venerdì 10 novembre 2017

New Reviw | RAINBOW BRIDGE - Dirty Sunday





Rainbow Bridge – Dirty Sunday

Un blues acido e distorto è quello dei Rainbow Bridge da Barletta. Attivi da più di dieci anni, i tre sono entrati in studio in una giornata autunnale del 2016 ed hanno inciso questi cinque pezzi tutto di un fiato, senza sovraincisioni, dando libero sfogo alla loro natura di jam band.
Sin dal moniker scelto ci troviamo di fronte a dei ragazzi infatuati dall’experience hendrixiana a cui hanno addizionato peyote e THC per snaturare quel diavolaccio del blues dentro bordelli del Rancho de la Luna. “Dirty Sunday” ha proprio la pacca di una nottata brava a bere whiskey dalle tette delle spogliarelliste, mentre “Maharishi Suite” è una prova dell’abilità chitarristica del bravo Giuseppe “Jimi Ray” Piazzolla che dell’illustre omonimo argentino non ha nulla se non l’eleganza esecutiva.
I pezzi sono tutti strumentali e hanno la vocazione a sciogliersi liberamente tra le trame più casuali ed accidentali, anche se c’è sempre un gancio dove trovarsi per non far deragliare la questione. “Hot Wheels” è altra piccola pepita dove si spinge di più verso la potenza del riff piuttosto che nella fantasia dell’improvvisazione, mentre la conclusiva “Rainbow Bridge” è giusto il manifesto della band: un riff handrixiano al 100% introduce una jam assatanata dove i solos di “Jimi Ray” tagliano la sfera del reale… Ottimo antipasto per prove più lunghe ed articolate questo primo lavoro. Ma c’è di che gioire.
Eugenio Di Giacomantonio

New Review | MOJUBA - Astral Sand







Mojuba – Astral Sand

Un sano e robusto compendio hard stoner è “Astral Sand” dei Mojuba. Debitore di quel genere orfano dei Kyuss nato in prossimità dello sciogliersi dei maestri di Palm Springs, il sound della band ci riporta a quella ondata di gruppi che volevano ristabilire l’ortodossia: Lowrider, Orange Goblin, 7 Zuma 7, Celestial Season, Spiritual Beggars. Con qualcosa in più. Che siano gli intermezzi contaminati (“Adobe Santann” è puramente desert, così come “Sesa Woruban” è puramente space-ritual) o la costruzione di mini suite (“Drowning Slowly” è un viaggio di dieci minuti all’interno dell’universo Mojuba), i nostri danno prova di avere subito influenze in molte direzioni.
Lo stile di Francesco alla chitarra, per quanto Seventies, dimostra di aver apprezzato certo metal assassino degli Ottanta/Novanta. La voce di Pierpaolo è figlia legittima di un Ben Ward alcolizzato e Fabrizio e Alfonso (basso e batteria) dimostrano di non essere semplici gregari, ma giusti traghettatori del mood del pezzo. Prendiamo la title track: nata da un suono e un riff di chitarra proto metal, nel bel mezzo scivola verso una penombra doom lenta e malsana, per riemergere poco dopo in un solo arcigno ed ispirato alla Mike Amott.
Così come la chiosa di “La Morte Nera” è un urlo disperato in odore di grunge che per qualche ragione ricorda i pezzi acustici di album propriamente thrash (ricordate le gemme “Veil of Deception” e “A Room with a View” in “Act III” dei Death Angel?) come a far scoprire una profondità di emozioni anche nella musica più aggressiva (anche se poi il pezzo finisce nel magma cerimoniale dei Candlemass). Il gusto di stare dalla parte dei duri e puri: ecco “Astral Sand”.
Eugenio Di Giacomantonio

