mercoledì 21 dicembre 2016

New Review | MONSTERNAUT "Monsternaut"


Voto 6
01. Dog Town
02. Back for More
03. Mountain Doom
04. Caravan
05. Black Horizon
06. Volcanos
07. Mean Machine
08. Mexico
09. Dragons

Heavy Psych Sounds Records
2016
Website

MONSTERNAUT - "Monsternaut"

Il biker che scaracchia all'inizio di "Dog Town" prima di accendere la moto è eloquente su dove vogliano andare a parare i Monsternaut: musica sanguigna e incazzata nel migliore stile biker movie anni Settanta. La miscela che alimenta il motore è una buona mescola tra hardcore, Black Flag, Black Sabbath e spirito punk (chi ha detto Fu Manchu?), facendo risultare il viaggio dei nostri una parallela dei King of the Road più conosciuti.

Non si deve cadere mai nella puerile e facile polemica sull'originalità delle composizioni e se il gruppo finnico (di Kerava) sia più o meno ruffiano, dato che il divertimento e la voglia di suonare battono sempre questioni di questo tipo. Quindi lasciamoci andare ad una compatta "Mountain Doom", riuscita ed eccitante come poche altre composizioni sul tema, a "Volcanos" fuzzosa e veloce con un bagno nel whisky motörheadiano e a "Mexico", buona per farsi un joint e perdersi negli effetti space e rallentamenti da THC. I finlandesi hanno la strada spianata davanti a loro: speriamo che la carovana continui il giro attorno al deserto. Attraversando la California, lasciando perdere i Segni della Potenza Infinita che non solo altro che segni di infinito decadimento.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DÄTCHA MANDALA "Anâhata"


Voto 6
01. Misery
02. Mojoy

MRS Red Sound
2016
Website

DÄTCHA MANDALA - "Anâhata"

Il simpatico sette pollici dei Dätcha Mandala, francesi di Bordeaux, vede il classico pezzo per lato nel migliore stile anni Sessanta, con due ipotetiche hit da demandare ai jukebox. Sul lato A abbiamo "Misery" che paradossalmente riporta alla mente l'Elton John dei Settanta con qualche accenno di Muse.

Dall'altro lato una più corposa e southern "Mojoy", quasi uno standard blues deragliante in protuberanze hard ZZ Top meets Wolfmother. Registra e produce rigorosamente in analogico Clive Martin (Queen, Tom Yorke, The Cure, Midnight Oil, Skunk Anansie), produce la MRS Red Sound, ovvero l'etichetta creata dai Mars Red Sky. A voi la scelta di approfondire: la band esiste da sette anni ed ha pubblicato prima di questo sette pollici un paio di EP.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DRUNKEN CROCODILES "Drunken Crocodiles"


Voto 6
01. We Hope
02. Drunken Crocodiles
03. Mate
04. Pillar
05. Tricky Quiet

Auto-prodotto
2016
Website

DRUNKEN CROCODILES - "Drunken Crocodiles"

La voce cavernosa di Elo potrebbe tranne in inganno e far considerare i Drunken Crocodiles di Parma un gruppo sludge tout court. Invece il sottostrato musicale si agita tra classicismi hard che stanno tra Motorhead, Nashville Pussy, Fireball Ministry, Clutch e il primissimo heavy metal dei Settanta.

I cinque pezzi del loro primo omonimo EP di venti minuti circa ci mostrano una band in salute e piena di cattiveria, ma con un cuore: "Mate" e "Tricky Quiet" staccano per un attimo la furia belluina e il pedalino del distorsore, scoprendo un songwriting limpido. Ma la natura essenziale del gruppo sta nelle fangose "Drunken Crocodile", "Pillar" e "We Hope", dove riff over riff demoliscono la resistenza dell'ascoltatore abituato a monoliti come Bongzilla, Weedeater e Iron Bong, i numi tutelari dei nostri ragazzi. Un buon primo episodio che dimostra attaccamento e devozione alla bandiera.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE FREEKS "Shattered"


Voto 8
01. Tiny Pieces
02. Where Did You Go
03. Strange Mind
04. I'm a Mess
05. Uncle Jack's Truck
06. Sylvia
07. There's No Turning Back Now
08. La Tumba
09. Space Bar
10. Fast Forward
11. Ivana
12. Blue Shoes
13. Blow Time Away

Heavy Psych Sounds Records
2016
Website

THE FREEKS - "Shattered"

Orfano di sua immensità Eddie "wah-wah" Glass, Ruben Romano ha tirato i remi in barca e ha chiamato attorno a sé un bel gruppo di amici, mettendo in piedi il progetto The Freeks. Nel primo album la all-stars band comprendeva calibri pesanti come Lorenzo Woodrose (Baby Woodrose), Scott Reeder (Kyuss), John McBain (Monster Magnet), Isaiah Mitchell (Earthless) e il producer Jack Endino, prime mover sul finire degli Ottanta della scena grunge. Come a dimostrare che la reputazione di Mr. Romano poteva permettere di scomodare personaggi importanti, sia per le qualità intrinseche del musicista, sia per la personalità disponibile e umile dimostrata, in antitesi al carattere dominante dell'ex compagno Eddie. Nel nuovo disco "Shattered", la band si è organizzata intorno ad una line-up più stabile, composta da Ruben alla chitarra e voce, Jonathan Hall alla chitarra, Tom Davies (altro rifugiato dei Nebula) al basso, Esteban Chavez alle tastiere e Bob Lee alla batteria. Meno nomi eccellenti ma più compattezza tra prove, studio e concerti.

