio Di Giacomantonio