sabato 21 ottobre 2017

New Review | CACHEMIRA – Jungla




CACHEMIRA – Jungla

Un fuoco hard blues arde nei Cachemira, power trio di Barcellona. Visti dal vivo recentemente al Tube Cult Fest di Pescara, hanno dato prova di essere una band con un grande feeling al pari di fenomeni come Radio Moscow, Kadavar e i rimpianti Prisma Circus: pelle bianca e cuore nero, per intenderci.
Gaston Lainé, chitarra e voce, è un vero asso. Scaglia riff potentissimi a grattare la volta celeste a cui abbina solos acidi e ustionanti. Al pari, la sezione ritmica di Pol Ventura (basso) e Alejandro Carmona (batteria) segue, impenna e rallenta con classe purissima. Si sente che hanno tirato su questo progetto per lanciare qualcosa di bello nella palude stagnante della modern music e avvolgono l’ascoltatore come, appunto, cachemire.
I cinque brani che compongono il loro album di debutto, Jungla (pubblicato dalla nostrana Heavy Psych Sounds Records), sono cinque gioiellini. L’ouverture è una delicata introduzione in punta di piedi, con il buon gusto di non tirare le carte sul banco in una volta sola. Con Sail Away si entra nel pieno del mondo dei Cachemira: riff à la Deep Purple si incrociano con rallentamenti eternal blues, fino al punto di portare tutto a ritmo zero, nel cuore del pezzo. Dal vivo questa dilatazione potrebbe andare dritta dritta sul pianeta Hawkwind. Goddess è primigenio heavy blues woodstockiano con tanto di assolo di batteria nel finale: l’eterna e bellissima favola della donna angelicata. La title track è pura schizopatia instrumental Hendrix al ponte dell’arcobaleno! e la finale Overpopulation va a minacciare sul campo e a viso scoperto i Radio Moscow.
Che si debba ritornare alla musica di quarant’anni fa per farci provare ancora qualche genuina emozione? La risposta è in album felici come questo dei Cachemira.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | UFFE LORENZEN – Galmandsværk




Uffe Lorenzen – Galmandsværk


Già con l’omonimo disco del 2009 dei Baby Woodrose il buon Lorenzo ci ha fatto ascoltare un disco interamente concepito e suonato in prima persona. E con il progetto Spids Nøgenhat ha introdotto la sua lingua madre nell’universo psichedelico che lo accompagna da sempre. In altre parole, l’ultima sua uscita “Galmandsværk” consolida e fonde assieme queste due prerogative.
La novità semmai è rappresentata dal fatto che il disco è intitolato a suo nome (Uffe Lorenzen), quasi si voglia mettere una firma autografa ad una produzione che questa volta ci ha fotografato interiormente. L’immagine che ne esce fuori è quella di un fantastico hippie che viaggia nel tempo e si ritrova al fianco di George Harrison e John Lennon lungo l’argine del Rishikesh (“På Kanten af Verden”, “Blues for Havet”).
È tutto un fiorire di flauti, sitar, chitarre acustiche, tempi rilassati, joint fumanti e amore libero. Con una riflessione: tutto questo è una fuga dalla realtà verso un mondo incantato, desiderato e parallelo, definitivamente impossibile. Lorenzo lo fa consapevolmente, affidando il compito al mezzo escapista per eccellenza: la musica. Viene quasi da piangere sentendolo nelle splendide “Ny By” (una delle poche occasioni in cui sentiamo un piccolo fuzz, in sottofondo e – sorpresa! – lo xilofono) e “Flippertøs” (chitarra acustica, flauto, djembe e voce), vera perla di scrittura autoctona del nostro. Altre volte si incarna in un’incazzato Richie Havens (ricordiamo la sua versione di “Freedom” nell’album omonimo di qualche mese fa) in “Sang Om Merværdi” o indossa le vesti dello space crooner alla maniera di Nik Turner (“Høj Som et Højhus”), ma il mood centrale dell’album è quello intimista, con il tocco elegante di un grande scrittore di favole acide e romantiche per adulti (“Dansker”).
Cosa resterà nella memoria musicale di questo secondo decennio del secolo ventunesimo? Sicuramente non “Galmandsværk”. Piccolo classico di psichedelia destinata ai ricercatori di arche perdute.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | PRE-COG IN THE BUNKER – Response to Reality