Il risultato è una band matura che si diverte a scavalcare i generi con scioltezza e divertimento. Ovviamente lo stile dei Nebula emerge massiccio in più di un pezzo, come nell'opener "Tiny Pieces", dove sembra di tornare all'ultimo "Apollo", nella perla "Strange Mind" e in "The Space Bar" (titolo stupendo!) dove lo stile chitarristico di Ruben rasenta il tocco di classe di Eddie, andando a parare tra le derive della cocktail music.

Altre volte il tiro si fa più punk e motorheadiano come nel caso di "Uncle Jack's Truck", brano nel quale il rombo delle dune buggy inietta veleno supersonico nelle vene dei nostri. Interessante la ricorrenza di nomi femminili nei titoli: "Sylvia" è una cavalcata hard space non troppo dolce, "Ivana" è un boogie rock da riff e solos irresistibili, come a pennellare diversi caratteri alle donne cui si riferiscono. Il resto viaggia su altissimi binari tra dilatazioni da assunzioni di LSD come "Fast Forward" e "Blow Time Away" e i piccoli sipari ambientali di "There's No Turning Back Now". Ancora, genuinità e umiltà sono le caratteristiche migliori per far emergere il talento dei musicisti. Avanti così Ruben, per altri cento album!



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DRYSEAS "Dryseafication"


Voto 7
01. Into the White Desert
02. Delicious
03. I Won't Make It Out
04. Too Late
05. Rainy Day
06. The Ballad of Lost Reason
07. Dryseafication

Desert Dagos Records
2016
Website

DRYSEAS - "Dryseafication"

"Dryseafication" dei Dryseas ricorda per molti aspetti un album dei Masters of Reality, creatura di Chris Goss abile nel plasmare il suono stoner rock, ma allo stesso tempo puntuale nel prendere le distanze da esso. Come dava lustro e sostanza al suono dei Kyuss, così sperimentava altri generi nella sua creatura. In questo senso, il quartetto romano è una formazione di impronta tipicamente stoner ma con qualcosa di diametralmente opposto, più ampio. Saranno le atmosfere noir di "Too Late" o "Dryseafication", ma il concetto esposto è molto trasversale.

Più di un pegno è pagato verso le melodie grunge, a partire dai Soundgarden fino ad arrivare ai (pericolosissimi) primi Alice In Chains. C'è inoltre qualcosa di romantico e classico che ci fa dimenticare di essere davanti ad una lurida rock'n'roll band (la riuscita "The Ballad of Lost Reason" e l'intro cinematica di "Into the White Desert"). Ovviamente il primo amore (Queens of the Stone Age) non si scorda mai ed esce fuori a gamba tesa in "Delicious". Il timbro della solista di Carlo è debitore dello stile di Josh Homme, ma il risultato finale risulta essere compatto e coerente. Facendo un altro tipo di paragone, è lo stesso viaggio compiuto dagli ultimi QOTSA in cerca di affrancamento dall'etichetta di band heavy psych. Coraggio e determinazione pagheranno ancora. Come sempre.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | THE INCREDULOUS EYES "Red Shot"


Voto 7
01. Red Army
02. Cherry Brandy
03. Scarlett Wall
04. I Will
05. Thick Grey
06. Left Side
07. Can't Cry
08. Red Situation
09. Crimson
10. I'm Not Your Knight Anymore
11. Unrest
12. Bushido
13. Son of the Sun

Stoic Front Records
2016
Website

THE INCREDULOUS EYES - "Red Shot"

Ha la statura del classico "Red Shot", nuovo disco degli abruzzesi The Incredulous Eyes e prima uscita della Stoic Front Records, nata dalle ceneri della Nova Feedback Records. Ispirato (d)al colore rosso, è un album sanguigno, guidato – come recitano le note di copertina – dalla passione, dal feeling, dal sangue e dall'ego. Lo dimostrano i primi tre pezzi: "Red Army", "Cherry Brandy" e "Scarlett Wall". Dan Sartain è dietro l'angolo e, non arrivando ai due minuti, rappresentano rispettivamente la dolcezza, l'incazzatura e la bellezza. Emerge immediatamente il focus delle intuizioni di Danilo Di Nicola alla chitarra, continuamente al lavoro su trame delicate e rumorose, a contrasto, come derive tra continenti. La sezione ritmica del fratello Claudio alla batteria e del metallico (!!!) Andrea al basso garantiscono una tensione emotiva precisa e puntuale, dove la bellezza è data dall'intenzione dei nostri, prima ancora delle qualità specificatamente tecniche.

Da "I Will" in avanti, il minutaggio dei pezzi diventa canonico e la band si immerge direttamente nell'humus che nutre l'album, fatto di influenze beatamente buckleyane ("Can't Cry" fa piangere a dispetto del titolo, la dolcissima "Son of the Sun" nel finale), riff post rock al vetriolo ("Red Situation", "Thick Grey", "Crimson") e veri e propri piccoli gioielli retrò come "I'm Not Your Knight Anymore", dove gli Incredulous Eyes mostrano le carte per diventare, come si diceva in apertura, dei classici del ventunesimo secolo. C'è lo spazio anche per piccole sorprese come la trasversale "Unrest" (seppur breve deragliamento dai binari, risulta del tutto coerente) e "Bushido", che à la Man or Astro-man? surfa le onde del mare di Roseto degli Abruzzi dopo un'indigestione di porchetta.
We need a red shoot to push these things to a definitive influence on your life. Chi non ne ha bisogno?



Eugenio Di Giacomantonio