PRE-COG IN THE BUNKER – Response to Reality


Ha l’aspetto delle cose buone fatte in casa “Response to Reality” dei Pre-Cog in the Bunker. Vuoi perché Mirian e Antonello sono una coppia nella vita come nell’arte, vuoi perché i disegni del disco sono del fratello di Miriam, Alessandro, il nuovo album è un piccolo gioiellino famigliare.
Iniziamo dalla scelta delle cover: “Nobody’s Fault But Mine” dell’incommensurabile Blind Willie Johnson, un blues rauco e indolente che i Pre-Cog ci restituisco carico di un appeal shake’n roll. L’altra “Wayfaring Stranger”, gospel/folk tradizionale dell’America del Nord presenta la stessa presa di coscienza della povera condizione umana, ma con un piglio rabbioso che vuole riscossione e non certo consolazione.
Gli altri nove pezzi originali sono come sempre di una bellezza cristallina. Vengono tirati per la giacchetta i Velvet Underground (“On the Run”) e certo rock scanzonato dei Sixties (nell’iniziale e bellissima “What Is Real” e in “Solar Thrill”). Il balletto cosmico degli Hawkwind fa capolino in “Mistaken”, ma c’è anche la modernità (?) del nuovo rock n’ roll sporco e selvaggio perseguito da modern (?) band come la Blues Explosion, The Dirtbombs, The Kills e i dimenticati Thee Hypnotics (“Kraut-Droid”).
L’aspetto che emerge su tutto è la scrittura di Antonello: in direzione degli arrangiamenti la sintesi è d’obbligo e riuscita; in direzione della scrittura dei testi c’è più di esposizione personale che ce lo fa diventare ancora più caro. In questo senso la conclusiva “Silver”, donata a Miriam, è più che una dichiarazione di appartenenza. Un album bello e ispirato.

Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ANANDA NIDA "Anodnaius"



ANANDA MIDA – Anodnatius


Gustoso progetto trasversale questo degli Ananda Mida, pensato e realizzato da Max Ear (OJM) e Matteo Scolaro, con Filippo Leonardi (Pater Nembrot) alla voce. La band fa riferimento “a certe dimenticate tradizioni tra il Medio Oriente e il Centro Asia. L’album di esordio ‘Anodnatius’, polo positivo, (…) sarà seguito dal disco ‘Cathodnatius’, nel quale si tenterà di far riemergere tutte le forze negative e le relative sottili vibrazioni giacenti fuori e dentro ogni cosa”. Si intuisce quindi che siamo davanti alla versione chiara della band, un primo tempo di un film che si concluderà con la pubblicazione del prossimo album.
Dal punto di vista estetico, i riferimenti al Medio Oriente sono esclusivamente concettuali dato che ci troviamo davanti ad un esemplare blues rock del terzo millennio con la testa piena di meteore psichedeliche (“Kondur”, “Askokinn”). I pezzi sono scritti bene e contaminati al punto giusto. Si può partire da un ritmo serrato e finire dalle parti della dilatazione space/cosmica (“Lunia”). O traboccare di Seventies sound progressivo, come in “Anulios” e “Heropas”. Non si dimentica neanche la lezione dei Queens of the Stone Age e di tutto quello che hanno modificato con il loro robot rock circolare (“Passavas”, già edita come b-side del singolo “Aktavas”). Ma è sbagliato racchiudere dentro un solo contenitore ogni brano, dato che la scrittura è di per sé espansa. La musica italiana underground è sempre superlativa in quanto a bellezza e visionarietà. Speriamo che se ne accorgano pure oltralpe. Per dare la giusta visibilità a questi ragazzi che meritano appieno i festival europei di musica heavy psych.

Eugenio Di Giacomantonio

mercoledì 8 marzo 2017

New Review | COMACOZER "Astra Planeta"

Voto 8
01. Saurian Dream
02. The Mind That Feeds the Eye
03. Navigating the Mandjet
04. Illumination Cloud
05. Hypnotized by Apophis

Headspin Records
2016
Website

COMACOZER - "Astra Planeta"

Ai ragazzi dei Comacozer da Sydney, Australia, piace rinchiudersi dentro la loro sala prove, fumare una quantità innominabile di bong e jammare fino allo sfinimento. "Astra Planeta" è il loro primo album lungo e segue di tre anni la prima demo autoprodotta, intitolato didascalicamente "Sessions". Si sono accasati presso Headspin Records, che in tema di Blow Your Mind la sa lunga con cavalli di razza quali Elder, Eternal Elysium, Siena Root, Sula Bassana e Sun Dial, ma i nostri – Rick alla chitarra, Andrew alla batteria, Rich al basso – non sfigurano affatto con la loro raffinata espressione artistica.

Inserito il dischetto di cinque pezzi nel lettore, l'aria è invasa da una coltre distorta e macilenta di watt, eppure... eppure il tono sembra pacificato, ieratico, quasi yogico. Sarà merito del ritmo, lento, a tratti lentissimo, ma tanta distorsione produce più serenità che altro. Una somma completa e miracolosa di Los Natas, Liquid Sound Company e Øresund Space Collective. "The Mind That Feeds the Eye" è esemplare nello snocciolare effluvi wah-wah al servizio di una trama delicata. Nel solco è la seguente "Navigating the Mandjet", che osa in direzione oriente riportando a casa sapori speziati.

Le ultime e massicce "Illumination Cloud" e "Hypnotised by Aphophis" chiudono l'album con minutaggi importanti di otto e undici minuti. La prima pare uscita dritta dritta dalla mano di John Perez inside the acid temple, tanto è perfetta la sovrapposizione tra le due band nel modo di gonfiare un pezzo dai ricami iniziali all'esplosione di space effect all'acido lisergico. Una goduria pazzesca. L'ultima rimane un po' congelata nello spazio che si auto disegna, facendo risultare eccessivo il minutaggio dadicato, ma poco importa: "Astra Planeta" risulta essere un eccellente album di modern psych for acid hammerheads.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | BUDDHA SENTENZA "Semaphora"


Voto 8
01. Jet
02. Greek Ancestry
03. Kréèn
04. Laika
05. Blood Rust
06. The End Is Coming, We'll Take It From Here

World In Sound Records
2016
Website

BUDDHA SENTENZA - "Semaphora"

È un bel viaggio lungo tre quarti d'ora quello che i Buddha Sentenza ci fanno fare con il loro ultimo album, "Semaphora". Si prende il "Jet" ad inizio corsa ed è subito ignoto spazio profondo: 35007 meets un'antica classe purpleiana merito del Synth Maximus che opera nei più remoti stati di coscienza. "Greek Ancestry" parte con una bella frase di banjo e poi si arricchisce di sfumature di violino e chitarre alla Josh Homme: un interessante esperimento di come potrebbe suonare una combriccola folk alcolica infatuata di space rock e Queens of the Stone Age. E la cosa stranamente/fortunatamente funziona. "Kréèn (Patagonia Lights)" sembra cullarsi lievemente nell'assenza di gravità, con un sorriso sornione e frasi incomprensibili lanciate da qualche ominide incontrato nella galassia Tangerine Dream: i tempi rallentano ed è dolce rilassarsi in questo mare.

"Laika" ritorna alla grinta dei Deep Purple e all'hard rock Seventies. C'è più di una impressione occulta tra Sir Lord Baltimore e Captain Beyond, costituendo un vero e proprio piccolo gioiello classico. "Blood Rust" insiste sulla melodia epica e profonda, con numerosi variazioni di tempo, risultando il pezzo più articolato e la finale "The End Is Coming, We'll Take It From Here" – heavy, prog e psichedelica – è il giusto suggello ad un album bello e riuscito. I Buddha Sentenza da Heidelberg, Germania, hanno fatto sempre le cose con passione e sentimento, riuscendo a migliorare album dopo album nel verso di scrittura e di reputazione artistica. Potrebbero diventare, ma in parte già lo sono, dei classici del XXI secolo.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | CLEPSYDRA "Tropicarium"


Voto 7
01. The Witch
02. I'm In
03. Chocolate
04. Jerry the Pine
05. Sahara Freaks
06. Bus to Mijas
07. When the Bottle Is Gonna Ginish
08. Port Huron (Blue Ride)
09. Like Nowhere Else
10. Green Blinds
11. The Legendary Battle Between Pazoleros and Tobago Seals
12. Children of a Lesser God
13. Tropicarium

Go Down Records
2015
Website

CLEPSYDRA - "Tropicarium"

Perfettamente calati nel mood di Woodstock del 1969, i Clepsydra sono una band calda. Nati nella provincia teramana, precisamente a Giulianova, arrivano al quarto album, "Tropicarium", freschi come una rosa. Il songwriting di Fabio Di Gialuca risulta sempre appassionato ed ispirato: meglio quando riferito a Jimi Hendrix come nell'apertura di "The Witch", meno nelle sue gradazioni pop ("Port Huron" è più vicina ai Supertramp di quanto non ci voglia far credere) che qua e là punzecchiano la natura intimamente blues rock dei brani. Gli stili variano secondo gli umori del gruppo.

Si può passare tra le dune del deserto, senza mai avere allucinazioni psichedeliche, con "Sahara Freaks", "Jerry the Pine" e "Like Nowhere Else", o palleggiare tra i movimenti tex mex di "Bus to Mijas" e sprigionare la violenza hard rock di "When the Bottle Is Gonna Finish" e "The Legendary Battle Between Pazoleros and Tobago Seals". Risultando del tutto coerenti. Merito sempre del buon Fabio che con la sua voce infonde armonia e legami tra le varie canzoni, senza dimenticare che anche il resto del gruppo viaggia su livelli altissimi (Mattia e Danilo sono una sezione ritmica di garanzia e Sandro colora il sound con i suoi tocchi di piano Rodhes e organo).
Come sempre la provincia italiana è da tenere in vista se si vuole farsi sorprendere dalla buona musica.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | ELEPHARMERS "Erebus"



Voto 8
01. Erebus
02. Spiders
03. The River
04. Cannibal Supernova
05. Of Mud and Straw
06. Deneb

Go Down Records
2016
Website

ELEPHARMERS - "Erebus"

Cagliari Stoner Rock City. Magari nel 1970 o anche oggi nei Duemila, con band di gran classe e grandi intenzioni. Non ultimi gli Elepharmers, terzetto più uno che ama forgiare il proprio suono al sole delle dune di Piscinas. Dopo il bell'esordio "Weird Tales from the Third Planet", la prima sorpresa la troviamo in "Spiders" che, subito dopo il monolite di apertura della title track (un mix incandescente di Karma to Burn, Acrimony e 35007), vede l'ugola di El Chino provare ad alleggerire il tema con un riff scanzonato e boogie come solo i Nebula sapevano fare.

Non facciamo in tempo a buttare giù il sorso che siamo davanti all'inno per lo scapocciamento di "The River", arcana e arcigna con qualche tocco proto doom à la Pentagram o, per accostarla a qualcosa di più moderno, ai Goatsnake. I pezzi sono lunghi e vivono dentro le articolazioni selvagge tra rifframa e cambi di tempo. Possono partire dal doom e finire nel metal o nello space rock o dove gli pare. Esempio è "Cannibal Supernova" con la seconda sorpresa di synth e Hammond del Baro, che rendono liquido e avvolgente il magma sonoro del terzetto. L'animo dell'ascoltatore galleggia nell'etere anche con la ballad southern psych "Of Mud and Straw", affidata all'acustica e all'Hammond come un oggetto d'amore da custodire preziosamente.

Non sappiamo perché ma ci hanno riportato alla mente i gruppi street metal degli Ottanta (Poison, Faster Pussycat, Cinderella) quando, in ogni album tossico e stradaiolo, inserivano una ballad da lacrimoni. Ma è un attimo perché già nella successiva e conclusiva "Deneb" si torna al mood sanguigno e verace del '70s hard, anche se il pezzo è arricchito da deliziosi intermezzi dove la musica scompare per fare spazio alla densità del sentimento. Il brano più commovente e riuscito dell'intero lotto. Come sempre la Sardegna, la sua terra, i suoi orizzonti e i suoi personaggi sono garanzia di cose buone e veraci: don't miss it!

New Review | ATOMIC MOLD + MOUNT HUSH "Split Album"


Voto 7
01. Atomic Mold - President Augusto
02. Atomic Mold - Freak Tad
03. Atomic Mold - Wild Woman
04. Mount Hush - The Spell
05. Mount Hush - The Day She Stole the Sun
06. Mount Hush - Wolves in the Walls (Live from the Ravine)

Electric Valley Records
2015
Website

ATOMIC MOLD + MOUNT HUSH - "Split Album"

Due belle realtà di genuino stoner alla vecchia maniera. Lo split edito da Electric Valley Records mette in fila due tra i più bei gruppi emergenti italiani: Atomic Mold, power trio da Verona, e i Mount Hush, quartetto di cavernicoli heavy psychedelic blues provenienti dalle pendici delle Alpi.

Gli Atomic Mold aprono le danze con "President Augusto" e sono subito mazzate sui denti alla maniera degli Unida di John Garcia. "Freak Tad" allunga invece il minutaggio e i movimenti interni del brano e Antonio (basso e voce) sbraita lyrics alla maniera di un cagnaccio allupato e impestato. Chiude il lotto "Wild Woman" (le donne... croce e delizia di ogni rockers ma della specie umana maschile in generale) che con il suo giro a metà tra Sleep e Black Sabbath, dice la sua in merito al gentil sesso e alle sue rappresentanti.

Dall'altro lato del vinile i bigfoot montanari Mount Hush vengono introdotti da spaventose urla tra le grotte e un riff micidiale à la Fu Manchu che ha il nome di "The Spell". "The Day She Stole the Sun" è un southern blues robusto, arrangiato con delicati, accorati e riusciti fraseggi di chitarra che traghettano il pezzo in direzione ultra heavy. La conclusiva "Wolves in the Walls (Live from the Ravine)" rischiara il cielo all'orizzonte e gli inserti di Hammond donano un calore unico (sembra che sia la sola canzone registrata live con la line-up al completo).
Uno split degno delle uscite d'oltreoceano: sintonizzatevi sugli album lunghi delle band per approfondire l'argomento ultra heavy psych in Italy in these days.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DONNIE'S LEACH 88 "Replacing Moments"


Voto 6
01. Mannequin
02. P.H.M.
03. Autumn's Grey Pain
04. R.S.U.
05. Slow Thunder
06. Entrapped in a Nightmare
07. Inner Ruins
08. Orbital Rabbits
09. Spectres Dimension
10. Alone in the Forest
11. The Evil Is Inside the Old Teacher
12. Who's the Clown at the Wheel?
13. Go to the Cinema with Frank
14. The Final Decision

Autoprodotto
2015
Website

DONNIE'S LEACH 88 - "Replacing Moments"

Donnie's Leach 88 è un progetto nato dall'unione di Francesco Lenzi, chitarra, e Alessandro Bucci, tastiere. Ispirati dal film Donnie Darko, regia di Richard Kelly del 2001, il duo prova a mettere insieme elettronica, ambient, chitarre distorte, improvvisazione, free form e tutto quello che gli passa per la mente. Il risultato sembra stare al confine tra le colonne sonore dei film horror anni Ottanta (una strada simile la sta percorrendo l'americano Umberto, ma con un focus più preciso) e la musica astratta di Dylan Carlson, al netto della sua impronta doom/noir.

Affrontare l'ascolto con la mente e le orecchie bene aperte è un obbligo in questi casi: ci si lascia andare agli echi orientaleggianti di "R.S.U." e "Orbital Rabbits", al drone box di "Slow Thunder", "The Final Decision" e "P.H.M.", all'ambient glaciale e chitarristico di "Go to the Cinema with Frank" e al divertimento puro e semplice di "Entrapped in a Nightmare".
Se si cercasse qualcosa di più concreto ed ortodosso il duo potrebbe spiazzare oltre che innervosire, ma con una buona di partecipazione da parte dell'ascoltatore si potrebbero dipingere scenari fantastici oltre il confine delle proprie preferenze musicali. Qualcosa deve ancora crescere e maturare e qualcos'altro brilla dell'intuizione geniale, ma il progetto potrebbe riservare piacevoli sorprese per il futuro. Leggendo il loro curriculum si capisce che sono due personaggi navigati nel mare nostrum della musica indipendente.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | DOMADORA "The Violent Mystical Sukuma"


Voto 7
01. Hypnosis
02. Indian Depression
03. Rocking Crash Hero
04. Solarium
05. Girl with a Pearl Earring
06. Jack Tripping

Rocking Crash Prod
2016
Website

DOMADORA - "The Violent Mystical Sukuma"

Una cascata di note improvvisate e ricche di umore sanguigno. Domadora (nome spagnolo per designare la figura femminile che nel circo ammaestra i leoni) è un trio impro/space/psych di stanza a Parigi che ha scelto un nome azzeccato per descrivere il loro approccio alla musica free form. Siamo dalle parti di Earthless, Tia Carrera, Stinking Lizaveta, con qualcosa di più rude e impattante del concetto sviluppato dai 35007 e qualcosa in meno della balordaggine dei Karma to Burn. "Hypnosis" in apertura descrive bene dove vogliono andare a parare i nostri: quasi 12 minuti di strati su strati di lava heavy psych a solidificare una cattedrale sonora inespugnabile. Nelle successive "Indian Depression" e "Rocking Crash Hero" la forma canzone riemerge con tanto di vocals affidate al chitarrista Belwil e sembra di sconfinare nella tratta che nei Novanta collegava Seattle con New York, se vogliamo un grunge più intellettuale: più cervello, meno eroina.

"Solarium" riprende il discorso iniziale fatto di trance ipnotica, anche se stavolta siamo sui sedici minuti e la parte centrale si slabbra e rallenta, riuscendo ad essere evocativa con piccoli tocchi sugli strumenti. Le finali "Girl with a Pearl Earring" e "Jack Tripping", nove e otto minuti rispettivamente, riportano alla mente i gentili tocchi dei Causa Sui: psichedelia soft che gira attorno ad un pattern unico riempendolo o sgonfiandolo secondo le pulsioni della jam. Il verbo dell'improvvisazione, del lasciarsi andare alla creatività istantanea, dell'espressione musicale indeterminata, trova ogni volta i suoi seguaci che lo declinano secondo le proprie gioie. Una parte di band deve rimanere fedele a questa linea se vogliamo avere il piacere di una musica libera in ogni senso.

New Review | DESERT HYPE "Swep"


Voto 7
01. Flying Shit
02. Scio2
03. Desert Hype
04. Joint and Wine Superballad 3000
05. DoDo (Dead Like A)
06. Spiders in the Floor Tom
07. Trip1
08. Ponies Over Olympic Opening Ceremony 2012
09. Seacows B******s

Electric Valley Records
2016
Website

DESERT HYPE - "Swep"

Sanno costruire il pathos nell'ascoltatore i Desert Hype da Cagliari. Si definiscono power trio junk rock e fanno bene. Sanno maneggiare la materia psych alla maniera di macellai pieni di anfetamina e il loro stile guarda sia al post stoner di gente come Queens of the Stone Age, Masters of Reality e Fatso Jetson, che ai classici mastermind del genere come Monster Magnet e Colour Haze. Hanno qualcosa tipicamente divertente e giocoso ("Joint & Wine Superballad 3000": chissà quale sarà la loro fonte di ispirazione?), altro smaccatamente ortodosso ("Flying Shit") ed altro ancora simpaticamente straniante ("Spider in the Floor Tom") ma il risultato è un sound corposo e cicciotto come piace a noi desert riders.

"Swep" si presenta ed è un album ricco di belle espressioni hard & heavy ed ha la capacità di contagiare chi ascolta, mettendolo di buon umore. Come si fa a non amare una band che titola un pezzo "Ponies Over Olympics Opening Ceremony 2012"? Marco Nieddu, deux ex machina della Electric Valley Records, da sempre attento alle realtà della sua regione, questa volta ha licenziato un album al pari dei grandi dello stoner italiano come That's All Folks e Anuseye, Pater Nembrot e Da Captain Trips. Avanti così, verso altre piccole gemme da scoprire.



Eugenio Di Giacomantonio

New Review | POSTURES "Halucinda"


Voto 7
01. Halucinda
02. Myriad Man
03. Every Room
04. A Million Sequences
05. Wavemaker
06. Hexa Luna
07. In the Dark

World In Sound Records
2016
Website

POSTURES - "Halucinda"

Giunti al traguardo del secondo album, i Postures insistono in quel margine fluttuante che sta tra l'indie rock, il prog e il metal moderno. Con l'intenzione di piacere più che ad un genere unico di pubblico, "Halucinda" mette in fila sette pezzi complessi ed articolati, della lunghezza media di sette minuti. Di recente abbiamo assistito alla nascita di band con voci femminili molto interessanti: si va dal Seventies rock magistrale e bollente di Wild Eyes e Blues Pills, al doom contaminato e bucolico dei Blood Ceremony, fino all'art rock con influenze beatlesiane e dark dei Purson.

Con i Postures le coordinate sembrano svanire e si ha qualcosa di meno definito. Prendiamo "Every Room" e la successiva appendice di "A Million Sequences": canzoni diafane ed accorate, arrangiate ed eseguite come cinematic soundtracks con Paulina prossima alle dolcezze di una Goldfrapp di "Fell Mountain". Il fatto curioso è che lo stile dei vocalizzi risulta efficace anche quando i temi si fanno più metal ("Myriad Man"), specificamente post rock ("Wavemaker") o propriamente prog ("Hexa Luna"). Si evince che l'essenza della band è tutta qua: cercare di trovare un trait d'union tra gli ascolti che hanno formato tutti gli elementi della band svedese, appunto dal metal, al prog, al post rock, alle complicazioni dei Tool, alle dolcezze del pop, alle colonne sonore, alla passione di certa dark wave. Se vi piace trovare in bocca più di un sapore nella stessa portata, il piatto è servito.



Eugenio Di Giacomantonio